L'Italia rischia di tornare nell'occhio del ciclone finanziario: ecco le tre bombe a orologeria che minacciano il Belpaese

Piazza Affari - Cattelan
Repertorio - La scultura di Maurizio Cattelan davanti alla sede di Borsa Italia Palazzo Mezzanotte in Piazza degli Affari a Milano, Reuters/Stefano Rellandini

Sui mercati sale la temperatura del termometro che misura il rischio Italia. Nei giorni scorsi Bloomberg ha annunciato che Pimco, uno dei più grandi fondi di investimento al mondo, ha ridotto la sua posizione sull’Italia. Un numero sempre crescente di banche d’affari e operatori avvertono che l’Italia potrebbe essere l’epicentro del prossimo terremoto che investirà l’Eurozona.

Bank of America Merrill Lynch, dice Bloomberg, raccomanda ai clienti di cercare investimenti al di fuori dell’Italia, Deutsche Bank AG ha lasciato la sua posizione sul debito italiano e JP Morgan preannuncia il balzo dello spread.

Ma perché c’è così tanta preoccupazione intorno al Belpaese? Le principali incognite che pesano sull’Italia sono tre: le elezioni anticipate a ridosso del delicato appuntamento con la legge di stabilità; la bomba ad orologeria delle banche, Veneto Banca e Popolare di Vicenza in primis che rischiano con il bail-in di infettare tutto il sistema; e la fine del Quantitative Easing della BCE. Nelle nuove proiezioni pubblicate giovedì 8 giugno, la Banca centrale europea ha archiviato il taglio dei tassi confermando che la correzione della rotta procederà lentamente, ma è sempre più vicina.

Questo trittico di incognite sta creando molta apprensione sui mercati e il fatto che le più grandi banche d’affari del mondo consiglino ai clienti di ridurre le posizioni sull’Italia non è certamente un bel segnale. L’Italia non riesce proprio ad uscire dal pantano, non ha fatto progressi nemmeno nell’ultimo anno con la BCE a guardarle le spalle, la congiuntura economica internazionale favorevole e la flessibilità necessaria per fare la riforme.

Nell’ultimo rapporto OCSE si conferma che l’Italia crescerà nel 2017 dell’1%, ma nel 2018 tornerà intorno allo 0,8% “il valore più basso fra tutte le principali economie”. Siamo e resteremo anche il prossimo anno ultime della classe e con le tre bombe pronte ad esploderci in mano, il Paese rischia di tornare ancora una volta nell’occhio del ciclone finanziario.

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La BCE e l’inevitabile


Lo scudo della BCE non può durare per sempre. Lo sapevamo fin dall’inizio e ora che il Quantitative Easing si avvia alla chiusura dei rubinetti, inizia a farci paura.

Nell’ultimo board a Francoforte Mario Draghi ha fatto il punto sull’economia dell’Eurozona: la crescita si rafforza, ma l’obiettivo dell’inflazione si allontana. Con la revisione al rialzo della crescita del primo trimestre la BCE stima un risultato a fine anno del +2%. Ma l’inflazione, ora prevista all’1,5% per il 2017 è più bassa rispetto alla stima precedente e resta lontana dal 2% indicato come traguardo.

La svolta della BCE per il ritorno alla normalizzazione della politica monetaria quindi non è dietro l’angolo, ma la discussione su cosa fare dopo la fine del QE a dicembre è rimandata al prossimo settembre. Intanto però Draghi ha lanciato un monito ai Paesi con conti pubblici fragili e bassa crescita: “Saranno loro i più colpiti quando arriverà un rialzo dei tassi d’interesse”. L’allarme è un chiaro riferimento all’Italia, il Paese con la crescita più debole dell’intera Eurozona e debito tra i più pesanti. Draghi ha ricordato che la BCE “non è qui per sostenere i bilanci pubblici dei Paesi” a cui chiede di impegnarsi per “resuscitare la crescita”.

Insomma la svolta non è dietro l’angolo, ma le parole di Draghi suonano, ancora una volta, come un tentativo di svegliare i Paesi come l’Italia che si troveranno in grosse difficoltà quando la BCE chiuderà i rubinetti. Con la fine del QE i membri dell’Eurozona dovranno trovare altri investitori disponibili a subentrare alla BCE nell’acquisto mensile di miliardi di titoli di Stato. Per farlo è necessario arrivare all’appuntamento in grande spolvero, presentarsi come un Paese solido e credibile non in balìa delle proprie debolezze.

Banche, bail-in e il rischio contagio


L’Italia è alle prese con la questione bancaria ormai da diverso tempo. L’aver rinviato fino allo sfinimento i problemi del comparto bancario non ha giovato alla loro risoluzione, ma solo incancrenito debolezze e aumentato le fragilità. Dopo tanta fatica la vicenda di MPS sembra essere avviata verso la risoluzione, ma sono ancora molti i passi da fare prima di poter cantare vittoria sulla banca senese.

Ma ad oggi la vera bomba a orologeria sono le due banche venete. Veneto banca e la Popolare di Vicenza nel marzo scorso hanno chiesto l’intervento dello Stato per portare e termine la ricapitalizzazione chiesta delle autorità europee prima di convolare a nozze. La situazione però è precipitata con l’ulteriore richiesta di un intervento privato da 1,25 miliardi da anteporre all’intervento statale. Al momento pare che non ci siano Cavalieri bianchi all’orizzonte e il rischio risoluzione e bail-in è sempre più concreto.

Se naufragasse la ricapitalizzazione precauzionale la strada sarebbe segnata e le due venete sarebbero il primo banco di prova del bail-in che prevede il coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti tutti e correntisti oltre i 100mila euro. Il rischio contagio e panico sarebbe altissimo.

Elezioni anticipate al profumo di legge di bilancio


Forse la preoccupazione più grande dei mercati è che l’Italia vada al voto anticipato e si trovi con un Parlamento diviso, Paese ingovernabile, o ancora peggio, con le forze euroscettiche alla guida. L’ingovernabilità e la supremazia del populismo sono il vero incubo dei mercati.

Avere un Parlamento paralizzato è l’ultima cosa di cui un Paese che necessita di riforme avrebbe bisogno. A Roma si discute da mesi di legge di stabilità, trovato incredibilmente l’accordo sul modello tedesco, i quattro partiti principali PD, M5S, FI e Lega hanno promesso il voto lampo sulla legge elettorale ed elezioni a settembre. Il piano è naufragato con il voto in Parlamento e si deve iniziare tutto da capo.

Fatto sta che ottobre è il mese della legge di bilancio, un appuntamento importante e particolarmente delicato per l’Italia considerati i quasi 20 miliardi di clausole di salvaguardia che prevedono aumenti automatici dell’IVA dal primo gennaio 2018. Chi farà la legge di bilancio? Chi cercherà le risorse per disinnescare le clausole?

Se dalle elezioni uscisse un Parlamento spaccato e nessuna chiara maggioranza i partiti saranno costretti a fare accordi, alleanze o tornare al voto in una drammatica spirale di instabilità politica che porta inevitabilmente al caos economico. L’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno.