Muro, aborto, ambiente, tortura, dazi: ecco la prima straordinaria settimana di Donald Trump alla Casa Bianca

Trump
Donald Trump al Pentagono REUTERS/Carlos Barria

La prima settimana (o meglio, 10 giorni) di Donald Trump alla Casa bianca è stata straordinaria, nel senso latino dal termine, fuori dal comune. Appena seduto alla scrivania dello Studio ovale, Trump ha iniziato a firmare una serie di provvedimenti dimostrando subito di voler mettere davvero in pratica le promesse più controverse - e alcune aberranti - della sua campagna elettorale. E non si tratta di semplici dichiarazioni di intenti, ma di “ordini esecutivi”, cioè provvedimenti immediati che non passano per il Congresso. Così giorno dopo giorno il neo presidente ha firmato per i cavalli di battaglia della sua campagna elettorale: il blocco del TTP, lo spezzettamento dell’Obamacare e il blocco dei fondi per l’aborto, la costruzione del muro, il rigetto della tematica ambientale, gli accordi con le multinazionali dell’automotive, la consacrazione della tortura. Vediamo meglio la prima straordinaria settimana di Donald Trump alla Casa Bianca.

Trump e il TPP

Tra le prime mosse del presidente Trump c’è stato il blocco del TPP, il Trans Pacific Partnership (Partnerariato Trans-Pacifico). Firmato nel 2015 dai 12 Paesi che si affacciano sul Pacifico, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti, si tratta di uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti. Il TTP però, non è attualmente in vigore perché prima avrebbe dovuto ricevere la firma del Congresso per la ratifica definitiva. La decisione di Trump, in pratica, interrompe l’iter di approvazione.

Nel mirino del presidente ci sono ora gli altri accordi commerciali in vigore o in corso di negoziazione. Durante la campagna elettorale infatti, Trump ha sostenuto la necessità di difendere le aziende e i lavoratori americani dagli altri Paesi tramite una sorta di isolazionismo commerciale autoimposto. Trump cercherà di rinegoziare il NAFTA, il North American Free Trade Agreement negoziato da George Bush e firmato da Bill Clinton nel 1994 con Canada e Messico. Mentre il TTIP, l’accordo di libero scambio tra USA e UE è già considerato morto per sempre (o almeno per la presidenza Trump).

Aborto e assunzioni

Insieme all’ordine esecutivo per il blocco del TPP, il presidente Trump ha firmato altri due ordini esecutivi. Il primo riporta gli USA indietro di qualche decennio e dice tutto sull’opinione che Donald Trump ha delle donne e del diritto all'autodeterminazione. Il Tycoon ha ripristinare la Mexico City Policy, un provvedimento che impedisce alle organizzazioni internazionali non governative che forniscono servizi e informazioni alle donne che decidono di abortire di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti. La firma si traduce in pratica in circa 600 milioni di dollari in meno di finanziamenti.

Introdotto dal presidente repubblicano Ronald Reagan nel 1984, Mexico City Policy è stata revocata dalle amministrazioni democratiche e reintrodotta da quelle repubblicane; l’ultimo a cancellarla è stato Barack Obama. Per rispondere alla decisione di Trump, i Paesi Bassi, insieme ad altri stati, hanno annunciato l’intenzione di istituire un fondo internazionale per ripristinare quei 600 milioni di finanziamenti alle ONG che si occupano di donne.

L’altra firma del presidente è in calce ad un provvedimento per bloccare le assunzioni pubbliche da parte del Governo, escluse quelle per le forze dell’ordine. In campagna elettorale Trump aveva promesso di ridurre la burocrazia e di tagliare la spesa del Governo federale.

Obamacare: al via lo smantellamento

Tra i primi passi fatti dal presidente Trump ci sono anche quelli che portano allo smantellamento della riforma sanitaria di Barack Obama, l’Affordable Care Act, obiettivo finale del Tycoon. In realtà la firma del decreto è poco più che simbolica – spetta al Congresso l’attività legislativa – ma ha un forte sapore politico e in pratica invita le agenzie sanitarie federali a rinviare o sospendere l’applicazione delle norme che impongono nuove spese agli Stati federali. Un modo per prendere in tempo in attesa di smantellare l’intera riforma.

Il muro con il Messico

Mercoledì 23 gennaio resterà nella storia come il giorno del muro, il giorno in cui il nuovo presidente degli Stati Uniti, nella sua prima settimana di governo ha firmato l’ordine esecutivo per la costruzione di una recinzione che divida l’America dal Messico. Si tratta di una delle promesse più controverse della campagna elettorale di Donald Trump: 3.200 chilometri di muro che passa per Texas, Arizona, Nuovo Messico e California. Come promesso, i costi della costruzione saranno a carico del Messico, che il Messico sia d’accordo o meno. Dall’elezione di Trump, il presidente Enrique Peña Nieto ha probabilmente smesso di dormire sonni tranquilli. L’incontro tra Trump e Nieto è saltato perché quest'ultimo ha rigettato l’ipotesi che sia il Paese a pagare per la costruzione del muro. Così tra le ipotesi che circolano alla Casa Bianca c’è l’introduzione di un dazio del 20% sui prodotti che arrivano dal Messico, circa 10 miliardi all’anno che andrebbero a finanziare l’opera.

