M5S-ALDE: la supercazzola sull'establishment stavolta non può salvare Grillo

Grillo Farage
Nigel Farage e Beppe Grillo REUTERS/Neil Hall e Massimo Barbanera

Il Movimento 5 Stelle torna ad essere euroscettico e a chiedere con forza, convinzione e veemenza un referendum sulla moneta unica attualmente inattuabile in base alla stessa Costituzione che fino a un mese fa lo stesso “non-partito”, come amano definirlo i suoi militanti, ha difeso fino alla morte dall’attacco dei poteri forti capitanati da Matteo Renzi e dal PD.

Nessun problema e nessuna incoerenza tra il concetto espresso oggi e il tentato ingresso nel gruppo dell’ALDE, il più europeista dei partiti europei. Anzi, anche se il matrimonio fosse andato a buon fine, tutto sarebbe stato perfettamente aderente alla linea, perché il dissenso si può fare pure dall’interno, infiltrandosi nei corridoi occupati dall’odioso establishment per colpirlo direttamente al cuore.

Peccato che poi la pezza utilizzata per cercare, inutilmente, di evitare la figuraccia sia stata (quasi) peggiore del buco e il post pubblicato sul Blog di Beppe Grillo a firma di “MoVimento 5 Stelle” ha superato i limiti del paradosso, andando oltre qualsiasi tipologia di post-verità mai vista fino ad oggi sul web e altrove.

Una storia nata male, continuata peggio e finita con un ritorno all’ovile gestito da Nigel Farage che, in chiave esterna ed interna, i pentastellati rischiano di pagare a caro prezzo.

Ma vediamo di riassumere in breve i contorni di quanto accaduto.

M5S e ALDE: cos’è successo?

Domenica 8 gennaio, con il solito post sul suo Blog, Beppe Grillo ha deciso di stupire i suoi attivisti e gran parte dell’opinione pubblica europea, aprendo una votazione online attraverso la quale decidere un cambio di casacca al Parlamento Europeo.

Gli iscritti avevano la possibilità di scegliere tra tre opzioni: restare nell’EFDD (gruppo formato dall’UKIP di Farage, da alcuni indipendenti e dal M5S), entrare nel gruppo misto ma, come sottolineavano gli stessi pentastellati, perdere potere e margini d’azione, oppure decidere a sorpresa di consentire ai 17 eurodeputati grillini di fare ingresso nell’ALDE, gruppo liberale che rappresenta il non plus ultra dell’europeismo continentale.

La linea dettata da Beppe Grillo era chiara: secondo il leader pentastellato, l’unico modo per consentire ai propri rappresentanti di contare qualcosa nell’Ue sarebbe stato entrare nell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa. Ad avallare questa scelta era anche un’analisi: “Abbiamo studiato le percentuali di voto condiviso con Ukip e le altre delegazioni minori: la cifra non supera il 20%. Molto poco. Rimanere in EFDD equivale ad affrontare i prossimi due anni e mezzo senza un obiettivo politico comune”, recitava il post firmato da Beppe Grillo.

La votazione si è conclusa lunedì alle ore 12 e il 78,5% degli iscritti ha accettato l’alleanza con l’ALDE. Peccato che lo stesso non abbiano fatto i liberali europei che, al contrario, hanno posto in essere una dura opposizione alla scelta del loro leader Guy Verhofstadt, costringendolo a fare una repentina marcia indietro e a strappare l’accordo sottobanco precedentemente contratto con i vertici grillini.

A questo punto, dopo aver pubblicato un post surreale sul blog (di cui si parlerà a in seguito), il Movimento 5 Stelle ha deciso di restare nell’EFDD (da cui formalmente non era mai uscito), accettando condizioni tutt’altro che vantaggiose.

In base al negoziato tra 5S e UKIP, a pagare il prezzo più alto per questa vicenda sarà David Borrelli, l’uomo che ha trattato l’accordo saltato con ALDE, che ha rinunciato alla co-presidenza del gruppo. A fare un passo indietro sarà anche l’eurodeputato Fabio Massimo Castaldo, che “ha deciso” di ritirare la propria candidatura a vice presidente del Parlamento Europeo.

