​L’orso dai piedi di argilla: l’economia russa dopo il petrolio

di 08.09.2016 15:00 CEST
Petrolio in Russia
Un camion che trasporta carburante transita vicino alla compagnia Lukoil nel sito produttivo di Kogalym, in Russia REUTERS/SERGEI KARPUKHIN

Che il petrolio offra ai Paesi produttori una importante fonte di valuta estera è fuor di dubbio. Che sia fonte di stabilità economica e ricchezza per la popolazione non è sempre vero.

Tra i maggiori produttori di petrolio, la Russia, oramai da alcuni anni, si contende con l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti il primato mondiale. Le prime posizioni variano in base alla classe merceologica, ma certamente i tre Paesi staccano di molti milioni di barili quelli che seguono: Cina, Canada, Iraq, Iran, Emirati Arabi e Brasile, molto più in giù la Nigeria, primo Paese africano ed ancora più in basso la Norvegia, primo Paese europeo.

Secondo un’analisi comparata sui principali Paesi esportatori di petrolio greggio condotta dall’Observatory of Economic Complexity, l’Arabia Saudita nel 2014 era il primo Paese della lista ed aveva immesso sul mercato un volume pari a 232 miliardi di dollari, subito dopo la Russia con 155 miliardi e via via tutti gli altri, Canada, Emirati Arabi, Nigeria.

Se escludiamo dalla lista dei Paesi esportatori il Canada, in quanto dotato di una struttura industriale evoluta che permette un export sufficientemente variegato, per gli altri, Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi e Nigeria, i prodotti petroliferi (petrolio greggio, raffinato e gas) rappresentano la principale fonte di ricchezza e più del 50% delle esportazioni: per la Russia e gli Emirati Arabi circa il 65%, per la Nigeria e l’Arabia Saudita addirittura più dell’80 %.

I PROBLEMI DI DIPENDENZA DAI RICAVI PETROLIFERI

La caduta del prezzo del greggio degli ultimi anni ha naturalmente avuto delle ripercussioni sulle economie di questi Paesi, alcuni hanno retto meglio l’urto, altri sono stati colpiti in pieno ed hanno difficoltà a riprendersi. Se analizziamo il Prodotto Interno Lordo, verifichiamo che quasi tutti i Paesi hanno registrato una crescita percentuale (GDP 2015 annual % growth ): gli Emirati Arabi e l’Arabia superiore al 3%, la Nigeria di poco inferiore. L’unico Paese che invece ha registrato un decremento del PIL in termini percentuali (-3.7%) è la Russia.

Per la Nigeria, anche grazie a nuove procedure di calcolo introdotte nel 2013, risulta evidente come l’economia sia più diversificata rispetto al passato: l’estrazione del petrolio rimane fondamentale, ma risorse rilevanti provengono anche dal settore agricolo e da quello manifatturiero, oltre che da quello delle telecomunicazioni. Rimane comunque un Paese dalle fortissime sperequazione, in cui oltre il 60% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e dove la corruzione dilagante e le violenze continuano a scoraggiare gli investimenti stranieri.

Gli Emirati Arabi hanno ormai da tempo diversificato l’economia e la rendita derivante dalle attività petrolifere incide molto meno che in passato sul PIL: dal 60% degli anni ‘80 si è arrivati al 30% degli ultimi anni e questo naturalmente ha contribuito ad attutire il colpo della caduta del prezzo del petrolio. Qualche mese fa è stato lanciato il “Dubai Industrial Strategy Plan”, che in un orizzonte temporale di 15 anni, mira ad intervenire in settori strategici:  apparecchiature mediche e prodotti farmaceutici, settore aerospaziale, settore nautico, con l’intento di migliorare ancora la competitività dell’industria nazionale e permettere all’economia di affrancarsi progressivamente dal petrolio.

L’Arabia Saudita, considerando il forte peso del settore petrolifero, che costituisce più del 40% del PIL, ha subito naturalmente delle ripercussioni importanti: dopo anni di surplus di bilancio, il 2014 ed il 2015 si sono chiusi con un deficit e questo ha fatto scattare un campanello di allarme, nonostante le enormi riserve di valuta stimate tra i 600 ed i 700 miliardi di dollari. Qualche mese fa, probabilmente cogliendo i segnali di allarme, è stato varato il Saudi Vision 2030, un piano che mira a ridurre la dipendenza dell’economia saudita dai mercati petroliferi. Attraverso la liberalizzazione di settori rilevanti dell’economia ed una maggiore apertura agli investimenti internazionali, il piano mira a diversificare l’economia e soprattutto a sganciarla dal petrolio. Nodo cruciale del progetto è la parziale privatizzazione del colosso petrolifero Aramco che dovrebbe essere conglobato nel Saudi public investment fund, che diverrà il più grande fondo sovrano del mondo, con circa 2 miliardi di dollari di asset. In un arco temporale ragionevole, 15 anni, dovrebbero essere quindi i rendimenti di questi investimenti a divenire la più importante fonte delle entrate saudite e non più il petrolio. Intanto qualche mese fa, il Saudi public investment fund si è portato avanti nel lavoro ed ha investito circa 3 miliardi di dollari nell’acquisizione di una quota di Uber.

