L'Europa della cooperazione militare fatica a nascere ma il settore della difesa è in ascesa con le esportazioni

Eurofighter
Un caccia Eurofighter Typhoon durante una dimostrazione all'Airshow di Farnborough, nel sud dell'Inghilterra. 10 luglio 2012. REUTERS/Luke MacGregor
  • L'Europa spinge per accelerare la cessione di sovranità militare e la cooperazione europea nel settore della difesa;
  • Dal 1990 ad oggi gli stanziamenti governativi alle spese per la difesa sono continuati a calare e hanno raggiunto un punto critico;
  • L'Italia, dopo anni di recessione, è oggi tra i primi 10 esportatori di armi al mondo.

Quello della sicurezza è uno dei mercati interni più importanti dell'Unione Europea: nel 2012 l'industria della difesa dei paesi UE valeva 961 miliardi di fatturato l'anno impiegando direttamente 400.000 persone, con un effetto moltiplicatore che produce un indotto fino a quasi 1 milione di lavoratori indiretti in tutto il continente. Si tratta di un settore industriale strategico e molto importante sotto il punto di vista economico: nuove tecnologie high-tech, innovazione e alta progettazione passano necessariamente dal settore della difesa, che storicamente vanta una ricerca avanguardistica in Europa come in tutto il mondo.

Tempo fa noi di IBTimes Italia vi parlammo delle 10 tecnologie dalle quali beneficiamo tutti (dai sistemi di depurazione dell'acqua al materasso memory foam fino agli apparecchi ortodontici invisibili) e che sono state sviluppate dalla NASA - il comparto aerospaziale è parte del comparto difesa - ed è quindi facile rendersi conto di quanto la ricerca nell'ambito della difesa sia importante e rappresenti una spinta costante verso il futuro, in termini tecnologici.

Ma, è innegabile, la parte che maggiormente interessa non riguarda l'alta tecnologia: riguarda il fatturato bellico. Armi, munizioni, missili, mezzi militari, artiglieria pesante, l'Unione Europea è uno dei più grandi produttori al mondo in questo senso: il 30 novembre 2016 la Commissione Europea ha presentato il più grande piano di finanziamento della difesa degli ultimi 10 anni. “Non si tratta della costituzione di un esercito europeo né di spese militari, si tratta di sicurezza sociale” dichiarò il vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen: “Di fronte alla moltiplicazione delle minacce verso di noi dobbiamo reagire”. Il piano consiste nella creazione di un fondo da 5 miliardi di euro utilizzabile dai governi dei paesi membri per acquistare elicotteri, aerei e mezzi, riducendo di fatto i costi. Secondo quanto scrisse la Reuters quel giorno un secondo piano europeo sarà presentato per spalancare le porte dell'Unione ai droni da guerra e sopratutto a nuovi sistemi per la guerra informatica, la “nuova” frontiera bellica.

In un certo senso si può dire che la Commissione, con quel fondo d'investimento, dà un valore preciso alla cessione di sovranità militare: 5 miliardi di euro.

Il primo ostacolo sarà convincere i governi europei più riluttanti ad abbandonare l'attuale sistema di finanziamento della difesa, per cui si favoriscono produttori locali e si perseguono progetti propri e non condivisi con i partner europei, per arrivare infine ad una cessione - quantomeno parziale - di sovranità militare. Lo ha chiarito Michael Gahler, eurodeputato tedesco del gruppo PPE, spiegando che la sopravvivenza dell'intero settore si potrà garantire “solo con programmi di armamento comuni […] ciò che manca oggi sono i programmi di cooperazione”.

Dalla fine della Guerra Fredda l'industria bellica europea si è divisa in tre tronchi: il primo composto da Francia, Germania e Regno Unito, fondamentalmente tutti e tre autosufficienti e tecnologicamente all'avanguardia nella quasi totalità dei settori della difesa, il secondo da Italia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi e Norvegia, tutti con notevole capacità militare interna e tutti dotati di aziende all'avanguardia nel settore (si pensi all'italiana Finmeccanica, o ad Augusta Westland), e un terzo blocco composto da Grecia, Portogallo e Danimarca (ma c'è anche la Turchia), che si affidano totalmente alle importazioni ed alla produzione su licenza.

