Mondiale di calcio Qatar 2022: si scrive mondiale, si legge schiavitù

di 15.06.2014 13:16 CEST
Una protesta contro le morti bianche in Qatar
Una protesta contro le morti bianche in Qatar Reuters

Quando mancavano pochi giorni al fischio d'inizio della coppa del Mondo brasiliana, le luci dei riflettori si sono accese sul Qatar, paese ospitante della competizione nel 2022. Le voci di presunte corruzioni sull'assegnazione a Doha si moltiplicano: Franz Beckenbauer, ex dirigente della FIFA, è stato sospeso per tre mesi e Michel Platini, presidente UEFA, qual'ora queste siano confermate, si dice pronto a ripetere il voto che nel 2010 vide primeggiare la monarchia del Golfo. Ma se gli occhi sono oggi tutti puntati su tali questioni, nella più totale ombra rimangono invece le migliaia di lavoratori sfruttati, schiavizzati e sottopagati che, se Qatar 2022 avrà luogo, cadranno ulteriormente nel dimenticatoio.

Quanto costerà il mondiale qatarino

Nei prossimi quattro anni, Doha ha in programma di investire 151 miliardi di euro in infrastrutture legate all'evento. Stadi - di quelli messi in progetto nessuno ha per ora visto la luce, anche l'Al-Wakrah, a sud della capitale, è nelle fasi iniziali della sua costruzione -, ma non solo: in pieno deserto dovranno sorgere strade, alberghi, centri commerciali e una rete metropolitana perfettamente funzionante. Molti fondi sono già stati spesi, altri lo saranno presto. Senza dimenticare, inoltre, che se le accuse di corruzione saranno provate, il Qatar (specifichiamo: ad essere alla berlina è Mohammed Bin Hammam, dirigente sportivo ed ex membro FIFA) avrà tirato fuori tangenti per un totale di 3 milioni di euro destinati a funzionari africani della Fédération Internationale de Football Association. Tuttavia, la questione monetaria non può certo dirsi un problema per il Qatar, ricca monarchia in grado di contare su enormi riserve di gas naturale, tra i Paesi virtuosi del PIL pro capite.

Perdere la vita nel nome del pallone

Stando a quanto scrive il settimanale tedesco Der Spiegel, infatti, nell'arco di 24 mesi (2012-2013) all'incirca 964 lavoratori sono rimasti vittime dei preparativi serrati al mondiale, numeri confermati dal governo di Doha e da guardare rigorosamente al ribasso. Sul punto, numerose organizzazioni internazionali e umanitarie - una su tutte Amnesty International - hanno spesso alzato la voce, riuscendo però solo in parte a scalfire un'opinione pubblica globale troppo spesso sorda alle conseguenze dei propri divertimenti - si pensi a quanto sta succedendo in Brasile: l'ubriacatura calcistica ha già preso il posto delle proteste e dei numerosi problemi del Paese. In quest'ottica, e con queste premesse, non è sbagliato immaginare che l'attuale situazione dei lavoratori al mondiale del Qatar non possa far altro che peggiorare. Da qui ad otto anni, quando tutto dovrà essere pronto per il taglio del nastro, il bilancio dei morti - dovuti al caldo, alle condizioni inumane e agli incidenti sul lavoro - potrebbe toccare vette poco edificanti.

Qatar 2022: un mondiale nel segno della schiavitù

A Doha la vita e la morte di un lavoratore sono scandite al ritmo della Kafala. Meglio conosciuto all'Occidente come sistema di sponsorizzazione, quest'ultimo prevede che i lavoratori impiegati nel Paese abbiano appunto uno 'sponsor', il datore di lavoro, che in base alle disposizioni di legge diviene, in sintesi, il signore e padrone dell'impiegato. Il lavoratore diventa così oggetto, viene spogliato della sua identità e non viene considerato diversamente da un martello pneumatico o da qualsiasi altro strumento da cantiere. Lo sponsor può arrivare a ritirarne il passaporto, impedendogli così di poter tornare a casa. Inoltre, al lavoratore non è permesso cambiare impiego senza aver ricevuto, in precedenza, l'ok dallo sponsor. Insomma, la Kafala è per certi versi assimilabile alla tela di un ragno, da cui il mal capitato non può sfuggire - ovviamente i sindacati sono assolutamente proibiti. Attorno alla metà di maggio, nel tentativo di mettere un freno alle critiche, il governo di Doha ha annunciato una serie di riforme alla Kafala, parlando di sanzioni per quelle ditte che ritirano i passaporti e una maggiore facilità nell'ottenere visti. Tuttavia, tra una bassa applicazione delle norme e una mancanza di controlli da parte del Ministero del Lavoro qatarino - fino a poco tempo fa, scrive lo Spiegel, disponeva solamente di 150 ispettori -, Amnesty International ha bocciato su tutta la linea 'l'iniziativa' del governo bollandola come un'"occasione mancata".

Chi sono (e come vivono) gli schiavi di Doha

A subire tutto quanto sopra descritto non sono certo i figli del Qatar. I lavoratori schiavizzati, calpestati dei loro più elementari diritti, provengono per lo più dall'India, dal Pakistan, dall'Iran, dall'Egitto, dallo Sri Lanka, dalle Filippine, dal Nepal e dal Bangladesh. Tanto per dare un po' i numeri, sono all'incirca 1,4 milioni le persone, provenienti dall'estero, impiegate nella realizzazione di un sogno che vivranno altri. Di questi, la metà giungono a Doha da Nuova Delhi e da Islamabad, mentre il 16% è di origini nepalesi. Dopo 10-12 ore di lavoro, quando non di più, questi lavoratori vengono stipati in edifici ai margini della decenza umana e, ovviamente, della ricchezza che attraversa le grandi città. Su tre piani possono venire ammassate anche 100 persone, con a disposizione solo tre bagni comuni. Negli appartamenti, dei veri e propri bugigattoli da 16 metri quadrati, trovano alloggio (se così lo si può definire) anche 10 persone, tutte impegnate sui cantieri del mondiale e tutte senza volto e senza speranza, spesso senza un futuro. Quei pochi soldi che riescono ad ottenere come stipendio, quando gli viene consegnato, lo spediscono sostanzialmente interamente nelle rispettive case, dove aspettano mogli, figli e parenti. Così, anche se vorrebbero abbandonare quell'inferno, non possono farlo, perché sprovvisti dei soldi necessari per acquistare biglietti aerei e quant'altro.

Ciò che più colpisce di tutto questo è che con l'eventuale cerimonia che aprirà il mondiale del 2022, come d'incanto, le macchie saranno completamente lavate dall'ondata di entusiasmo calcistico che investirà l'evento. Corruzione e mazzette saranno dimenticate. Morti, feriti e diritti umani violati saranno solo un vago ricordo. Come per le proteste brasiliane, secondo media e informazione finite nel momento stesso in cui è risuonato il triplice fischio che ha messo fine a Brasile Croazia, trasformando Rio da una città in tumulto ad una città festosa dai grattacieli del centro alle favelas della periferia più degradata, anche le storie dei lavoratori stranieri impiegati in Qatar finiranno nell'oblio. Ciò che vedono con i loro occhi è che nonostante le interviste e l'interesse delle organizzazioni internazionali, poco o nulla sta cambiando, e men che meno cambierà. Ancora una volta gli interessi di pochi saranno contrapposti ai bisogni, alle necessità di molti. E il pallone, il dio pallone, avrà ancora una volta ragione su coloro che schiaccia.

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