Libia, l'unica cosa responsabile da fare è aiutare la gente a fuggire

Arjan Hehenkamp
Il direttore di Medici Senza Frontiere Arjan Hehenkamp al termine della conferenza stampa sulla Libia organizzata alla sede dell'Associazione Stampa Estera. Roma, Italia, 3 aprile 2017. © Andrea Spinelli Barrile

Intervenendo ad un incontro con i giornalisti organizzato dall'Associazione Stampa Estera a Roma per fare il punto sulla crisi in Libia il direttore generale di Medici Senza Frontiere Arjan Hehenkamp ha descritto una situazione ai limiti del surreale: “È semplicemente impossibile per la Libia avere un ruolo in qualsiasi soluzione”.

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Lo scenario descritto da Hehenkamp è sconfortante: MSF opera in 7 campi di detenzione, dove i migranti vengono trattenuti “contro la propria volontà e spesso a tempo indeterminato” e dove la ong svolge un ruolo di assistenza medica che altrimenti sarebbe inesistente. La detenzione dei migranti è lunga il tempo utile ai loro carcerieri per estorcere loro quanto più denaro possibile: familiari, amici, gli stessi migranti vengono taglieggiati, minacciati, picchiati, torturati e venduti come schiavi, il tutto nella totale impunità per chi commette questi crimini. “Le autorità della Libia non controllano nemmeno l'intera città di Tripoli” ha detto Hehenkamp ai giornalisti: “La città è controllata da diversi attori, principalmente milizie che controllano strade, quartieri, garantiscono la sicurezza, etc. Per me è stata una sorpresa vedere come le milizie controllano la situazione: […] tutti i centri di detenzione sono controllati dalle milizie.

Hehenkamp non è riuscito a fornire un numero reale sul totale dei centri di detenzione per migranti, ma quello che ha visto nei 7 centri dove opera MSF fa raggelare il sangue: le autorità pubbliche, quelle riconosciute dalla comunità internazionale e che governano Tripoli, non sono presenti in alcun modo in questi luoghi, che vengono amministrati direttamente dalle milizie, ognuna con differenti intenzioni sul cosa fare e come farlo e spesso in conflitto tra loro: “Le autorità non controllano questi centri, sono le milizie a farlo e gli altri possono solo accettarlo” ha dichiarato, spiegando come il ruolo di ONG come MSF sia importante: “Se non ci fossimo noi non ci sarebbe assistenza medica”.

Hehenkamp è una persona che, nell'arco della sua vita professionale, ne ha viste letteralmente di cotte e di crude “ma quello che è oggi la Libia è stato anche per me uno shock” ha raccontato: “Le persone vengono detenute in maniera arbitraria e in condizioni orribili, vengono chiesti riscatti alle loro famiglie: tutti i migranti presenti in Libia in questo momento sono, di fatto, dei detenuti. […] In Libia le persone non hanno più alcuna dignità, alcuna forza, sono completamente alla mercé di chi li detiene e li sevizia: se vuoi scappare paghi la milizia e sei libero” salvo venire ricatturato poco dopo, magari da qualche altra milizia. E dover ricominciare daccapo. Non esiste alcuna via di scampo se non il mare: “Il 40 per cento dei migranti vengono costretti a salire sulle barche” ha spiegato Hehenkamp. “Queste persone rappresentano solo una fonte di reddito per chi li possiede, sono merce di scambio che cammina e oggi in Libia ci sono diverse centinaia di migliaia di migranti in queste condizioni: una situazione di emergenza che costringe anche le organizzazioni non governative a lavorare nella totale insicurezza, dovendo affrontare quotidianamente rapimenti, richieste di riscatto, sparatorie e violenze indicibili.

