Mentre nell’Unione ci si interroga sulla Brexit, in Ucraina si procede senza troppi dubbi verso l’Europa

di 25.07.2016 9:00 CEST
Ucraina, Poroshenko
il presidente dell'Ucraina Petro Poroshenko (al centro) insieme al presidente della Commisione europa Jose Manuel Barroso (a sinistra) e al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy (a destra) REUTERS/STRINGER/FILES

Il 21 novembre 2013 ebbero avvio le proteste dei cittadini di Kiev dopo che il governo ucraino aveva fatto intendere che avrebbe interrotto le trattative con l’Unione Europea per la firma dell’accordo di associazione e libero scambio. Furono soprattutto studenti ed universitari a scendere in piazza all’inizio. Le proteste continuarono per tre mesi, fino a febbraio, quando il presidente Viktor Janukovyč fuggì in elicottero per riparare alla fine in Russia. Nel mezzo, centinaia di migliaia di ucraini quasi costantemente a presidiare Piazza Indipendenza ed il centro di Kiev, la violenta repressione dei Berkut (le unità speciali della polizia antisommossa ucraina) e la morte di più di cento attivisti nei giorni più difficili della rivoluzione.

Il 25 maggio 2014 venne eletto il nuovo presidente, Petro Poroshenko. Poco dopo, il 27 giugno, la firma a Bruxelles dell'accordo di associazione tra l'Ucraina e l'Unione Europea.

L’Ucraina, nel 2014, era un Paese profondamente legato alla Russia dal punto di vista economico e politicamente dipendente dalle scelte del Cremlino, non è un caso che l’ex presidente Janukovyč viva adesso in Russia.

Diversi per struttura economica e dimensioni, i due Paesi erano molto simili per capillare diffusione della corruzione e rilevanza delle oligarchie nell’economia nazionale.

La Russia aveva puntato tutto sulle esportazioni di materie prime, preferendo importare tutto il resto; l’Ucraina aveva comunque una propria struttura industriale, che seppur poco efficiente, era comunque in grado di servire il mercato interno e di realizzare volumi di export. Erano in fin dei conti delle economie complementari: Mosca, grazie al prezzo altissimo di gas e petrolio, poteva permettersi il lusso di comprare e Kiev di produrre. L’Ucraina era tra i principali fornitori della Federazione, con un volume di esportazioni che nel 2013 superava i quindici miliardi di dollari e che rappresentava più del 20% del totale export.

Il meccanismo si interruppe nel 2014 quando gli ucraini decisero che i legami commerciali con Mosca non erano tutto, che il modello post sovietico russo non era il massimo a cui aspirare, sia da un punto di vista economico che sociale, e decisero di imboccare una strada diversa.    

Da una parte gli ucraini avevano come punto di riferimento i Paesi che da subito si erano allontanati dalla Russia per avvicinarsi all’Europa, tra cui la Polonia, la Lettonia, la Lituania, l’Estonia che tra mille difficoltà avevano comunque avviato la strada delle riforme economiche ed avevano governi democraticamente eletti e dall’altra, Paesi come la Bielorussia, il Kazakistan o l’Uzbekistan con un sistema economico e una gerarchia di comando post-sovietica, altissima corruzione e sistemi di governo non democratici. La Bielorussia di Lukashenko, il Kazakistan di Nazarbayev o l’Uzbekistan di Islom Karimov non erano sicuramente un modello a cui gli ucraini, che solo 10 anni prima erano scesi in piazza per sostenere la Rivoluzione Arancione europeista di Yushenko, volevano aspirare.

Certo, l’Ucraina non è un blocco unico. Le regioni occidentali di Lviv o Chernivtsi sono profondamente diverse da Lugansk o Kharkiv: Leopoli, per esempio, antica capitale del Regno di Galizia sotto gli Asburgo, che prima dell’occupazione sovietica del 1945 non era meno europea di Vienna o Budapest, ha poco in comune con Dnipropetrovsk (oggi Dnipro), nella parte orientale dell’Ucraina, già parte dell’Impero Russo dal 1783, il cui primo nome fu Ekaterinoslav in onore di Caterina II di Russia.

Retaggi diversi, diverse sensibilità ed aspirazioni. Un Paese variegato, in cui non tutti sono europeisti convinti: se avessero potuto scegliere, forse, ad Odessa o a Kherson, nella parte centrale del Paese, avrebbero probabilmente deciso di non schierarsi, ma hanno dovuto scegliere e tra provare a divenire partner in un’Europa magari malconcia, ma con modelli economici e sociali decisamente più inclusivi o rimanere vincolati all’orso post-sovietico, con approcci economici e politici ben noti e decisioni quasi tutte calate dall’alto, non hanno avuto troppi dubbi.