L'Europa sarà più trumpista di Trump? Attenzione all'effetto Trump per i prossimi appuntamenti elettorali

trump wrecking ball
Una caricatura di Donald Trump in versione "wrecking ball" DonkeyHotey (CC BY-SA 2.0), via Flickr

Con le elezioni olandesi alle porte, quelle francesi e tedesche al vicino orizzonte, le polemiche politiche in Grecia contro il governo Tsipras, le manifestazioni impressionanti in Romania, il clima da campagna elettorale permanente in Italia e i tanti appuntamenti politico-elettorali previsti in Europa quest'anno verrebbe proprio da dire, sfogliando i giornali o ascoltando i toni della politica, che sono tutti pazzi per Donald Trump.

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Il tycoon diventato Presidente degli Stati Uniti a novembre, nel bene e nel male, ha già rappresentato un punto di svolta della politica cosiddetta “mainstream”, un nuovo livello sul quale levare - o abbassare - l'asticella del dibattito politico. Il tutto in un contesto di democrazia, anzi di democrazia aperta (o come sosteneva Zygmut Bauman di “democrazia liquida”), che Trump ha saputo trascendere e che sembra ispirare un po' tutti dopo di lui.

Non è una questione di destra e di sinistra: nel bene e nel male, o meglio tra gli elogi e le critiche, Trump ha sparigliato le carte di un gioco politico rischioso e spericolato non intercettando i bisogni delle masse ed incarnandoli ma semplicemente dicendo alle masse, le “sue” masse, quali erano le questioni che le facevano arrabbiare, costruendo il consenso proprio su quello. Nei prossimi mesi tre dei principali alleati degli Stati Uniti, Olanda, Francia e Germania, apriranno le cabine elettorali: in Olanda Geert Wilders è sicuramente l'esponente politico più “scorretto” attualmente sulla scena europea ma il razzista Wilders non è in alcun modo “il Donald Trump olandese” come il presidente delle Filippine Duterte non è in alcun modo il “Donald Trump asiatico”. Le storie politiche sono diverse, quella di Trump è praticamente inesistente, le storie personali sono diverse e anche le personalità sono profondamente diverse: degli emuli di Trump c'è parecchio di cui aver timore. La copia è peggiore dell'originale, l'allievo che supera il maestro, tutto questo si può declinare in tanti modi.

Secondo uno studio pubblicato dalla Harvard Kennedy School sono due gli aspetti principali che spiegano il sostegno di massa per i partiti populisti: alle questioni economiche (in particolare l'aumento dell'insicurezza sul reddito in un contesto di globalizzazione e della forbice tra ricchi e poveri) si sommano questioni culturali (una reazione generazionale ai valori più progressisti e liberali degli ultimi decenni, ma in realtà è una scissione culturale) che portano oggi i valori “tradizionali” al di sopra di quelli “progressisti”.

Secondo lo studio, a partire dal 1970 le società occidentali più ricche hanno visto crescere l'enfasi post-materialista e di auto-espressione con la crescita di valori come la tutela ambientale, l'uguaglianza razziale, la parità di diritti e la maggiore accettazione di genere: questo ha favorito una maggiore approvazione sociale di nuovi stili di vita, religioni, culture, economie, etc., portando a quel processo noto come “globalizzazione”. Tuttavia, come insegna la termodinamica questa diffusione di valori progressisti ha prodotto anche una reazione “uguale e contraria”: chi un tempo, come “da tradizione”, era privilegiato come parte della cultura maggioritaria delle società occidentali ha cominciato a sentirsi minacciato sempre di più. Oggi il “politicamente scorretto” è appannaggio di costoro, che in media sono uomini e donne bianche poco istruiti e di bassa fascia sociale che si sentono minacciati da questo tipo di sviluppo sociale. Nella società industriale avanzata e dei servizi i cambiamenti culturali che si stavano verificando negli anni Novanta avrebbero letteralmente shoccato i valori tradizionali, shock che ha trovato ulteriore benzina nell'immigrazione (cambio della composizione etnica della società, nuove lingue, nuove religioni, nuovi stili di vita) rafforzando così l'idea che le norme e i valori tradizionali stiano scomparendo in fretta.

Il “fenomeno Trump” è una spia importante della direzione intrapresa dalla politica e dall'elettorato occidentale il quale, checché se ne dica, è ancora eterodiretto nel dibattito pubblico dalla politica stessa: l'agenda continua a dettarla la politica “vecchia maniera”, il problema è che sempre meno persone si rispecchiano nelle analisi, nelle soluzioni e nei provvedimenti loro proposti. E qui si crea il tilt perché il rischio è che gli emuli di Donald Trump siano molto più Trump dello stesso Trump: al netto di facili giochi di parole, la questione non è di poco conto.

Dall'inizio del nuovo millennio il declino di affluenza alle urne non è un fenomeno che interessa solo gli Stati Uniti (dove anzi nel 2008 votò un numero record di aventi diritto) ma è un fenomeno che interessa tutto il “primo mondo”, quello che sarebbe la “culla della democrazia e del diritto”. In Europa tutto questo è evidente ed oggi le conseguenze sono sempre più chiare: dopo quasi un ventennio di abiura al proprio diritto di voto, probabilmente per mancanza di candidati e di politiche veramente rappresentative, oggi una buona parte dei cittadini d'Europa si è spostata su posizioni critiche fino all'estremo, mescolando ideologie con cronache spicciole e mal poste, disillusione e rabbia a nuove convinzioni, in un cocktail esplosivo che oggi definiamo semplicemente “populismo”.

Il populismo in realtà non è niente di nuovo. Alla fine del XX secolo però ha visto una rinascita sostanziale ed oggi è la carta che tutti credono vincente, basta pensare alla Brexit: il referendum che porterà la Gran Bretagna ad uscire dall'Unione Europea è andato come è andato proprio per le soffiate di vento populista sulle vele di partiti euroscettici come l'UKIP di Nigel Farage. Allo stesso modo però anche la decisione dell'ex-premier britannico David Cameron di sottoporre la Brexit a referendum è stata una decisione profondamente populista (chi di populismo ferisce di populismo perisce, verrebbe da dire), presa unicamente per placare gli euroscettici all'interno del suo partito. Bella mossa, David: i titoloni sui tabloid, gli errori di calcolo politico e la capacità di quel referendum di mobilitare il voto di protesta, spesso gente che a votare non andava da anni, hanno creato un patatrac che sia il Regno Unito che l'Unione Europea dovranno gestire al meglio. E sicuramente non ce n'era proprio bisogno, viste le tante cose da fare che non vengono fatte.

I partiti di carattere populista (in Italia viene in mente, su tutti, il MoVimento 5 Stelle) hanno letteralmente scalato il consenso negli ultimi anni: anche la Lega Nord, che dopo la vicenda degli scandali internazionali e della famiglia Bossi - armi vendute a signori della guerra, rimborsi regionali gonfiati, etc - sembrava in procinto di chiudere baracca e burattini, cavalcando con toni e tempi giusti polemiche e paure è stata in grado non solo di uscire dalle peggiori elezioni di sempre ma anche di ritrovare un consenso che, in precedenza, non aveva mai avuto. Un miracolo che quel volpone di Matteo Salvini ha grandi meriti di avere creato.

In un contesto di stagnazione economica quasi recessiva e di un malessere più che generalizzato, tutti questi fattori hanno acceso la miccia che ha fatto esplodere il populismo in Europa.