La firma dell’ordine esecutivo c’è, ma restano anche molte criticità per un’impresa di tale portata. Intanto il Washington Post – che ha percorso tutto il confine – fa notare la presenza di numerosi ostacoli naturali come catene montuose, riserve naturali e il Rio Grande. A cui si aggiunge il fatto che soprattutto in Texas il territorio che confina con il Messico è di proprietà di privati con i quali lo Stato Federale dovrà trattare o andare in giudizio per espropriare i terreni. Infine, c’è il problema dell’utilità del muro: affinché non resti una cattedrale nel deserto, costosa, ma inutile, è necessario che tutto il muro sia presidiato dalle forze dell’ordine o comunque controllato da un sistema di videosorveglianza. Come diceva l'ex segretario alla Homeland Security, Janet Napolitano “fammi vedere un muro di 15 metri e ti faccio vedere una scala di 16”. Gli sforzi per costruire un muro e bloccare l’immigrazione potrebbero essere vani di fronte alla disperazione e determinazione di chi vuole oltrepassarlo.

Ma gli immigrati non arrivano soltanto dal Messico e così Trump blocca anche l’ingresso ai rifugiati siriani e a tutti quelli che provengono da Paesi “a rischio terrorismo” come Afghanistan, Iraq, Somalia, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Le restrizioni per i rifugiati saranno attive finché l’amministrazione Trump non deciderà come modificare il processo di verifica e di controlli per coloro che chiedono di entrare negli USA.

E proprio nell’ottica di combattere il "terrorismo", Trump sta corteggiando la Russia di Putin: “Il presidente – ha spiegato il suo portavoce - è aperto a lavorare con Mosca per combattere l’Isis in Siria” e “non esclude azioni militari congiunte” con la Russia. Nel fine settimana, nella prima telefonata con Putin, si è confermato il disgelo USA-Russia con la prospettiva di abbattere le sanzioni e perseguire l'obiettivo comune di combattere l'ISIS in Siria. 

La tortura torna di moda

Non si tratta ancora di un ordine esecutivo, ma di una bozza di decreto quello che riguarda i Black site, le prigioni della CIA aperte all’estero per gli interrogatori e l’Enhanced Interrogation Techniques, il manuale con i metodi per gli interrogatori. Si tratta di strutture chiuse da Barack Obama perché spesso accusati di essere luoghi di tortura. Programmi che adesso Trump vorrebbe rispolverare convinto che “gli Stati Uniti dovrebbero combattere il fuoco col fuoco”. Durante un’intervista in tv il neo presidente ha infatti detto che il famigerato waterboarding, la tortura con cui si mette un uomo a testa in giù in una vasca piena d’acqua, “funziona. Assolutamente, penso che funzioni”. Riapertura quindi dei Black Site e revisione del manuale con le procedure dell’esercito per lasciare carta bianca, o meglio mano libera, ai militari a stelle e strisce.

Non solo: Trump confermerà anche il super carcere Guantanamo (quello che Obama stava chiudendo) e inserirà la Fratellanza musulmana tra le organizzazioni terroristiche.

Ambiente, oleodotti e macchine

Altro preoccupante cavallo di battaglia di Trump è la tutela dell’ambiente che il neo presidente considera eccessiva e dannosa per le aziende USA. Per Trump le regole ambientali “sono fuori controllo”: stop quindi alle restrizioni, via libera agli oleodotti e all’inquinamento, basta che le aziende vadano ad investire nel Paese. E’ questa la sostanza dell’incontro che il presidente ha organizzato martedì scorso con i vertici di aziende come Fiat-Chrysler, General Motors, Ford. Trump ha chiesto loro di non decentralizzare la produzione, ipotizzando anche l’introduzione di nuove tasse e dazi, e di investire negli USA dove, promette, saranno riviste le regole ambientali. Trump vuole mettere le mani sugli attuali standard ambientali imposti dall’EPA (l’agenzia per la protezione dell’ambiente) sulle emissioni e sull’inquinamento per lasciare più ampi spazi di manovra alle multinazionali.

“Io vi taglio regolamentazioni e corporate tax. Voi però restate a produrre negli Stati Uniti, se non volete subire penali severe” ha detto ai big dell’auto. In pratica Trump promette una deregulation selvaggia sulle regole ambientali (abolizione fino al 75%) a patto però che le aziende mantengano produzione e posti di lavoro negli USA altrimenti scatteranno dazi fino al 35%.

E per fare capire che alle promesse seguiranno presto i fatti, il presidente ha subito firmato il decreto per riprire i lavori di due oleodotti molto discussi, il Keystone XL e il Dakota Access Pipeline, bloccati per le proteste dei cittadini del luogo e degli ambientalisti. I materiali per la costruzione degli oleodotti, ovviamente, dovranno arrivare da compagnie USA.

Come ciliegina sulla torta di questa guerra all’ambiente, i giornali americani raccontano che la nuova amministrazione USA ha imposto il silenzio stampa all’EPA e a tutte le agenzie federali che si occupano di ambiente. Oltre al congelamento dei fondi e tagli al budget federale, Trump, secondo quanto riporta la stampa, avrebbe vietato ai dipendenti dell’EPA di “fornire aggiornamenti tramite social media o ai giornalisti”. Ecco un altro segnale indicativo di cosa ci aspetta nella straordinaria amministrazione di Donald Trump.