Libia, il golpe inesistente e il ritorno della Jamahiriya: che cosa sta accadendo?

Rivoluzione Libia
Un combattente ribelle libico cammina di fronte a un murales anti-Gheddafi con in mano un kalashnikov nei pressi della città di Yafran, nella Libia occidentale. 5 agosto 2011. REUTERS/Bob Strong

Nel pomeriggio del 12 gennaio 2017 a Tripoli, capitale della Libia, alcune milizie riconoscibili come fedelissimi di Khalifa Ghweil, l'ex premier del disciolto “governo di salvezza nazionale” libico, un governo islamico, hanno assaltato le sedi di tre ministeri - Difesa, Economia e Giustizia - assumendone il controllo. Afrigatenews, al-Arabiya Egypt e Erem News sono stati i primi network informativi a darne notizia, scrivendo che questa azione era parte di un nuovo golpe operato da Ghweil.

Il quale, lo scorso ottobre, era stato protagonista di un altro tentativo fallito di colpo di Stato contro il governo di unità nazionale tripolitano. Nella serata del 12 gennaio il neo-ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Perrone, intervistato da Radio Radicale in collegamento telefonico proprio da Tripoli, ha fortemente ridimensionato le notizie dell'assalto e del golpe che parte della stampa nazionale ha lievemente gonfiato: “Non mi risulta nessun golpe in atto e le sedi istituzionali nelle quali opera il governo di accordo nazionale guidato da Serraj continuano a lavorare […] sembra che ci siano dei movimenti di uomini vicini a Ghwell in alcuni uffici, più che in sedi del governo”.

Nel frattempo però Ghweil compariva in televisione annunciando di aver preso il controllo di alcune istituzioni statali ma in serata la Reuters scriveva che “le cose a Tripoli sono tornate alla normalità”. Insomma, il solito caos informativo che si amplifica in paesi come la Libia, dove ognuno racconta la propria verità alla quale bene o male un po' tutti decidono di credere. Interessante in effetti è osservare come la notizia si sia diffusa: è stata data inizialmente da network arabi - in particolare da al-Arabiya Egypt - che citavano fonti golpiste. Poche ore prima del fantomatico golpe il generale Khalifa Haftar, che governa le milizie di Bengasi a capo di un governo non riconosciuto dalle Nazioni Unite e che cerca in ogni modo di delegittimare il governo tripolitano sostenuto invece dall'ONU, si è incontrato con gli emissari di Vladimir Putin a bordo della nave russa Ammiraglio Kunetzov. A bordo della portaerei Haftar ha assistito ad alcune dimostrazioni aeronautiche, si è collegato con il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, ha scambiato pareri ed opinioni con i comandanti dell'esercito e dell'aviazione. Qualche ora dopo hanno cominciato a circolare le notizie sul golpe a Tripoli e le informazioni della sezione egiziana di al-Arabiya sono state riprese da Sputnik, network russofilo vicino al Cremlino - una delle “voci della Russia” all'estero - e amplificate in tutto il mondo. Egitto e Russia sono i due Paesi più vicini all'amministrazione che fa capo al generale Haftar, il quale da mesi attua una campagna molto dura per screditare l'esecutivo di Serraj.

Insomma, il nuovo golpe in Libia non è un golpe, non è nuovo e, in buona sostanza, è tutta fuffa. Per capirci: una delle “sedi ministeriali” - quella della Difesa - assaltate dagli uomini di Ghweil è in realtà stata trasferita mesi fa e l'edificio assaltato è in realtà non operativo. Inoltre tutti e tre gli edifici assaltati si troverebbero fuori dal distretto Saladeen di Tripoli, dove hanno sede tutti i ministeri ufficiali del governo guidato da Serraj, in una zona fuori dal controllo dell'esecutivo. Nessuna occupazione di ministeri dunque, nessun colpo di stato, ma certamente una situazione molto delicata che va tenuta sotto osservazione: appena il 10 gennaio scorso l'ambasciatore italiano Perrone si era insediato a Tripoli, il primo diplomatico straniero a tornare in Libia dalla chiusura di tutte le ambasciate nel 2014, in segno di una rinnovata partnership e dell'amicizia che l'Italia ha con la Libia, chiunque sia a tirarne le fila. Una partnership importante che tuttavia, secondo gli ultimi risvolti, potrebbe declinarsi rispolverando il tragico accordo di cooperazione bilaterale Italia-Libia, quello che l'allora Ministro degli Esteri Massimo D'Alema prima e il fu Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi poi cercarono, proposero ed ottennero alla corte di Muammar Gheddafi: la priorità del governo italiano in Libia, in questo momento, riguarda i flussi migratori e prende corpo nel comparto sicurezza, più che in quello politico-umanitario.

L'accordo Italia-Libia che oggi tutti sembrano voler rispolverare prevedeva il monitoraggio delle coste e del mare con i satelliti, collaborazione militare per contenere le partenze dei migranti, addestramento e forniture di mezzi ai libici, monitoraggio dei confini terrestri della Libia, sopratutto a sud. Quel trattato inoltre prevedeva, tra i principi, il rispetto dei diritti umani con riferimento alle più importanti e complete convenzioni internazionali in materia ma come la storia dimostra nella risposta di Gheddafi alla primavera libica di rispetto dei diritti umani non ci fu nemmeno la più vaga intenzione. Ed erano passati meno di tre anni dalla ratifica del trattato. Questa rinnovata fiducia alla Jamahiriya, lo stato socialista libico creato da Gheddafi e crollato con la rivoluzione del 2011, è un elemento fortemente critico nella nuova cooperazione tra Italia e Libia e, più in generale, tra l'Europa e la Libia: se l'obiettivo è fermare le partenze allora tanto vale bombardare i porti libici decollando da Sigornella.