Manuale di sopravvivenza ai negoziati sulla Brexit

theresa may
Theresa May Reuters

L’avvio dei negoziati per la Brexit potrebbe avvenire in uno dei momenti più caotici per la politica inglese degli ultimi decenni. Il piano del premier Theresa  May di andare ad elezioni anticipate per presentarsi in Parlamento e in Europa con un mandato forte per negoziare l’Hard Brexit è fallito miseramente. Oggi May si ritrova debole e isolata, impegnata nel disperato tentativo di formare un Governo di coalizione con gli unionisti irlandesi del DUP per evitare di tornare subito alle urne.

LEGGI ANCHE: Che cos'è e cosa vuole il DUP?

Intanto dal fronte europeo chiedono l’apertura dei negoziati il 19 giugno o poco dopo, appena risolto il rebus politico del Regno Unito. L’esito delle elezioni complica, se possibile ancora di più, il già complesso quadro dei negoziati: il tempo stringe e su alcuni punti della Brexit – tre in particolare – c’è disaccordo totale tra le parti.

In vista dell’avvio delle trattative vediamo qual’è la situazione politica nel Regno Unito, quali le tappe che porteranno alla Brexit e i principali problemi da risolvere entro la fine del 2018.

SEGUICI SU FACEBOOK  E SU TWITTER

Regno unito: i problemi di politica interna


Dalle elezioni anticipate di giovedì 8 giugno non poteva uscire un quadro più caotico di questo. La tornata elettorale che sarebbe dovuta essere una marcia trionfale dei conservatori si è rivelata, al contrario, una mina sul cammino del premier britannico. May oggi deve negoziare con gli unionisti nordirlandesi del DUP alla ricerca di una maggioranza che le consenta di governare anche senza aver raggiunto la maggioranza assoluta dei 322 seggi. All’indomani del voto che ha consegnato al Paese un “Parlamento appeso” senza la maggioranza per governare, era molto quotata l’ipotesi del ritorno immediato alle urne.

Ma l’incontro tra Theresa May e la leader del DUP Arlene Foster ha assicurato al Governo conservatore un appoggio esterno. Fatto sta che il Regno Unito si avvia ai negoziati per la Brexit con un Governo debole e zoppicante. Su molti tempi infatti, le posizioni con la stampella DUP sono contrastanti. Come abbiamo già raccontato si tratta di un partito molto, molto conservatore, contrario all’aborto e ai matrimoni omosessuali, ma con posizioni più morbide sulla Brexit soprattutto per quanto riguarda la gestione dei confini e il movimento dei cittadini.

Brexit: Hard o Soft?


Presentarsi in Europa ai negoziati per la Brexit con il DUP come stampella è l’unica soluzione per May, ma anche un bel problema. L’ipotesi di fare incetta di voti e di seggi per presentarsi con un mandato forte e galoppare verso l’Hard Brexit è naufragata clamorosamente. Il premier May sarà costretta ad ammorbidire la sua famosa posizione “meglio nessun accordo che un cattivo accordo” se non vuole perdere il sostegno del piccolo partito che con i suoi 10 seggi tiene in piedi l’esecutivo.

I nordirlandesi del DUP per esempio non vogliono mettere in discussione l’unione doganale e sono sempre di più quelli che si schierano apertamente per la difesa del mercato unico europeo. Se il Regno Unito vorrà rimanere nel mercato unico, è ovvio, non potrà pretendere di imporre la linea dura sul fronte dell’immigrazione, quella tanto sbandierata dai conservatori durante la campagna elettorale pro-Brexit.

In questo scenario politico, al netto di altri colpi di scena, May dovrà abbandonare molte rigidità promesse con l’Hard Brexit e scendere a compromessi interni al suo esecutivo. Non solo. Con una maggioranza così fragile e risicata ogni passaggio dei negoziati dovrà essere sottoposto all’esame del Parlamento britannico: i negoziatori inglesi quindi dovranno trattare i nuovi termini dell’accordo con l’Europa e poi negoziare per farli digerire dal Parlamento interno.

Brexit: tempi e passaggi del negoziato


Michel Barnier, il capo-negoziatore che in nome dei ventisette negozierà la Brexit, vorrebbe aprire le trattative il prima possibile. Ma la data rischia di slittare ancora perché per lunedì è fissata la presentazione al Parlamento del programma del nuovo Governo e il discorso della Regina. Giorno più giorno meno, siamo comunque vicini al giorno in cui negoziatori europei e britannici siederanno allo stesso tavolo per aprire il dossier Brexit.

L’unica certezza in tutta questa storia è che la deadline è fissata per il marzo 2019, a due anni esatti dall’attivazione da parte del Regno Unito del famoso articolo 50 del trattato dell’UE che prevede l’uscita di un membro.

Barnier ha già indicato il suo cronoprogramma:

- trovare un’intesa di principio sui nodi cruciali entro la fine dell’anno;

- chiudere il negoziato sulla Brexit entro l’autunno del 2018 per passare alla ratifica

- incassare l’approvazione dei 27 Parlamenti nazionali entro il marzo 2019 per ratificare in tempo il nuovo accordo.

Rispettare queste scadenze però non sarà così facile, anche perchè il Governo britannico non ha le idee chiare sulle proposte da fare all’Europa. May avrebbe messo sul tavolo delle trattative l’Hard Brexit, un divorzio netto drastico, ma il cambiamento delle carte in tavola dopo il voto rimette tutto in discussione. Qualche indizio sulla linea inglese arriverà probabilmente dal programma che l’esecutivo presenterà al Parlamento, ma dovrà essere il frutto di un compromesso tra le rigide posizioni della May e gli interessi del DUP.

La normativa europea che fissa in due anni il tempo a disposizione per trovare l’accordo prevede anche la possibilità di rinviare la scadenza, a patto però che ci sia l’accordo tra le parti. Altrimenti, senza rinvio e senza accordo, l’uscita del Regno Unito dall’UE avverrebbe nel peggiore dei modi, nel caos assoluto e senza un Governo forte in grado di affrontare la tempesta.

I principali problemi della Brexit


Entro la fine dell’anno l’UE vorrebbe trovare un accordo di principio sui temi più controversi della Brexit che sono tre:

- l’uscita dal mercato unico;

- immigrazione e diritti dei cittadini UE che vivono nel Regno Unito;

- gli impegni finanziari.

Il Regno Unito vorrebbe da una parte un accordo di libero scambio che permetta al Paese di non danneggiare i rapporti commerciali con i 27 membri, ma dall’altra pretende il controllo dei confini e dell’immigrazione e uscire dall’UE senza pagare il conto. L’Unione di fronte a queste pretese non ci sta, e mette in cima alla lista delle priorità la tutela dei diritti dei cittadini europei che studiano, lavorano e vivono nel Regno Unito.

Come ogni divorzio che si rispetti, il tasto dolente è quello economico. Secondo le stime dell’UE, il Regno Unito per ottenere la Brexit deve pagare un conto di circa 60-80 miliardi, le risorse che il Paese si è impegnato a versare nel bilancio europeo. Ma da Londra rispondono picche anche perché uno dei cavalli di battaglia della propaganda Brexit sono stati proprio i risparmi delle casse pubbliche.

A questi tre punti principali se ne aggiungono altre decine più o meno importanti: i rapporti tra i Paesi dell’UE sono regolati da un numero altissimo di accordi che disciplinano nel dettaglio ogni aspetto politico, giuridico, commerciale, economico e sociale del vivere comune.

Per questo la Brexit è un evento epocale e rivoluzionario, ma anche potenzialmente pericoloso, qualcosa da non sottovalutare.