MPS e cessione NPL: spunta un nuovo ostacolo sulla strada del salvataggio. Continua l'Odissea della banca senese

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Banca Mps reuters

Il via libera europeo dei primi giorni di giugno pareva aver sciolto il nodo del salvataggio di MPS, ma gli ostacoli sul cammino della banca senese sono ancora numerosi. Il piano per la messa in sicurezza della banca è composto da molti tasselli che devono andare tutti al loro posto in un continuo rimpallo di passaggi burocratici sull’asse Roma-Bruxelles.

Se qualcosa non va liscio come dovrebbe tutto si ferma, di nuovo. E infatti - dopo lo scatto in avanti con l’accordo “di principio” tra la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager e il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan – l’operazione su MPS ha subìto una nuova battuta d’arresto.

Il problema ora è legato al prezzo dei crediti deteriorati. Prima di procedere con la ricapitalizzazione precauzionale infatti, MPS deve liberarsi di circa 26 miliardi lordi di crediti malati tramite una collaborazione pubblico-privato-sistema bancario che però stenta a decollare. L’inghippo sta nel prezzo che MPS vorrebbe il più possibile vicino ai valori di bilancio mentre il consorzio per lo smaltimento degli NPL chiede uno sconto. L’intoppo, badate bene, non è di poco conto perché dal prezzo degli NPL deriva il fabbisogno della banca in sede di ricapitalizzazione precauzionale. Nell’accordo di principio non è indicato l’importo del rafforzamento di capitale che quindi potrebbe essere ancora soggetto a cambiamenti. La BCE qualche mese fa ha chieso a MPS 8,8 miliardi di aumento di capitale calcolando la vendita degli NPL al 20-21% del valore facciale. Ma se l’operazione sui crediti malati dovesse cambiare le carte in tavola si dovrebbe tornare sulla casella di partenza e ridiscutere i termini dell’accordo.

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MPS: facciamo un passo indietro


Chiamare Odissea il salvataggio di MPS, a questo punto, suona come un eufemismo. A più di un anno dalla fine degli stress test e dalle richieste della BCE per la messa in sicurezza della banca senese, la svolta sembra sempre essere dietro l’angolo, ma non arriva mai. Dietro l’angolo c’è solo un altro problema da risolvere e altro tempo da perdere.

Saltata l’operazione di mercato tentata a fine anno, MPS ha chiesto l’intervento dello Stato. La banca avrebbe utilizzato lo scudo da 20 miliardi varato sotto Natale dal Governo Gentiloni proprio per rispondere alle esigenze di capitale del malconcio sistema bancario italiano. Dalla richiesta ufficiale di intervento pubblico sono passati circa 6 mesi nei quali sono andati avanti serrati i colloqui tra Roma, Bruxelles e Francoforte per trovare la quadra sul piano.

Le regole europee, ormai è chiaro a tutti, vietano l’intervento diretto dello Stato nelle banche in difficoltà. La ricapitalizzazione precauzionale prevede il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti subordinati per ridurre il costo del salvataggio per le casse pubbliche e quindi per i contribuenti. L’operazione è approvata soltanto nel caso in cui la banca i questione sia solvibile e possa tornare alla redditività. Per centrare questo obiettivo la Commissione ha chiesto a MPS il sacrificio di azionisti e obbligazionisti junior, (ma ci potranno essere rimborsi in caso di vendita scorretta) e taglio ai costi del personale compresa l’introduzione di un tetto agli stipendi dei manager che non potranno superare dieci volte la paga media.

Queste sono le linee guida dell’accordo di principio che, per diventare operativo, deve superare altri passaggi: la notifica definitiva alla Commissione del piano di ristrutturazione della banca, che porterà alla decisione finale della Commissione per quanto riguarda il tema degli aiuti di Stato. A quel punto il Governo italiano dovrà emanare i decreti sulla partecipazione dei clienti alle perdite e sui rimborsi.

MPS: il nodo sofferenze che blocca il piano


L’ennesimo ostacolo sulla strada del salvataggio è legato al prezzo dei crediti deteriorati. Prima della ricapitalizzazione precauzionale, MPS deve liberarsi di 26 miliardi lordi di crediti malati. Lo schema è già definito: maxi-cartolarizzazione con trasferimento a un veicolo destinato a finanziarsi con 3,3 miliardi di titoli senior con garanzia statale (la famosa GACS), più 1,750 miliardi di tranche junior e mezzanina al consorzio formato da Atlante 2, Credito Fondiario e Fortress. La valutazione del portafogli di NPL da parte degli operatori è iniziata lo scorso anno (quando si è tentata l'operazione di mercato), ma ora spuntano fuori altri 2 miliardi di sofferenze accumulate nell’ultimo trimestre 2016 sulle quali il consorzio chiede uno sconto (per una valutazione più bassa del collaterale). Una richiesta legittima da parte di operatori privati che puntano a massimizzare il proprio guadagno (solo Atlante ha una posizione più morbida nei confronti di MPS).

In pratica quindi c’è una disallineamento tra il prezzo fissato dalla banca che vende e quello proposto dal consorzio di operatori che comprano gli NPL. Come si risolve il problema? Il prossimo 28 giugno scade il periodo di esclusiva concesso da MPS al consorzio, a quel punto la banca senese potrebbe mettere sul mercato la parte di NPL non ancora venduti. Ma anche in quel caso tutto girerà intorno alla valutazione dei crediti malati.

In ogni caso l’obiettivo della banca senese è non allontanarsi da quel 20-21% del valore stimato nel piano originario intorno al quale ruota l’accordo sulla ricapitalizzazione da 8,8 miliardi. In caso contrario infatti, la BCE dovrebbe ricalcolare il fabbisogno di capitale di MPS e tutta l’operazione tornerebbe sulla casella di partenza.