Legge elettorale, i partiti non vogliono l'uninominale, e per questo dovremmo volerlo noi cittadini

May collegio
I candidati al collegio di Maidenhead nelle elezioni dell'8 giugno 2017: Theresa May è la prima a sinistra. REUTERS/Toby Melville

Fra le varie cose affascinanti delle elezioni del Regno Unito della scorsa settimana ci sono delle foto che per noi italiani sono quasi incredibili, ma che per i sudditi di Sua Maestà Elisabetta sono tradizione. Una di queste è in apertura di questo articolo.

Nella foto, scattata durante la notte elettorale, sono presenti tutti i candidati del collegio di Maidenhead: a sinistra vediamo Theresa May, primo ministro del Regno Unito, seguita andando verso destra da tutti i suoi avversari di circoscrizione, compresi alcuni candidati piuttosto appariscenti come Lord Buckethead (al centro) o Howling Laud Hope (il terzo da destra). Il più appariscente di tutti, però, è l’ultimo a destra. Non è una mascotte, bensì un candidato vero, all’anagrafe Bobby Smith, che ha preso 3 voti candidandosi vestito da Elmo, uno dei Muppet del programma televisivo Sesame Street.

Questa scena, con background meno divertenti, si è ripetuta in ognuno dei collegi del Regno Unito nella notte elettorale: una volta terminato lo spoglio dei voti i candidati sono saliti su un palco ed è stato proclamato il vincitore, che si è presentato ai suoi rappresentati con un discorso. Tutti gli abitanti di quel collegio hanno avuto quindi la possibilità di conoscere il nome del proprio rappresentante e la sua faccia, e potranno, nei cinque anni successivi, tenere traccia dei suoi risultati e quindi ritenerlo responsabile delle sue azioni, comunicando con lui durante gli incontri (solitamente settimanali) con i cittadini e confermandolo o respingendolo alle elezioni successive. In gergo si chiama “accountability”, cioè la responsabilità che l'eletto ha nei confronti dell'elettore.

In Italia non c’è niente di tutto questo, e ciò (insieme a tanti altri problemi) sta creando gravi danni alla democrazia italiana e al Paese, perché la politica si sta progressivamente deresponsabilizzando, marciando verso la putrefazione. Per capirci, sapreste dire il nome del deputato o del senatore che vi rappresenta in Parlamento? Probabilmente no. Anche perché i rappresentanti parlamentari potrebbero essere diverse decine a seconda di dove abitate.

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Il legame (forte) tra rappresentante e rappresentati all'estero


Quello che accade nel Regno Unito accade, in maniera diversa, anche in altri Paesi, in cui i cittadini sanno nomi e cognomi dei propri rappresentanti, e possono costruire dei rapporti con loro.

Quante volte abbiamo visto nei film e nei telefilm statunitensi scene in cui si chiede alle persone di telefonare o di scrivere ai propri deputati o senatori perché vengano persuasi a votare in un certo modo su questioni che stanno loro a cuore? Per esempio un cittadino può chiamare il proprio rappresentante alla Camera per chiedergli di votare contro una proposta di riforma del sistema sanitario con la quale rischia di perdere la copertura assicurativa.

Se tante persone fanno sentire la propria voce, il deputato ha due strade davanti: seguire le indicazioni di tanti elettori oppure provare a spiegare ai propri concittadini perché ha votato contro le loro indicazioni. Due anni dopo (o sei, al Senato) gli elettori tireranno le somme confermando o revocando la fiducia al loro rappresentante.

Questo è possibile perché ogni cittadino USA ha solo tre rappresentanti (almeno a livello nazionale): il deputato di circoscrizione e i due senatori dello Stato.

Qualcosa di simile avviene in queste settimane in Francia, in cui è in corso il rinnovo della Camera bassa del Parlamento. Il territorio francese è suddiviso attualmente in 577 circoscrizioni. Ogni circoscrizione elegge un deputato all’Assemblea Nazionale in base a un sistema elettorale a doppio turno: vince chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti al primo turno oppure chi ottiene più voti al ballottaggio. I cittadini di ogni circoscrizione, quindi, posso sapere chi è il loro rappresentante all’Assemblea Nazionale (il Senato ha un sistema di voto diverso e più complicato, ma che possiamo tralasciare perché ha un po’ meno poteri dell’Assemblea, la quale di solito prevale sulla Camera Alta anche quando ci sono maggioranze di colore diverso nei due rami).

Chi sono i vostri rappresentanti oggi?