Secondo quanto riportato da Repubblica, però, Farage avrebbe dettato anche ulteriori condizioni: vale a dire la rinuncia del M5S all’attività di coordinamento dell’EFDD nelle commisioni Ambiente e diritti civili e immigrazione.

In poche parole: il potere dei pentastellati sarebbe stato fortemente ridimensionato rispetto a quello detenuto fino a pochi giorni fa.

In memoria del Conte Mascetti

In tutta questa faccenda, l’errore non è stato solo quello di decidere in solitaria salvo poi chiedere agli iscritti di accettare una scelta già presa che andava contro quanto tutto ciò che il Movimento ha portato avanti ed affermato fino ad oggi. No, lo sbaglio più grande è stato quello di provare a rimediare prendendo letteralmente in giro non solo i propri elettori, ma l’opinione pubblica in generale.

Perché il post apparso il 10 gennaio sul blog di Beppe Grillo offende l’intelligenza di chiunque lo legga. Dopo aver spinto i suoi attivisti nelle braccia dell’ALDE, ponendo il Movimento alla mercé di chi non vede l’ora di criticare e additare, ciò che l’ex comico genovese avrebbe dovuto fare era chiedere scusa: non agli altri ma a chi supporta costantemente  e vota il M5S credendo in una linea politica tradita da chi fino al giorno prima la sosteneva a spron battuto. “Abbiamo sbagliato”. Punto, non c’era altro da dire. Il rimedio sarebbe dovuto arrivare con i fatti.

E invece no. Gli esperti di comunicazione del Movimento hanno partorito non un comunicato, ma una supercazzola che avrebbe fatto impallidire perfino il compianto Conte Mascetti:  “L'establishment ha deciso di fermare l'ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima ”.

L’establishment rappresentato dall’ALDE, gruppo all’interno del quale fino a poche ore prima del rifiuto Grillo avrebbe voluto entrare, “ha deciso di fermare l’ingresso” del M5S nel gruppo. Le forze che si sono “mosse contro di noi” sarebbero gli eurodeputati liberali che rifiutando l’ingresso nelle proprie fila di un partito che nulla ha a che fare con la loro attività e i loro ideali (condivisibili o meno) e dando un simbolico “calcio” al leader che ha cercato di imporre una linea impossibile da condividere hanno palesato agli occhi di tutti come dovrebbe funzionare la vera democrazia.

Perché tra militanza di partito e cieca obbedienza c’è una differenza abissale. Perché votare per una forza politica non significa dire sì sempre, a prescindere e senza indugi. Perché un partito o un gruppo politico dovrebbe essere formato da un insieme di persone che portano avanti gli stessi valori, che uniti hanno un’identità sola nonostante la possibilità di esprimere il proprio dissenso interno. E se il leader di turno prende una decisione sbagliata, la base deve avere la voce e il coraggio di rifiutarla. Cosa che non è accaduto all’interno del Movimento 5 Stelle, dove l’accettazione dei diktat ha prevalso sul buon senso e su quell’uno vale uno che oggi invece sembra valere zero.

Una lezione che il Movimento 5 Stelle dovrebbe imparare pur restando fermo sui propri ideali. E invece, secondo Grillo, la motivazione del rifiuto risiederebbe nella capacità del Movimento di far  “tremare il sistema come mai prima”. Un tremolio causato da un disastro politico che ha avuto come unico  risultato, quello di rafforzare proprio quell’establishment che oggi e solo oggi torna ad essere il nemico numero uno.

Guy Verhofstadt, se ciò può consolare gli elettori grillini, probabilmente pagherà l’errore compiuto dicendo definitivamente addio alla possibilità di diventare presidente UE. Beppe Grillo dovrebbe capire però che compiendo errori su errori e negando l’evidenza prima o poi anche chi ti segue ciecamente può stancarsi. Perché votare con la pancia è una cosa, consentire a qualcuno di prenderti in giro è un’altra.