L'OPEC taglia la produzione e mette fine alla guerra del petrolio (E forse anche all'era dell'oro nero)

Petrolio: torre di trivellazione
Una torre di trivellazione in una foto Reuters

La decisione è arrivata piuttosto sorpresa. I paesi dell'OPEC, l'organizzazione dei principali paesi esportatori di petrolio, riuniti ad Algeri, Algeria, hanno deciso di tagliare la produzione di petrolio per la prima volta in otto anni, spinti probabilmente dalla fame di risorse fiscali di cui molti paesi hanno bisogno, in diversi casi, come il Venezuela, per motivi brutali di sopravvivenza.

Il taglio nella produzione dovrebbe essere di 750mila barili al giorno, portando la produzione dell'OPEC, che rappresenta circa un terzo di quella totale, sui 32,5 milioni di barili al giorno, un livello comunque molto alto.

Non si sa ancora chi dovrà sopportare l'entità della taglio, e probabilmente ci sarà un paese che dovrà tagliare più di un milione di barili al giorno, per fare spazio ad alcuni paesi che hanno chiesto di poter aumentare la propria produzione. Questo paese è l'Arabia Saudita, che è sempre stato l'ago della bilancia delle decisioni dell’OPEC. La decisione su chi dovrà tagliare la propria produzione verrà presa nella riunione di novembre.

Arabia Il principe della Corona Muhammad bin Nayef dell'Arabia Saudita durante l'assemblea dell'ONU del settembre 2016  REUTERS/Lucas Jackson

L’Arabia Saudita dovrà probabilmente tagliare più di un milione di barili al giorno, perché oltre a dover sopportare il taglio della produzione totale da 750 mila barili sarà necessario fare spazio a quei paesi che hanno chiesto di aumentare la propria produzione, come il nemico storico dell'Arabia Saudita, ovvero l'Iran, che ha intenzione di aumentare la propria produzione di 400 mila barili a quota 4 milioni, e portandosi quindi a livelli del 2012, prima che venissero imposte le sanzioni internazionali. Altri paesi potrebbero ottenere momenti della produzione, come Nigeria e Libia, la cui produzione negli ultimi mesi è stata ridotta a causa di sabotaggi, attacchi e guerra civile, e che hanno quindi enormi necessità di cassa per sperare di riportare ordine nel caos dei propri confini.

Questa decisione avrà probabilmente effetti positivi su molti paesi dell'OPEC, che hanno subito profonde crisi fiscali generate dal tracollo dei prezzi del petrolio da ben oltre 100 dollari al barile fin sotto i venti dollari all'inizio di quest'anno. Attualmente l'oro nero ondeggia intorno a 50 dollari al barile, e in molti casi si tratta di una quota ancora insufficiente a coprire il fabbisogno fiscale di questi paesi, la cui economia è di solito molto poco diversificata e quasi completamente dipendente dal petrolio.

Alcuni paesi, come la stessa Arabia Saudita, potranno tirare un sospiro di sollievo almeno per qualche tempo, in attesa di trovare la strada giusta per diversificare la propria economia per un’era post-petrolifera. Tuttavia per altri, come il Venezuela, i problemi potrebbero essere destinati a continuare, se si considera che pur galleggiando letteralmente su un oceano di petrolio, Caracas ha bisogno di investimenti (che non può permettersi, rebus sic stantibus) per poter esportare il proprio petrolio, di qualità inferiore a quello mediorientale, oppure, come sta già succedendo, continuerà ad essere costretta a importare petrolio di migliore qualità da altri paesi, compreso il 'diavolo statunitense', da miscelare al proprio.

La decisione dell’OPEC potrebbe far segnare anche la fine della guerra tra Arabia Saudita e Shale oil, ovvero il petrolio estratto dalla frantumazione delle rocce che ha portato ad un Rinascimento in vecchie industrie petrolifere come quelle del Nord America, in particolare degli Stati Uniti, che sono stati per un breve periodo addirittura il primo produttore di petrolio al mondo.

Petrolio Russia Degli uomini osservano una stazione di perforazione petrolifera a Nefteyugansk, Siberia Occidentale, Russia.  REUTERS/Sergei Karpukhin/File Photo

Se l'accordo dovesse reggere, è possibile che il petrolio si riporterà stabilmente sopra quota 50 dollari al barile, anche se è abbastanza improbabile che ritorni a breve termine sui livelli di due anni fa, sopra i 100 dollari.

È necessario, infatti, tenere in considerazione che nonostante tutto il mercato ha un eccesso di produzione probabilmente superiore ai 2 milioni di barili, eccesso che potrebbe non sparire a breve sia perché molti paesi non OPEC potrebbero decidere di tenere stabile o addirittura aumentare la propria produzione per approfittare nella frenata dell’OPEC, sia perché in molti paesi, in particolare quelli occidentali, si sta assistendo ad una forte spinta verso l'efficienza energetica e l'utilizzo di fonti di energia alternative, che hanno usato una riduzione strutturale per la domanda di petrolio, che riceverà con buona probabilità una spinta ulteriore dall'aumento dei prezzi del petrolio.

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In definitiva, la decisione di mercoledì dei maggiori produttori di petrolio al mondo, se da un lato permetterà ancora per qualche tempo la sopravvivenza dei regimi petroliferi, dall'altro potrebbe essere un primo passo verso un'era in cui non sarà più il petrolio la principale fonte di energia del pianeta. Per le economie dipendenti dal petrolio potrebbe trattarsi dell'ultimo treno per prepararsi ad un futuro in cui non basterà trivellare per sopravvivere.

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