Libia, accordo tra Tripoli e Tobruk: elezioni nel febbraio 2018. Ma resta una totale assenza di fiducia

Libia
Un gruppo di manifestanti libici brucia la bandiera italiana per protestare contro l'accordo Libia-Italia. Il gruppo sostiene Bonyan Marsous, combattenti nella città di Misurata. Bengasi, Libia, 12 febbraio 2017. REUTERS/Esam Omran Al-Fetori
  • Raggiunto l'accordo tra Tripoli e Tobruk per un dialogo nazionale che porterà a nuove elezioni nel febbraio 2018;
  • Il Paese continua ad essere instabile e Tripoli accusa l'esercito di aver creato una milizia eversiva chiamata "Guardia Nazionale";
  • L'assenza di fiducia tra le parti rende ogni accordo molto fragile.

Il governo libico di Tripoli guidato da Fayez al-Serraj e sostenuto dalle Nazioni Unite e quello di Tobruk del generale Khalifa Haftar hanno trovato un accordo che porterà alla creazione di una commissione che dovrà negoziare la riconciliazione tra la Libia occidentale e quella orientale, un processo che sfocerà in nuove elezioni nazionali entro il febbraio 2018.

A riferire questa notizia, che potrebbe avere una portata storica per la Libia, l'intero nord-Africa e per l'Unione Europea, sono alcuni funzionari diplomatici egiziani alla Reuters: negli ultimi mesi Il Cairo ha proiettato sforzi diplomatici immensi per cercare di trovare una soluzione tra le due parti nella vicina Libia e questa settimana sia al-Serraj che Haftar si sono recati nella capitale egiziana, dove avrebbero dovuto incontrarsi nel giorno di San Valentino, martedì 14 febbraio. L'appuntamento è saltato a causa di impegni dell'ultimo minuto - anche se sembra sia stato il generale Haftar a tirarsi indietro - ma l'accordo, per ora, c'è stato: “Ho diversi dubbi circa l'attuazione effettiva del piano. L'atmosfera tra le due parti è tesa” ha confessato una fonte egiziana alla Reuters: per l'Egitto la stabilizzazione della Libia rappresenta oggi una priorità, che si coniuga in un'esigenza di sicurezza lungo il proprio confine occidentale, e la decisione del Cairo di muoversi quasi autonomamente riflette in toto la crisi delle Nazioni Unite e la totale incapacità di queste di affrontare la crisi libica.

Con l'annuncio dell'accordo tra le parti l'Egitto, o meglio lo Stato Maggiore dell'esercito egiziano, ha dato la notizia della liberazione di 13 ostaggi egiziani rapiti nella Libia orientale (territorio di Haftar): erano stati sequestrati da un gruppo criminale nella zona di Ajdabiya, in Cirenaica, ma l'Egitto non ha chiarito chi fossero i rapitori e si è limitato a ringraziare la collaborazione del “comando generale dell'esercito libico”. Chi volessero effettivamente ringraziare resta quindi un mistero.

Mentre infatti Haftar è una figura di spicco nella Libia orientale, rispettato dalle milizie perché in passato nemico di Gheddafi, armato ed appoggiato dagli Stati Uniti al suo ritorno in Libia durante la rivoluzione ed oggi testa di legno di Mosca e “grande amico di Putin” in nord-Africa, e con ambizioni dichiaratamente nazionali, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) basato a Tripoli e sostenuto dall'ONU è un elemento di ulteriore destabilizzazione per la Libia occidentale: due dei nove membri del Consiglio di Presidenza lavorano più a boicottare che a fare e in generale c'è una contraddittorietà di posizioni tra i suoi esponenti che sin qui ha impedito alle cancellerie occidentali di trovare un interlocutore serio a Tripoli.

