Mezza Italia odia Matteo Renzi, l'altra metà potrebbe odiarlo a breve

Renzi
Matteo Renzi REUTERS/Carlos Barria

Mezza Italia “odia” Matteo Renzi. Profondamente, visceralmente, con tutto il cuore. A complicare le cose c’è il fatto che in mezzo a questo nutrito gruppo di persone ci sono anche parecchi rappresentanti del Partito Democratico che più o meno chiaramente hanno deciso che è sempre il momento giusto per togliersi di torno una figura troppo ingombrante, la cui presenza all’interno del partito  è giustificata solo dal fatto che non c’è un sostituto valido. Ma dopo la moria di risultati degli ultimi tre anni sopportarlo per molti è diventato impossibile. Un conto è farsi andar bene un segretario che stravince le competizioni elettorali e referendarie, come accaduto con le elezioni europee del 2014, dopo trent’anni di dittatura del centrodestra. Un altro è accettare diktat da un leader che ha totalmente perso contatto con la realtà, prendendo sonore batoste alle urne e riconsegnando il Paese nelle mani del nemico numero uno, Silvio Berlusconi.

E così da Dario Franceschini ad Andrea Orlando, da Romano Prodi ad Enrico Letta (coloro che se ne sono già andati non li teniamo nemmeno in conto), Renzi si ritrova accerchiato. Con lui non c’è più nessuno dei rappresentanti più noti del PD, mentre anche tra i renziani cominciano a nascere malumori e paure per il futuro.

Ma se la rottura interna è già di per sé preoccupante, lo è ancora di più quella creatasi tra il Partito Democratico e il Paese. Da un lato c’è una forza politica nata allo scopo di unire il centrosinistra e diventata negli anni causa di divisioni e rancori, un partito in perenne crisi, ormai privo e privato di credibilità che parte degli elettori votano non per reale convinzione, ma per un motivo molto più semplice: “Meglio una sinistra allo sbando che il Movimento 5 Stelle o l’accoppiata Berlusconi-Salvini”. Dall’altro c’è un’Italia che da anni si sente ripetere di essere uscita dalla crisi ma ne vede ancora tutti gli effetti, li assaggia quotidianamente, li mastica controvoglia, ma dopo anni di abbuffate non ha più la pazienza di digerirli.

Perché così tante persone odiano Matteo Renzi? Leggendo i quotidiani, dando un’occhiata ai social network, ascoltando i discorsi nei bar sotto casa davanti a un caffè, ciò che colpisce non è il fatto che molte persone abbiano un giudizio negativo sull’ex Premier, ma la veemenza con la quale lo esprimono, il rancore che si palesa dietro ad opinioni più o meno informate e coscienti, come se tutti i problemi del mondo e dei singoli allo stesso tempo fossero colpa sua. E se per certi versi il segretario del PD non è responsabile di una tale carica di odio, per altri non si può fare a meno di pensare che lo abbia avallato, nutrito e rimpolpato.

Quando Renzi decise di scendere in campo (l’utilizzo di una locuzione che tradizionalmente viene usata per descrivere l‘entrata in politica di Silvio Berlusconi non è casuale) rappresentava la novità, il cambiamento, il riscatto di quella sinistra che aveva dovuto sopportare la leadership dell’ex Cavaliere quando in tanti lo votavano, ma nessuno lo ammetteva, il giovane che avrebbe dovuto distruggere pezzo dopo pezzo lo status quo politico della Seconda Repubblica. Ma da subito sono cominciati i primi problemi. Dalle modalità con le quali Renzi ha fatto fuori Enrico Letta alle prove reali di Governo, le cosiddette riforme che hanno scatenato la furia della popolazione.

Nonostante gli annunci e i termini di nuovo conio creati ad hoc dall’ex Premier (ricordate l’orrido “supplentite”?) i problemi quotidiani dei singoli sono rimasti dov’erano, l’insoddisfazione è tornata a crescere e sul banco degli imputati è finito l’uomo che aveva “tradito” promesse ed aspettative. Di questo, come detto in precedenza, Renzi ha una colpa solo parziale, chi comanda spesso e volentieri si prende oneri e onori e in questo caso hanno prevalso i primi sui secondi.

Poi il segretario del PD ha cominciato a metterci del suo. L’immagine del Paese che la dialettica del Presidente del Consiglio veicolava in maniera martellante ogni giorno (riassumibile con “tutto bello, tutto nuovo, tutto perfetto”) con una strategia di comunicazione suicida ha contribuito a far nascere un’animosità mai vista nemmeno al tempo degli scandali e dei processi berlusconiani.

A poco a poco, come in tutte le relazioni che si rispettino, sono venuti fuori i difetti: l’arroganza, il decisionismo, la frettolosità, l’indisponibilità ad ascoltare chiunque dicesse qualcosa di leggermente diverso dalla linea, i frequenti deliri di onnipotenza.

Da ragazzetto “acqua e sapone” con la battuta sempre pronta, Renzi si è velocemente trasformato agli occhi degli elettori in un Premier tronfio e superbo, poco incline ad ammettere gli errori e tanto propenso a raccontare favole che nulla avevano a che fare con la realtà.

Senza questa immagine forse molti sarebbero riusciti anche ad accettare le numerose similitudini esistenti con Berlusconi e le strizzatine d’occhio al centrodestra. Ma l’insieme ha impedito a parecchia gente di continuare a lasciarsi sedurre dal carisma del leader, trasformandolo nel nemico “da abbattere”.

I risultati di questo percorso sono chiari: cominciano dalle amministrative del 2016, con i disastri di Roma e Torino, e finiscono con le amministrative del 2017 con una debacle quasi totale in tutti i capoluoghi in palio e la consegna (chiavi in mano) dei territori ad un redivivo Berlusconi. La vera impresa di Renzi sta qui: nell’aver fatto dimenticare in fretta agli italiani i disastri del passato, spingendoli al contrario a puntare su di essi.

A questo punto la reazione disperata del Pd e del suo numero uno dovrebbe quella di realizzare, finalmente, un’analisi fattuale e concreta di ciò che è stato cercando di rimediare alla svelta. E invece no, ci troviamo davanti all’ennesima pantomima: decisionismo, litigi interni, frecciate a mezzo stampa, possibili scissioni ecc.ecc. (l’elenco è lungo e lo conosciamo ormai tutti a memoria). Tutto già visto, tutto già vissuto. Peccato che alle porte ci siano, stavolta sì, le elezioni. Quelle grosse, quelle che contano, quelle che danno l’accesso a Palazzo Chigi dalla porta principale e non dal retro. E proprio quell’appuntamento, andando avanti sulla stessa linea, potrebbe essere quello che metterà la pietra tombale sul Partito Democratico. Da qui alla prossima primavera infatti, continuando così, i democratici potrebbero riuscire a mettere in atto il “suicidio politico perfetto” indirizzando anche i più stoici sostenitori che ancora credono nella linea del partito e nelle parole del suo leader verso l’altro lato della barricata, quello dove ci sono coloro che “odiano Matteo Renzi”.