Marocco: il paese compie progressi ma l'economia è ancora troppo legata al traffico di droga

Marijuana, Marocco
Marijuana in fase di essiccazione in un'azienda agricola, vicino la città di Chefchaouen REUTERS/Rafael Marchante
  • L'export dei derivati della cannabis dal Marocco varrebbe come il 23 per cento del PIL del paese: 100 miliardi di dollari;
  • La DEA americana ha aperto il suo primo ufficio in Africa proprio in Marocco, a Rabat;
  • Altri paesi africani stanno facendo passi da gigante in materia di droghe e per le cure palliative ai malati.

Essere leader mondiali di esportazione di un prodotto significa essersi guadagnati col tempo e con la qualità una posizione di leadership sul piano internazionale: secondo quanto emerso da un rapporto sulle droghe pubblicato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti lo scorso 3 marzo il Marocco è il leader mondiale di produzione di cannabis e derivati, seguito dall'Afghanistan.

47.196 ettari di suolo: questa è la stima del territorio marocchino occupato dalle coltivazioni di cannabis.

Tra il 2015 e il 2016 in Marocco si sono prodotte, secondo le stime, qualcosa come 700 tonnellate di cannabis (un volume decisamente record) che, secondo il Dipartimento di Stato USA, una volta trasformata in hashish “potenzialmente equivale a circa il 23 per cento del PIL del Marocco, stimato in 100 miliardi di dollari: un'economia totalmente sommersa perché totalmente illegale. Nel Regno di Mohamed VI infatti la produzione, il commercio, il possesso e l'uso di cannabis e dei suoi derivati è formalmente illegale ma ne viene tollerata, soprattutto in alcune zone del paese come il Ketama o il Rif, la coltivazione e l'uso personale: molte comunità rurali del Marocco infatti affondano le proprie tradizioni secolari nella lavorazione e nell'uso di hashish, il cui commercio e traffico sono invece puniti con il carcere. Il 25 per cento della popolazione carceraria marocchina, 19.000 persone, è detenuta per reati connessi proprio all'uso, al commercio ed al traffico di droga.

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Nel febbraio di quest'anno la DEA (Drug Enforcement Administration, l'agenzia antidroga americana) ha aperto il suo primo ufficio nel continente africano nella città di Rabat.

È ovvio che è impossibile avere una stima effettiva dei volumi di produzione e di fatturato di questa enorme economia sommersa ma i dati del Dipartimento di Stato americano sono tuttavia confermati dall'UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime). L'economia marocchina negli ultimi anni è cresciuta enormemente, il Regno ha attirato investimenti esteri importanti e le opere di modernizzazione sono visibili nelle principali città come Rabat e Casablanca: dal 2011, dopo le proteste della Primavera Araba e l'adozione di una nuova costituzione più democratica, il Regno è diventato uno stato più moderno e la sua economia è cresciuta non poco fino al 2014, rallentando successivamente. Secondo la Banca Mondiale nel 2016 ha ridotto il deficit fiscale al 3,5 per cento, il debito ammonta a circa il 65 per cento del Pil e il tasso di disoccupazione è in costante calo (la disoccupazione complessiva è stabile a circa il 9 per cento).

Nelle aree rurali tuttavia la strada per il benessere economico è ancora molto lunga, almeno quello che viene indicato dai parametri ufficiali: il 19 per cento della popolazione vive ancora in condizioni di povertà.

La narco-economia sommersa in Marocco è molto più grande di quanto non si pensi: secondo l'UNODC - e questa è anche la ragione per cui la DEA ha aperto il suo primo ufficio in Africa - e secondo lo stesso governo del Marocco il Paese è oggi una via di transito importante per la cocaina proveniente dall'America Latina diretta in Europa. Come l'Europa (principalmente Spagna, Italia, Portogallo e Francia) è la destinazione principale di tutto l'hashish prodotto nel Ketama: corrieri di orgine africana imbottiti di cocaina vengono continuamente fermati all'aeroporto di Casablanca, molti di questi vengono chiamati “muli” ed altri sono addirittura “muli involontari” (persone cui viene messa della droga in valigia e segnalata alle autorità aeroportuali, una di queste storie l'abbiamo raccontata qui) ma anche nei porti marocchini i sequestri sono ingenti. Difficilmente questo tipo di droghe si fermano in Marocco: oltre all'hashish i marocchini consumano sempre di più Karoubi, che sarebbero benzodiazepine usate a scopo ricreativo, secondo le autorità introdotto nel Regno principalmente dall'Algeria.

L'hashish prodotto in Marocco rappresenta insomma un fatturato importantissimo per la criminalità organizzata e i gruppi criminali che si occupano di traffico di droga: commentando questi dati Antonella Soldo e Marco Perduca di Radicali Italiani hanno provocatoriamente proposto di “aiutare il Marocco a legalizzare il suo PIL” invitando l'Europa a reagire con proposte di sviluppo di questo mercato, magari prendendo in considerazione di concordare con il Marocco l'avvio di una produzione controllata e legale a fini scientifici “da destinarsi alla cura del dolore nel continente africano”. Un'intuizione provocatoriamente geniale: secondo un editoriale comparso su Jeune Afrique a firma di Christian Ntizimira, ricercatore associato ad Harvard e specialista in cure palliative per l'organizzazione degli hospice ruandese, “in Africa il concetto stesso di cure palliative è praticamente inesistente” e spesso le persone muoiono tra atroci sofferenze e dolori lancinanti senza che nessuno si prenda la briga di occuparsene. Oltre al Ruanda, che ha adottato un modello di cure palliative nel sistema sanitario pubblico nel 2011, solo altri sei paesi africani (Swaziland, Botswana, Mozambico, Malawi, Tanzania e Zimbabwe) hanno adottato le cure palliative nelle strutture sanitarie pubbliche.

Al momento sembra che il Regno del Marocco sia intenzionato a continuare con il proibizionismo: il governo vorrebbe varare da tempo una nuova legge per ampliare le operazioni antidroga sotto copertura ma le diverse agenzie statali per la lotta al traffico di droga litigano tra loro e questo di fatto rallenta l'approvazione di questa legge piuttosto repressiva. E forse anche qui risiede la ragione dell'apertura dell'ufficio della DEA a Rabat.

Ma in altri paesi africani invece si ragiona, pare, in senso opposto: in Tunisia, il cui proibizionismo è diventato un problema di portata internazionale visto che molti giovani arrestati per possesso o uso di droga (sopratutto cannabis) durante la detenzione sono stati indottrinati e sono partiti per il jihad in Siria, Iraq e Libia una volta scarcerati, sembra che il governo voglia rivedere non poco le politiche sulle droghe. Mercoledì 15 marzo il governo ha emanato nuove disposizioni che eviteranno il carcere a chi viene preso al suo primo reato (consumo di cannabis) e da lunedì prossimo 20 marzo, giorno dell'Indipendenza, i giudici potranno graziare l'indagato al termine del processo. Una svolta storica per la Tunisia, dove la legislazione antidroga è stata utilizzata come clava contro gli oppositori politici e i giovani tunisini durante la dittatura di Ben Ali.