L'OPEC non taglia, anzi aumenta la propria produzione di petrolio

di 04.12.2015 18:00 CET
Petrolio
Una conferenza stampa dell'OPEC Reuters/Heinz-Peter Bader

Nonostante il prezzo del petrolio resti intorno a 40 dollari al barile e vi sia una grande abbondanza di oro nero sul mercato, l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) ha deciso di non tagliare l'offerta di petrolio, e anzi ha deciso di aumentarla leggermente da 30 a 31,5 milioni di barili al giorno.

Arabia Saudita e Iran avevano ben detto che avrebbero mantenuto la propria produzione ai livelli attuali nonostante i bassi prezzi globali, e l’aumento della produzione dovrebbe avvenire più sulla carta che nella realtà, anche se non ci sono ancora conferme a riguardo.

Uno dei motivi riguarderebbe l’Iran, che aveva detto che avrebbe aumentato le vendite di petrolio a seguito della fine delle sanzioni, che dovrebbe arrivare il prossimo anno. Questo dovrebbe significare che sul mercato arriveranno ulteriori 500000 barili al giorno nei primi mesi del 2016, per arrivare in seguito a un milione di barili.

L’altro milione di barili aggiuntivi dovrebbe arrivare dall’Indonesia, che attualmente produce all’incirca 900mila barili al giorno, ma che non faceva più parte dell’OPEC dal 2009 e vi rientrerà a breve.

Ad ogni modo l’offerta di petrolio non è stata tagliata, e anzi la quota OPEC, che copre un terzo del totale, aumenterà leggermente: questo implica che i bassi prezzi del petrolio sono destinati a rimanere tali nel prossimo futuro. Attualmente l’offerta di petrolio supera la domanda per circa 1,5-2 milioni di barili al giorno e questo gap potrebbe aumentare ulteriormente quando le sanzioni iraniane verranno eliminate. Va inoltre considerato che anche l'Iraq dovrebbe aumentare la propria produzione di oro nero nei prossimi mesi.

Infine bisogna ricordare che la quota fissata dall'OPEC non è rispettata fermamente: da alcuni anni, infatti, i Paesi sono liberi di produrre quanto petrolio desiderano, cosa che ha funzionato fintanto che la domanda e l'offerta OPEC hanno camminato insieme: l'Arabia Saudita ha sempre difeso le esportazioni di petrolio per impedire che i clienti iniziassero a interessarsi di carburanti alternativi. Negli ultimi mesi però la domanda di petrolio è calata, mentre è aumentata l'offerta di petrolio non convenzionale, ovvero il gas di scisto, oltre che quella di Paesi non OPEC. L'Arabia è quindi intervenuta per stroncare questi mutamenti del mercato e difendere la propria quota di mercato.

Venezuela, Ecuador e Algeria sono state colpite puramente dai bassi prezzi del petrolio e hanno fatto pressione sull'Arabia Saudita perché la produzione venisse tagliata: il petrolio Brent è crollato dai massimi sopra cento dollari al barile un anno fa contro gli attuali circa 42 dollari. La Russia, che non fa parte dell'OPEC, è stata a sua volta colpita duramente dal crollo dei prezzi. Sui mercati il valore del greggio è attualmente ai minimi da 6 anni, e molti di questi Paesi hanno bisogno di un prezzo molto più alto per raggiungere il pareggio di bilancio. Tuttavia l'Arabia Saudita, il maggior Paese produttore, può permettersi di tenere la produzione (e i prezzi) ai livelli attuali grazie a un cuscinetto di liquidità creato con le vendite di petrolio effettuate negli prezzi passati.

Se i Paesi dell’OPEC dovessero tagliare la produzione, infatti, altri Paesi che non appartengono al cartello potrebbero rubare clienti ai Paesi dell’organizzazione, senza che questo contribuisca ad alzare i prezzi. L’Arabia Saudia, grazie al suo cuscinetto di liquidità, può permettersi con relativa tranquillità di assistere all’implosione della concorrenza causata dai persistenti bassi prezzi del greggio: i produttori di shale oil statunitensi, oggi in gravissima crisi dopo anni di boom, ne sanno qualcosa.