“Alcuni di loro mi hanno raccontato gli abusi che subiscono sussurrandomi di nascosto per paura di ritorsioni” ha denunciato Hehenkamp: molte donne provenienti da Eritrea e Sudan assumono contraccettivi prima ancora di partire per il lungo viaggio attraverso il deserto, consapevoli degli orrori che dovranno subire durante la detenzione in Libia. Sballottati da una prigione all'altra, venduti da una milizia all'altra, taglieggiati e derubati di ogni cosa e, nonostante tutto, partono ugualmente, disposti ad affrontare le violenze più terribili e ignote al posto della certezza di vivere vite spesso altrettanto violente nei paesi di origine.

La situazione della Libia descritta dal direttore generale di MSF è una situazione catastrofica nella quale è immerso un governo, quello di al-Serraj, che nulla può e nulla fa, ragion per cui i diversi trattati firmati fin qui tra l'Unione Europea e la Libia e tra l'Italia e la Libia sono, in realtà, vera e propria carta straccia: “Non solo è impossibile pretendere accordi con la Libia. È anche pericoloso: oggi non c'è altro modo di dimostrare responsabilità se non aiutando le persone di fuggire da lì”. Cosa che, è piuttosto noto, l'Europa e l'Italia non sembrano intenzionate a fare: “Ciò che l'Europa sta facendo è, invece, chiudere ogni passaggio e sbarrare sistematicamente la strada verso luoghi sicuri”. Una politica, ha denunciato Hehenkamp, che aggrava le condizioni di vita dei migranti e, in generale, aggrava il caos libico.

Immaginare “la sicurezza” oggi in Libia significa raccontarsi una storia di fantasia: il dramma libico si è cronicizzato, oggi le vittime sono ex-lavoratori migranti che vivevano in libia da decenni catturati per la strada e reclusi senza ragione. Ma questa fantasia, questa storia ben confezionata, è la stessa che si raccontano tra loro, e che raccontano ai cittadini, i governi europei: “Hanno spostato le loro ambasciate a Tunisi, vista la situazione di insicurezza, e le poche presenze sul territorio non riescono a fare abbastanza” ha detto il direttore di MSF intendendo, con queste parole, il lavoro dell'ambasciata italiana in quel di Tripoli.

E allora che cosa si fa?

MSF lavora direttamente nei centri di detenzione, nonostante questi siano controllati dalle milizie, e lo fa proprio nell'ottica di quello spirito umanitario che guida le azioni dell'organizzazione di cui fa parte Hehenkamp. Ma MSF opera anche in mare, un fatto noto a tutti sopratutto in questi giorni in cui tiene banco una triste e sterile polemica sulle “navi che vanno a prendere i migranti direttamente in Libia”, alimentata anche dalle critiche mosse da Frontex proprio sulla presunta “collusione” delle ong con i trafficanti di esseri umani: “È molto difficile dare una risposta seria a queste accuse. […] Siamo in vista di elezioni in Francia, Germania e Italia e quindi il rischio politico è molto alto. L'obiettivo quindi è fermare i flussi, scoraggiare le partenze, per assecondare così l'opinione pubblica: è in atto un disegno per intimidire le ong e far calare le donazioni dei privati” ha denunciato con forza Hehenkamp rigettando ogni accusa al mittente: “In mare operiamo sempre fuori dalle acque libiche e i soccorsi vengono coordinati dal Centro di Controllo di Roma, che è sempre messo al corrente di ogni intervento e che è a conoscenza di ogni nostro movimento” ha spiegato. Di fatto ogni polemica è priva di ogni fondamento, ed è piuttosto triste che si debba specificare.

I governi europei, e oramai l'intero scibile politico del vecchio continente (da destra a sinistra passando per l'antipolitica e quant'altro), stanno cercando di adottare soluzioni volte a “fermare le partenze”: una scelta che dovrebbe implicare delle responsabilità chiare che, tuttavia, i governi mostrano di non volersi assumere. L'unico obiettivo è “far cassa” elettorale in vista delle prossime elezioni, mentre a poche centinaia di chilometri la situazione è di totale insicurezza e illegalità. Continuare a forzare politiche che ci permettano di non vedere e non sentire gli orrori che avvengono continuamente in Libia, prima o poi, sarà un nodo importante da sciogliere per i pettini europei.