Il caso italiano è decisamente particolare: Camera e Senato hanno gli stessi poteri, di conseguenza ci sono ben 945 persone dotate (collegialmente in ogni singola camera, ovviamente) di pieni poteri. A parte differenze regolamentari e politiche, un deputato e un senatore hanno gli stessi poteri, e per questa ragione sono molti di più rispetto agli omologhi di Paesi con cui siamo soliti confrontarci (650 nel Regno Unito, 535 negli Stati Uniti, 630 in Germania, 577 in Francia, e stiamo parlando di Paesi più popolosi dell’Italia).

Ma la particolarità non finisce qui: nel corso delle ultime elezioni per la Camera dei Deputati il Paese è stato suddiviso in 27 circoscrizioni, per cui, salvo alcune eccezioni, ogni circoscrizione elegge un paio di decine di deputati. In Piemonte 1 (che comprende Torino), per esempio, i deputati sono 23; in Lazio 1 (che comprende Roma) sono 42; in Calabria invece sono 20. Qualcosa di simile accade per il Senato, le cui circoscrizioni sono 20.

Risulta quindi che, per esempio, gli elettori della circoscrizione Lazio 1 hanno 70 rappresentanti in Parlamento, di cui 28 in comune con la circoscrizione Lazio 2, che ne ha 44.

Sì tratta di un numero di persone impossibile da responsabilizzare dal basso, specie se si considera che provengono da partiti diversi. Se a questo aggiungiamo che i candidati vengono nominati dagli stessi partiti, appare evidente che gli eletti saranno più propensi a essere responsabili nei confronti dei capi partito e dei capi corrente che non dei propri elettori.

Una certa dose di accountability esiste ancora quando il sistema è bipolare, perché se le cose vanno male si punisce il partito o la coalizione di governo e viceversa. Ma in un sistema politico multipolare come quello attuale un sistema elettorale di questo tipo è la ricetta perfetta per il caos, perché ogni schieramento può accusare tre o quattro schieramenti avversari per i problemi che affliggono il paese e che non si riescono a risolvere. Il sistema si polarizza, e di conseguenza diventiamo tutti dei tifosi sordi: tutti hanno ragione e tutti hanno torto contemporaneamente.

Questo caos si ritrova anche in circoscrizioni più piccole, in cui dovrebbe essere più facile tenere sotto controllo i propri rappresentanti. Peccato che, per esempio, fra il 2008 e il 2013 due dei tre deputati del Molise siano stati Berlusconi Silvio e Di Pietro Antonio, ovvero due persone che a giorni alterni accusavano l’altro di essere la personificazione della rovina del Paese e che quindi, in fortemente improbabili incontri con gli elettori, avrebbero avuto gioco facile a dire che è colpa di quell’altro se le cose vanno male. I due parlamentari parlavano al proprio pubblico e non ai propri elettori, e il risultato è stato (ed è tutt’oggi) un assordante rumore in cui nessuno è responsabile della grave situazione in cui versa il Paese nonostante, almeno a sentire le loro farneticazioni, tutti abbiano vinto in qualche modo le ultime elezioni.

Chi saranno i nostri rappresentanti domani?


Le leggi elettorali attualmente in vigore non cambiano di molto la situazione. Al Senato si applica una versione “costituzionale” del Porcellum con il quale è stato eletto l’attuale Parlamento; per la Camera vale una versione “costituzionale” dell’Italicum, mai utilizzato in una elezione (e forse non lo sarà mai). L’Italicum prevede che il territorio nazionale sia diviso in 27 circoscrizioni e 100 collegi. Fatti alcuni calcoli piuttosto complicati, ogni collegio eleggerà fra 3 e 9 deputati. Un passo in avanti, certo, ma siamo sempre in zona Molise: non è improbabile ritenere, per esempio, che i tre deputati molisani saranno uno del centrosinistra, uno del centrodestra e uno del M5S. Tutti e tre avranno ben due capri espiatori da sacrificare ai propri tifosi.

L'odio (o la paura?) dei partiti per il maggioritario


Questa spartizione proporzionale dei parlamentari è una costante della storia repubblicana. Il sistema proporzionale, nato con le migliori intenzioni nel secondo Dopoguerra, è diventato il sistema grazie al quale il malgoverno perpetua sé stesso, tanto che i partiti non sono mai riusciti a rinunciarvi: pure il maggioritario Mattarellum prevedeva una quota proporzionale, perché i partiti non hanno mai voluto sempre rinunciare a governare in maniera "liquida".