Mentre il direttore esecutivo di Frontex Frabrice Leggeri paventava la possibilità che nel 2017 gli sbarchi di migranti sulle coste meridionali dell'Europa possano eguagliare il record dello scorso anno, mentre la creazione del “Fondo Africa” da parte dell'Italia promette una pioggia di milioni (200 quelli stanziati per diversi paesi africani) per bloccare le partenze e riarmare la Guardia Costiera libica “controllata” da Tripoli, accordo che il Parlamento di Tobruk considera “nullo” e che quindi non avrà grandi effetti sulle partenze che potrebbero semplicemente spostarsi interamente nella parte orientale del golfo di Sirte, mentre le Nazioni Unite propongono un nuovo inviato per la crisi libica, il palestinese Salam Fayyad, provocando le ire di Washington perché “la Palestina non è riconosciuta a pieno titolo come membro dell'ONU”, l'Egitto sembra l'unico attore in grado di trovare una quadra costringendo le due parti a sedersi allo stesso tavolo. O quasi, insomma.

Secondo un comunicato diffuso dalle forze armate egiziane nella serata del 14 febbraio al-Serraj, Haftar e Agila Saleh, portavoce del Parlamento di Tobruk - alleato del generale - hanno deciso di istituire un comitato che dovrà redigere un documento per la condivisione del potere tra le tre parti: i tre individui manterrebbero il posto fino alle elezioni del febbraio 2018 e i colloqui sarebbero mediati dall'Egitto.

Il terzo incomodo però non manca mai: la sfida immediata è con il terzo governo auto-proclamatosi in Libia, quello di Khalifa Ghwell. Dopo diversi tentativi di colpo di Stato, anche recenti, e avendo ottenuto il sostegno militare e politico delle milizie di Misurata - vicine ai Fratelli Musulmani, partito islamico messo al bando in Egitto - la questione Ghwell andrà affrontata e risolta subito e sarà un banco di prova importante nella ritrovata amicizia, se così si può chiamare, tra Tripoli e Tobruk.

Il problema, manco a dirlo, riguarda gli interessi: quelli che sostengono Tripoli sono frammentari e diversi mentre quelli che sostengono Tobruk sono comuni e più strutturati. E, guardando ad esempio all'accordo con l'Italia per fermare le partenze dei migranti dalle coste libiche, per una volta c'è da essere d'accordo con la compagine politica di Tobruk, che ha dichiarato “nullo” l'accordo: basta vedere come la Guardia Costiera libica tratta i migranti che vengono fermati, questo video pubblicato dal The Times è solo la punta di un iceberg, per capire come quell'accordo sia pericoloso. E, forse, illegale. Ma quelle immagini non sono l'unica ragione che dovrebbe far ripensare obiettivi e modalità da parte del governo italiano e da parte di Bruxelles: domenica il GNA ha emanato un comunicato stampa nel quale denunciava la formazione di una nuova milizia chiamata “Guardia Nazionale”, formata, armata e controllata dall'esercito che lo stesso GNA dovrebbe controllare.

Tripoli, si legge nel comunicato, accusa la milizia di essere “un organo di sicurezza parallelo” (forse il termine giusto è “eversivo” ma la parola non compare da nessuna parte) formato in buona parte da gruppi armati di Misurata e con l'obiettivo di combattere lo Stato Islamico e garantire la sicurezza delle istituzioni statali libiche, delle missioni diplomatiche e dei cittadini stranieri presenti in Libia. Questa nuova milizia ha fatto il suo ingresso a Tripoli venerdì 10 febbraio e secondo fonti locali citate da Jeune Afrique molti gruppi che compongono questa “Guardia Nazionale” sarebbero fedeli al generale Khalifa Haftar: il GNA non è in grado di controllare tutto il territorio libico, e nemmeno l'intera capitale Tripoli, e se questa notizia fosse confermata significherebbe che il generale Khalifa Haftar si è riuscito a garantire uno strapotere che va molto oltre il governo di Tobruk e l'amicizia con Russia ed Egitto.

Il problema di fondo, alla fine, è soltanto uno ma sembra insormontabile: la totale assenza di fiducia tra le parti in causa.