Neanche il Pakistan (e l'ONU) vuole i migranti: il respingimento di rifugiati afghani è "il più alto della storia dell'umanità"

Rifugiati afghani
Bambini rifugiati provenienti dall'Afghanistan giocano nel campo profughi di Jalalabad in Pakistan. 12 febbraio 2017. REUTERS/Parwiz
  • In Pakistan ci sono circa 1,5 milioni di afghani ufficialmente registrati a cui si sommano altri 200.000 in attesa di documenti;
  • Negli ultimi mesi circa 300.000 afghani sono stati spinti fuori dal paese con minacce di ogni tipo;
  • Il governo di Islamabad ha annunciato che lo status di rifugiato riconosciuto agli afghani era scaduto a dicembre dello scorso anno. Lo status è stato prorogato fino alla fine del 2017, ma manca ancora l'ufficializzazione.

Dalla metà del 2016 in Pakistan si registra un vero e proprio giro di vite nei confronti dei rifugiati afghani presenti nel Paese e di quanti chiedono di accedervi: secondo quanto denunciato da Human Rights Watch (HRW) in un rapporto pubblicato il 13 febbraio 2017, intitolato “Coercizione pakistana, complicità delle Nazioni Unite: il rimpatrio forzato dei rifugiati afghani”, il governo del Pakistan ricorre a minacce, abusi e deportazioni forzate dei rifugiati afghani nel proprio territorio, grazie anche alla collusione di funzionari dell'ONU con alti apparati del governo locale.

L'obiettivo sarebbe quello di liberarsi dell'enorme marea umana di cittadini afghani che in Pakistan cercano la sopravvivenza: secondo la ong staremmo parlando della “più grande rimpatrio forzato di rifugiati” nella storia dell'umanità. Una follia resa vergogna dalla presunta complicità delle Nazioni Unite.

Quella afghana è la diaspora più importante degli ultimi decenni: in percentuale gli afghani sono, oggi, la più grande popolazione di rifugiati al mondo. Negli ultimi due anni però, e questo va molto oltre la denuncia di Human Rights Watch e rappresenta una delle crisi umanitarie meno coperte dalla stampa internazionale, la situazione è letteralmente precipitata: diversi incidenti lungo il confine e attacchi suicidi nei campi profughi, uniti a un veloce deterioramento nelle relazioni tra Kabul e Islamabad - con i primi per ora più filoamericani e i secondi, in risposta alle pressioni dell'India, che vorrebbero avvicinarsi a Pechino e Mosca - hanno provocato una durissima risposta delle autorità pachistane nei confronti degli afghani in fuga dalla guerra civile.

Solo negli ultimi sei mesi del 2016 quasi 365.000 rifugiati afghani, degli oltre 1,5 milioni ufficialmente registrati e presenti in Pakistan (a questi si sommano altri 200.000 afghani del milione residente in Pakistan in attesa di documenti), sono stati letteralmente spinti fuori dal Paese con pressioni di ogni tipo: minacce di espulsione ripetute, abusi da parte della polizia e deportazioni forzate che hanno causato il più grande rientro forzato e illegale di massa che si ricordi. E tutto questo potrebbe essere solo l'inizio: Islamabad ha infatti reso noto che intende raggiungere gli stessi numeri entro la fine del 2017.

Dopo aver concesso per anni ai Taliban e ai loro finanziatori di rifugiarsi tra le impervie montagne pakistane, e dove anche Osama Bin Laden e il suo entourage hanno trovato un porto franco, il Pakistan ha rivisto profondamente le politiche di accoglienza dei vicini cittadini afghani i quali, attirati dalla sicurezza relativamente stabile e da condizioni economiche decisamente migliori che in patria, nel corso del tempo hanno dato anima e corpo a una diaspora di dimensioni enormi. Quella interna all'Afghanistan è “un'emergenza umanitaria” che le agenzie ONU e non-governative sono costrette ad affrontare “in un contesto di crescente insicurezza e diminuzione di risorse”, secondo un recente rapporto dell'UNHCR. Ai rifugiati all'estero infatti vanno sommati ben 625.000 sfollati interni, afghani intrappolati in Afghanistan in fuga da violenza, oscurantismo e povertà. Come abbiamo scritto più volte negli ultimi mesi, l'Afghanistan è una bomba pronta ad esplodere.

I residenti di origini afghane nei campi profughi pakistani subiscono quotidianamente minacce ed estorsioni da parte di polizia ed esercito, i possessori di documenti che possono lavorare vengono letteralmente spogliati di ogni bene e depredati dei magri risultati della propria fatica, i loro figli esclusi dalle scuole pakistane vedono le autorità locali chiudere gli istituti scolastici che nascono nei campi profughi dove vivono. