L'Unione Africana vuole uscire in massa dalla Corte Penale Internazionale? Sì, ma facendo meno rumore possibile

Unione Africana
Il palazzo dell'Unione Africana ad Addis Abeba, Etiopia. 29 gennaio 2017. REUTERS/Tiksa Negeri

All'Africa la Corte Penale Internazionale sembra proprio non piacere più.

I paesi membri dell'Unione Africana starebbero pensando ad un'uscita in massa dalla Corte Penale Internazionale, cancellando ognuno la sottoscrizione dello Statuto di Roma: è quanto sarebbe emerso domenica 29 gennaio 2017, nelle ultime ore del vertice dell'UA ma a margine di questo, in una riunione a porte chiuse tra diversi leader del continente africano nella quale è stato deciso di studiare la fattibilità di un'uscita di massa dalla CPI.

C'è da dire che è da diverso tempo che all'interno dell'UA si discute di questa possibilità, una questione che si trascina da almeno un anno: fu il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta il primo a proporre quest'ipotesi, il 31 gennaio 2016. In quella data fu messa ai voti dell'assemblea, ed approvata con scrutinio segreto, la proposta di ritirare le firme dei paesi membri dell'UA dallo Statuto di Roma, che istituì la CPI. Un anno fa Kenyatta usò parole durissime nei confronti della Corte, accusata di fatto di perseguire unicamente interessi neo-colonialistici nel totale disinteresse delle popolazioni africane: “Di fronte alla minaccia del terrorismo globale e i costi in termini di vite umane, di fronte alle sfide economiche e in quanto parte del processo di pace nella regione dobbiamo fare qualcosa contro le accuse infondate e politicizzate della Corte Penale Internazionale, che ci allontanano dal nostro dovere di servire pienamente i nostri cittadini e il Continente. Non è per questo che il Kenya ha aderito alla Corte Penale Internazionale […] dobbiamo riaffermare il principio di immunità dei capi di Stato, che va applicato su scala globale, anche in Africa”.

Alla proposta di Kenyatta si sono immediatamente adeguati tre Paesi: il Burundi, dove è in atto una durissima repressione del partito hutu-power sui cittadini tutsi e sugli oppositori al presidente Pierre Nkurunziza, ha votato e approvato una legge che ha decretato la sua uscita dalla CPI, ed è stato seguito in breve tempo dal Sud Africa e dal Gambia, paese che paradossalmente ha dato i natali al procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda. Il Gambia oggi potrebbe rivedere quel voto, il neo-presidente Adama Barrow ha già annunciato l'intenzione di riavvicinarsi alla Corte dell'Aja, ma molti dei suoi colleghi sembrano essere più vicini alla posizione di Kenyatta.

Come avevamo scritto noi di IBTimes Italia nel novembre scorso il prossimo candidato a ritirare la firma dallo Statuto di Roma e lasciare la CPI potrebbe essere la Repubblica del Congo di Denis Sassou Nguesso, dopo l'approvazione di nuove norme costituzionali che sembrano in aperto conflitto con le norme contenute nello Statuto di Roma, ma la decisione di esplorare una possibile uscita di massa ingrandisce non poco la dimensione politica di questa ipotesi: l'arcivescovo sudafricano, e Premio Nobel per la Pace, Desmond Tutu ha più volte sottolineato quella che è la ragione principale per la quale diversi leader africani vogliono l'uscita del proprio paese dalla CPI: l'immunità. Kenyatta lo ha detto chiaramente un anno fa e diversi processi internazionali nei quali si trovano diversi capi e vice-capi di stato africani sembrano in effetti risolvibili solo con la spugna dell'immunità.

La Corte Penale Internazionale è il vero incubo di spericolati personaggi come l'ex-dittatore del Gambia Yahya Jammeh, fuggito dal suo amico Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale che teme le azioni della Corte molto più di un possibile colpo di stato contro la sua persona. Tra i terrorizzati da azioni penali internazionali ci sono personaggi come il presidente sudanese Omar al-Bashir, rincorso da anni da un mandato di cattura internazionale che tuttavia non gli impedisce di viaggiare impunemente più o meno ovunque abbia voglia e non impedisce a paesi come l'Italia o istituzioni come l'Unione Europea di accoglierne i ministri per stringere accordi anti-immigrazione, il suo collega angolano José Eduardo Dos Santos, che probabilmente lascerà il potere in agosto dopo aver avuto precise garanzie dal suo successore designato, ma anche criminali del calibro di Isaias Afewerki, dittatore eritreo tra i più spietati assassini contro il suo stesso popolo. Lo stesso Kenyatta teme una possibile azione contro di lui: la CPI lo chiamò a comparire nell'ottobre 2014 per chiarire il suo ruolo nelle violenze post-elettorali occorse in Kenya tra il 2007 e il 2008 e l'esempio del suo amico ivoriano Laurent Gbagbo, imputato con la moglie per crimini contro l'umanità nel primo vero processo ad un ex-capo di Stato africano, è per il presidente keniano uno spauracchio molto simile a un incubo.

Secondo fonti diplomatiche interne all'UA la riflessione collettiva sulla possibilità di abbandonare la CPI non ha portato ad alcuna decisione definitiva: come ci è stato detto, infatti, si è deciso di “studiare la fattibilità”, il che significa sondare tra tutti i paesi membri dell'UA se ci sono effettivamente i numeri e la volontà per quello che sarebbe un evento clamoroso: l'uscita dell'Africa dallo Statuto di Roma. Ciò che resta sul tavolo, invece, è una strategia per incentivare ritiri individuali dalla CPI: la narrazione che illustra la Corte come un “tribunale dei bianchi per i capi di stato africani” tuttavia si infrange di fronte all'evidenza del fatto che è un'africana ad essere presidente della Corte, che indaga anche su stragi, genocidi e crimini contro l'umanità in Asia, nell'Europa dell'est e in America Latina.

A contrastare maggiormente l'ipotesi di un'uscita di massa dalla Corte Penale Internazionale sono sopratutto i 15 paesi membri dell'Ecowas, la Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale con sede ad Abuja, Nigeria. I paesi dell'Africa orientale invece sembrano spingere per una risoluzione rapida della questione: Sam Kutesa, ministro degli Esteri dell'Uganda, ha dichiarato ai cronisti che i capi di stato africani hanno concordato uno sforzo collettivo per il finanziamento e la creazione di una Corte africana per i diritti umani con sede ad Arusha, nel nord della Tanzania: “Siamo alla ricerca di un'istituzione che possa amministrare la giustizia ma la CPI si è rivelata inefficiente” ha dichiarato. In quest'ottica una strategia di ritiro individuale e non collettivo potrebbe premiare di più e Kutesa sembra orientato proprio in questo senso: l'Unione Africana quindi potrebbe mantenere in essere l'ipotesi esplorativa di un ritiro di massa, usandola come fumo negli occhi per poi spingere i singoli paesi a ritirarsi dallo Statuto di Roma singolarmente.

Questa ipotesi, ha spiegato Kutesa, potenzierebbe un'eventuale Corte africana e farebbe certamente meno rumore sul piano internazionale. I paesi africani critici verso la CPI però possono già contare su un imbarazzato ed assordante silenzio da parte di quei paesi, come l'Italia, che hanno fatto sforzi enormi per creare e promuovere lo Statuto di Roma e la giustizia internazionale: sforzi che oggi si vanificano anche nella totale assenza di commenti e di preoccupazione da parte dei leader occidentali circa l'eventualità che i 55 paesi membri dell'UA possano lasciare la CPI.

In tal caso non è solo il silenzio ad essere complice: lo sono anche le politiche sull'immigrazione che l'Unione Europea sta promuovendo, stringendo accordi con regimi dittatoriali e criminali internazionali con centinaia di migliaia di morti sulla coscienza.