In un sistema proporzionale con grandi circoscrizioni tutti i personaggi dello spettacolo politico possono ritagliarsi dei ruoli da cui derivavano potere e soldi, anche quando sono minoranza (anzi, soprattutto quando sono minoranza). Insomma, con un sistema elettorale proporzionale e un sistema politico trasformista vincono sempre tutti, tranne i cittadini che, terminata la campagna elettorale, diventano meri spettatori/tifosi privi di modalità di controllo del potere. Possiamo vedere come ha votato un deputato, cosa ha detto e proposto un senatore, certo, ma non possiamo provare a influenzare il loro voto oppure fare delle proposte concrete su problemi concreti, perché ogni parlamentare rappresenta anche milioni di persone, e la voce del singolo, quando arriva, si perde nel vuoto cosmico.

Il maggioritario, in Italia, è sempre stato un tabù: i partiti non vogliono sentirne parlare da sempre, e anche quando la voglia di maggioritario è diventata troppo forte per essere ignorata, sono riusciti nella missione di preservarsi in attesa di ritornare all'amato proporzionale.

Fra il 1991 e il 1993 gli italiani espressero più volte, attraverso dei referendum, la loro volontà di passare a un sistema maggioritario. E anche in questo caso, come in tante altre occasioni, i partiti trovarono un modo per rispettare la volontà popolare fregandosene altamente. Un sistema semplicissimo come il maggioritario venne complicato in maniera assurda: il 75% dei seggi erano assegnati in collegi uninominali a turno unico; il rimanente 25% era distribuito in maniera proporzionale, per giunta in maniera diversa fra Camera e Senato (quota nella prima e recupero nella seconda). Questo sistema arzigogolato doveva dare rappresentanza anche a partiti più piccoli, ma, specialmente dal 2001, fu sistematicamente eluso, rappresentando una finestra da cui il proporzionale rientrava per la gioia dei partiti.

Per questa ragione le cose non cambiarono molto quanto a rapporto fra eletto ed elettore: c’era sì una singola persona a cui l’elettore poteva rivolgersi in un determinato collegio, ma, per esempio, nella circoscrizione Lazio 1 c’erano comunque 10 deputati e 7 senatori eletti nella parte proporzionale. Il rafforzamento del rapporto fra eletto ed elettore si poteva forse avere in Valle d’Aosta (nessun parlamentare eletto in quota proporzionale), in Molise (1 deputato e nessun senatore nella parte proporzionale), e, al limite, in Trentino-Alto Adige (2 deputati e 1 senatore), mentre nelle altre regioni il numero dei parlamentari saliva troppo velocemente per creare questo rapporto.

Poi arrivò il Porcellum, lo schifoso trampolino con cui il maggioritario fu dato in pasto agli squali.

Forse abbiamo bisogno di maggioritario


È evidente che la politica italiana ha raggiunto il suo massimo grado di degenerazione e putrefazione, e non è da escludere che alle prossime elezioni ci sarà un parlamento spaccato in almeno tre parti, e questo a prescindere da che tipo di proporzionale verrà usato. Ogni schieramento politico potrà accusare non uno, ma ben due (almeno) avversari dei problemi che i cittadini sentiranno sulla propria pelle, anche se probabilmente dopo le elezioni tutti quanti potranno dire di aver vinto, visto che l'obiettivo di tutti i partiti nella scrittura della legge elettorale sembra essere proprio quello.

L’”accountability” si farà sempre più rarefatta, i cittadini saranno relegati sempre più ad un ruolo di tifosi: la gente urlerà e sbraiterà sugli spalti mentre una minuscola minoranza di persone in campo giocherà a pallone guadagnando comunque un sacco di soldi, sia che vincano sia che perdano. L’unica differenza rispetto al passato, in cui gli schieramenti erano uno di maggioranza e uno di opposizione, è che dalla prossima legislatura le squadre in campo saranno almeno tre. Provate a immaginare una partita di calcio con tre squadre in campo e due porte (una per la maggioranza e una per le opposizioni) in cui segnare. Uno spettacolo quantomeno complicato da seguire.

L’unico modo con il quale, forse, è possibile invertire questa degenerazione agendo sul sistema elettorale è tornare ad un sistema maggioritario, in modo che gli elettori possano avere due, massimo tre persone da seguire e con cui confrontarsi, in modo da far tornare con i piedi per terra dei partiti (tutti i partiti) che hanno definitivamente perso il contatto con la realtà. Un maggioritario avrebbe diversi pro, ma il più importante, almeno in questa sede, è far tornare su questo pianeta 945 persone che vivono in un altro universo ma decidono la vita di oltre 60 milioni di persone.