IL RUOLO DEI FONDI SOVRANI

Proprio i fondi sovrani giocano un ruolo fondamentale per stabilizzare le economie dei Paesi esportatori di petrolio e per renderle meno esposte alla volatilità dei prezzi delle materie prime. Tra i principali fondi sovrani, quattro appartengono a Paesi esportatori di petrolio: il Qatar Investment Authority, il Kuwait Investment Authority ed i due giganti, Abu Dhabi Investment Authority ed il primo della lista, il Government Pension Fund della Norvegia.

Dal 2011 anche la Russia ha un proprio fondo sovrano, il Fondo Russo per gli Investimenti Diretti (RDIF). Con una dotazione di soli 10 miliardi di dollari, il fondo non è stato in grado di incidere seriamente nelle politiche economiche e non è riuscito a controbilanciare le minori entrate derivanti dal calo del prezzo del petrolio. Inoltre, il fondo, pur investendo in molti settori, è intervenuto sostenendo progetti solo nella Federazione Russa, assorbendo quindi le tendenze negative dell’economia nazionale.

I PROBLEMI DELLA RUSSIA

Per la Russia il contraccolpo dovuto alla caduta del prezzo del greggio è stato decisamente preoccupante. Le sanzioni economiche occidentali hanno avuto il loro peso, soprattutto sulle aziende e sulle banche statali a cui è precluso l’accesso ai finanziamenti internazionali a lungo termine, ma le principali cause sono altre: la debolezza e le inefficienze del settore industriale e la scarsissima diversificazione dell’economia: quasi il 35% del PIL russo poggia sui proventi dei prodotti petroliferi.

Nel 2014, il governo ha approvato la Legge Federale n. 488 e varato un “programma di sostituzione delle importazioni” con l’obiettivo di rendere la Russia, nell’arco di poco più di 5 anni, meno dipendente dalle importazioni di prodotti stranieri e di dotarla di una struttura industriale più variegata. Il piano, in effetti, dai contorni abbastanza fumosi e con un crono programma così ristretto, quasi irrealizzabile se declinato nella sua interezza, sembra più una risposta politica alle sanzioni occidentali che un vero piano studiato per rendere il Paese meno dipendente dalle esportazioni di petrolio.

Al momento, comunque, tutto sembra andare nella direzione opposta. Nel 2016 la produzione di petrolio e di gas naturale della Russia è infatti aumentata, raggiungendo un nuovo massimo storico (oltre 10,5 milioni di barili di petrolio e 1,54 miliardi di metri cubi di gas al giorno). Il prezzo del petrolio ai minimi e la produzione ai massimi, un paradosso spiegato dalla necessità di coprire le falle del budget Federale.

Qualche settimana fa, il ministro russo per le risorse naturali Sergei Donskoi, ha ammesso che la Russia dispone di riserve, pari a 14 miliardi di tonnellate, per poco più di 25 anni. Il riferimento è alle riserve di petrolio che, ai prezzi attuali, risulta economicamente valido estrarre ed ai giacimenti più facilmente raggiungibili. Per poter continuare ad operare, oltre l’arco temporale indicato da Donskoi, la Russia dovrà necessariamente cominciare ad estrarre da giacimenti più difficili, ma per poterlo fare avrà bisogno di tecnologia di cui non dispone. A questo punto le conseguenze delle sanzioni occidentali potrebbero divenire devastanti. Le sanzioni europee e nordamericane colpiscono infatti anche l’esportazione di tecnologia per l’industria petrolifera, le prospezioni in acque profonde e per l’olio di scisto: ciò che la Russia riesce ad estrarre oggi, utilizzando tecniche tradizionali, non potrà essere estratto in futuro se le sanzioni dovessero permanere.

Una visione a corto raggio indubbiamente, quella della Federazione Russa che trova il suo opposto nella politica energetica di altri Paesi, che seppur dotati di ricchezze e materie prime, hanno avviato progetti innovativi e piani a medio e lungo termine. La Norvegia, per esempio, principale Paese europeo produttore di petrolio, ha dato impulso da tempo oramai a politiche di diversificazione industriale proprio per emanciparsi dall’economia del greggio. Se da un lato quindi la Russia è costretta a pompare sempre più petrolio per sopperire ad inefficienze ed approssimazione, la Norvegia, dotata di un Fondo Sovrano da quasi 900 miliardi di dollari, può permettersi il lusso di utilizzare per il consumo interno quasi esclusivamente energia di origine rinnovabile e spingere il Government Pension Fund ad incrementare gli investimenti in energie rinnovabili. Certo la Russia non è la Norvegia.

La Russia ha bisogno di progetti seri e di una classe politica lungimirante. Progetti in campo economico e progetti in campo sociale, progetti che consentano una maggiore diversificazione dell’economia, ma al contempo permettano una più equa ridistribuzione della ricchezza; investimenti per dotare il Paese tutto di infrastrutture adeguate e tecnologia evoluta (e non solo ahimè nel settore militare). Progetti che richiedono l’impegno di una classe politica lungimirante e che abbia competenza e visione tali da portare la Russia nel futuro.