Il declino costante e quasi verticale degli stanziamenti governativi nel settore della difesa dal 1990 in poi un po' in tutta Europa ha raggiunto oggi, a dire il vero qualche anno fa, la sua massa critica. L'Italia ad esempio, costituzionalmente non orientata verso attività belliche offensive, ha fatto sempre più affidamento sulla cooperazione internazionale per i suoi programmi di difesa, una tendenza che nel Belpaese si osserva dalla fine degli anni Settanta. Nel 1988 il comparto difesa italiano era il quarto tra i paesi della NATO (4,5 miliardi di euro l'anno di fatturato) ma dal 1990 al 2000 le esportazioni sono diminuite non poco, vuoi per il calo della domanda vuoi per le politiche nazionali, vuoi anche per l'impreparazione dell'industria italiana alle nuove esigenze del mercato, ma le esportazioni sono riprese, e aumentate in modo significativo, a partire dal 2000: dal 2010 l'Italia è tornata ad essere tra i primi dieci esportatori di armi al mondo grazie anche a programmi congiunti di sviluppo bellico, come il Joint Strike Fighter, il programma Horizon-class o quello di Eurofighters, partnership europee che hanno permesso all'industria della difesa italiana di uscire a testa alta da un decennio di recessione.

L'esplosione di nuovi mercati, un tempo si chiamavano con l'acronimo BRIC (Brasile-Russia-India-Cina), la domanda estera per il settore della difesa italiano è aumentata notevolmente e le previsioni indicano una crescita delle esportazioni costante almeno fino a tutto il 2019. Il caso italiano è emblematico di come la cooperazione internazionale in seno all'UE, i principali partner commerciali dell'Italia in questo settore sono Francia e Grecia, possa rappresentare una nuova opportunità per il comparto difesa. Ragion per cui l'Italia è tra i primi firmatari dell'OCCAR, l'Organizzazione congiunta per la cooperazione e gli armamenti, che gestisce programmi multinazionali per creare sinergia tra i partner europei.

Vero è che muoversi in questo settore è come camminare in un campo minato: se è vero che lo sviluppo di tecnologie in campo militare può rappresentare un salto in avanti notevole per il resto della società altrettanto vero è che la visione economica della “crescita a tutti i costi” porta a comportamenti quantomeno censurabili, come le forniture di armi, mezzi e tecnologie di intrusione e controllo a paesi certamente non in linea con i principi europei di tutela dei diritti civili ed umani. Se pensiamo all'Egitto, all'Arabia Saudita o al Sudan, ad esempio, è facile notare come armi, aerei e munizioni “made in UE” (e made in Italy) siano utilizzati dai governi locali con una spregiudicatezza che va ben oltre le convenzioni internazionali in materia di diritto militare. Se non addirittura di diritto penale e di tutela dei diritti umani.

Ma la questione, almeno da queste parti, sembra non importare più di tanto: se pensiamo alla direzione intrapresa dall'Europa socialdemocratica negli ultimi anni (lo stato d'emergenza in Francia, ad esempio, ma anche la gefahrengebiet di Amburgo del 2014 e le proteste di Maidan a Kiev, tutti eventi uniti da un filo rosso di controllo sociale) è evidente come il comparto difesa e intelligence sia sempre più rivolto al mercato interno. Il primo passo verso una vera comunione d'intenti, secondo la Commissione UE, è abolire a livello nazionale le restrizioni ai vincoli di bilancio per la spesa militare.

L'obiettivo è, a partire dal 2021, garantire almeno 500 milioni di euro l'anno solo per l'innovazione: “Spendere meglio spendendo insieme” ha spiegato il commissario UE all'Industria Elzbieta Bienkowska. Le aziende più piccole riceverebbero sostegno dalla Banca Europea per gli investimenti, potenzialmente già dal prossimo anno se i governi nazionali sollevassero i divieti al sostegno di progetti militari. Una direzione che, a ben vedere, andrebbe a rafforzare il progetto di difesa comune europea: in questo senso Bruxelles sembra muoversi quasi in reazione alle politiche (annunciate soltanto) di Donald Trump, che non ha mai nascosto di voler alleggerire l'ingaggio statunitense alla NATO o, in caso non fosse possibile, di alzare non poco le tariffe della protezione americana. L'Europa sembra così voler dire “ci pensiamo da soli” ma una nuova corsa agli armamenti non sarebbe esattamente un'idea lungimirante, visto cosa è successo l'ultima volta.

Certo, la Brexit cambia non poco le carte in tavola. Ma sarà interessante vedere come si muoverà il comparto difesa nei prossimi mesi per capire la direzione che prenderà l'Europa in divisa.