A parole il Partito Democratico sarebbe favorevole a questa soluzione, come anche la Lega Nord. Basterebbe che il Movimento 5 Stelle si unisse a questo fronte e si potrebbe chiudere la partita: il M5S nasce come Movimento che dovrebbe ridare il potere ai cittadini dopo anni di ruberie dei partiti. Il maggioritario avvicinerebbe enormemente questo obiettivo. Poche centinaia di migliaia di persone dovrebbero tenere sotto controllo solo un paio di persone, non decine come accade oggi: nella pratica un piccolo circolo di attivisti del Movimento 5 Stelle potrebbe controllare gli atti di appena due persone, e alle elezioni successive, se questo deputato o questo senatore si sono comportati male, o peggio, "hanno rubbbbato", sarà più semplice per loro provare a convincere i propri concittadini a non rinnovare loro la fiducia, e votare, invece il candidato grillino.

Purtroppo non succederà: tutti i partiti, anche se con motivazioni diverse, possono trovare terreno comune su una legge elettorale proporzionale, e per questo lo sarà anche la prossima. I dirigenti del Movimento 5 Stelle, anzi, vedono malissimo non solo il maggioritario, ma anche alcune caratteristiche del sistema proporzionale.

Il M5S, infatti, è un partito diffuso sul territorio, ma molto debole a livello locale, come hanno dimostrato di recente le elezioni amministrative. Mentre con un proporzionale possono ambire a minimo il 25% dei seggi, con il maggioritario rischiano di fare la fine di Marine Le Pen.

Inoltre, con il maggioritario Grillo e la Casaleggio Associati perderebbero la presa non solo a livello locale (come mostrato a Parma e a Genova, per esempio), ma pure a livello nazionale: i 30mila iscritti che decidono le politiche nazionali sul blog di Beppe Grillo, tramite la piattaforma Rousseau, spesso senza avere davanti una vera e propria scelta, perderebbero enormemente rilevanza. Ne acquisirebbero, invece, i meetup locali e i cittadini del singolo collegio, ma come abbiamo visto a Genova, solo per citare l'esempio più recente, non sono rari gli scontri fra gruppi regionali e leadership nazionale. Questa spaccatura si potrebbe approfondire con collegi uninominali: Grillo, attraverso gli iscritti, potrebbe ordinare ai parlamentari di votare in un certo modo, ma poi deputati e senatori grillini potrebbero essere costretti ad andare contro la disciplina di partito perché i propri elettori, i propri concittadini, gli hanno chiesto di votare in modo diverso. Sarebbe un caso Pizzarotti agli steroidi.

Non cambierebbe molto, però…


Quanto detto per il Movimento 5 Stelle vale, ovviamente, anche per gli altri partiti. È chiaro, comunque, che i parlamentari, anche con il maggioritario, resteranno privi di vincoli di mandato, per cui potranno votare secondo coscienza e/o calcolo politico, e potranno sempre cambiare casacca in corso di legislatura. È anche possibile che un maggioritario non finisca per creare una maggioranza in grado di governare. Insomma, il maggioritario presenta una serie di problemi anche fuori da un Paese scassato come l’Italia (il gerrymandering, per esempio). Non esiste una legge elettorale perfetta.

Fra le opzioni maggioritarie compatibili con il sistema italiano che potrebbero realizzare questo bisogno di collegi uninominali ci sarebbero il ballottaggio alla francese oppure l’instant runoff. Il first-past-the-post all'inglese, per quanto più semplice, favorirebbe eccessivamente alcuni partiti a scapito di altri, visto che, a differenza del Regno Unito, in Italia non c'è una forte tradizione bipartitica.

I collegi uninominali possono essere inseriti anche in un sistema proporzionale, anche se le cose si fanno più complicate (la legge elettorale del Senato del 1948 era, per via del quorum al 65%, un maggioritario che diventava proporzionale con collegi uninominali, che però diventavano inutili per scelta del legislatore). Non ci addentriamo nelle spiegazioni perché, come detto, non c’è speranza che i partiti trovino un accordo almeno sui collegi uninominali e questo articolo è già piuttosto lungo. 

Servirebbe, come all’inizio degli anni Novanta, che siano i cittadini a farsi sentire, a creare una maggioranza reale nel Paese reale che chieda a chi ne ha il potere di approvare una legge elettorale che non risolverà tutti i problemi del Paese, ma che, almeno, potrebbe ricostruire un collegamento fra i palazzi romani e la realtà di un Paese ridotto a rottami e in via di lenta dissoluzione. E l’unico modo per farlo, almeno in questa guerra tra bande che è diventata la politica nazionale, sono i collegi uninominali che i partiti, per tutte le ragioni spiegate fin qui, si guardano bene dal riesumare.

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