Mosul: la battaglia si sposta a ovest. La popolazione paga caro: 350.000 bambini a rischio. Dimezzato il cibo a 1,4 milioni di sfollati

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Civili sfollati a causa della battaglia tra le forze irachene e i miliziani dello Stato Islamico nel quartiere al-Zuhoor di Mosul, Iraq. 8 gennaio 2017. REUTERS/Azad Lashkari
  • La battaglia procede incessante a Mosul ovest, dove Daesh tiene sotto scacco la popolazione;
  • L'Iraq chiede più sostegno dagli Stati Uniti, ma con Trump la strategia d'ingaggio potrebbe cambiare in peggio;
  • La crisi umanitaria provocata dai combattimenti è preoccupante: gli sfollati sono più di un milione e circa 300.000 bambini sono in pericolo di vita. Scarseggiano acqua e cibo per i residenti.

La battaglia tra le forze della coalizione internazionale contrapposte al gruppo Stato Islamico a Mosul, nel nord dell'Iraq, prosegue in tutta la sua crudezza: il 18 gennaio l'esercito iracheno ha annunciato la liberazione della parte orientale della città, ad est del fiume Tigri, mentre nella parte occidentale i combattimenti infuriano senza sosta.

Il lato occidentale della città ha una superficie inferiore alla parte orientale ma è più densamente popolato: vi si trovano delle vere e proprie roccaforti, centri di comando e bastioni delle milizie islamiste che hanno reso inutilizzabili i ponti sul Tigri (tutti) e disseminato di trappole esplosive le strettissime strade della città vecchia, per rendere ancor più ostica l'avanzata della coalizione.

Tre mesi intensi di combattimenti, tre mesi gelidi nonostante il metallo rovente tutt'attorno: “È una grande vittoria” ha dichiarato il generale iracheno Talib Shaghati il 18 gennaio, senza tuttavia indicare una tempistica per la conclusione delle operazioni a ovest del Tigri. Un sintomo, lo diciamo da prima che la battaglia cominciasse, non di debolezza bensì di incertezza: nonostante la fuga di decine di alti comandanti del gruppo islamista, nonostante le perdite (decine di miliziani ogni giorno) e nonostante l'arretramento costante Daesh continua a dare filo da torcere. Solo nelle due settimane precedenti la liberazione della parte orientale di Mosul il genio militare iracheno ha dovuto disinnescare oltre 300 ordigni, quasi tutte autobombe, mentre nei giorni successivi grazie all'aiuto delle Nazioni Unite è stato possibile riaprire diverse scuole ad est, cercando di calcare la mano con il “ritorno alla normalità”.

Una normalità che è totalmente anormale: lunedì 30 gennaio Save the Children ha pubblicato un rapporto secondo il quale oltre 350.000 bambini si trovano ora intrappolati nell'assedio di Mosul ovest, sotto la costante minaccia di Daesh. In totale sono oltre 750.000 i civili ancora fuori dal raggio di intervento delle associazioni umanitarie, della Croce Rossa e delle forze della coalizione, in condizioni di scarsità di cibo ed acqua. E il problema non è solo la battaglia: il Programma Alimentare Mondiale (World Food Programme, WFP) infatti ha annunciato il razionamento del cibo in distribuzione a 1,4 milioni di sfollati iracheni, con un dimezzamento delle razioni di cibo dovuto ai ritardi dei pagamenti dei paesi donatori. Una situazione che rischia di peggiorare: Inger Marie Vennize, portavoce del WFP, ha spiegato che l'agenzia sta già parlando con Germania, Giappone e sopratutto con gli Stati Uniti, il suo principale donatore, ma il rischio è che l'amministrazione Trump tagli piuttosto che investire. E questo aggraverebbe il problema umanitario.

Nel frattempo Daesh da fiato a tutte le sue bocche da fuoco, dissemina trappole e mostra gli ultimi ritrovati della sua guerra sporca: i rapimenti non si sono fermati, la popolazione di Mosul ovest vive sotto il terrore islamista e spesso viene cacciata se ritenuta inutile alla battaglia, gli ingegneri bellici di Daesh mostrano tutta la loro abilità con i droni esplosivi, guidati e fatti brillare oltre le linee nemiche quando non vengono intercettati prima. Mentre infuria la battaglia Daesh continua con l'emorragia, di uomini, mezzi e denari, e impone nuove pesanti tasse alla popolazione di Mosul sotto il proprio controllo: più si arretra e più si dovrà pagare.

Il caos è totale: il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha chiesto alla Casa Bianca altri rinforzi, oltre ai 6.000 americani già di stanza in Iraq, ma dalla Sala Ovale sembra che gli intendimenti siano ben diversi da quelli sperati dagli iracheni. La prossima fase, quindi, è davvero incerta: se Trump decidesse di rispondere “no” al suo omologo iracheno questi dovrebbe trovare nuovi sponsor “di peso” che è molto difficile trovare, a meno che non si decida di vendersi al migliore offerente. Il quale, manco a dirlo, potrebbe essere la Turchia (l'unico Paese straniero ad avere accesso a Mosul in queste ore).

Bisognerà quindi vedere in che misura le scelte di Trump peseranno sulla battaglia di Mosul, nell'immediato, e sugli assetti nel nord dell'Iraq nel breve periodo.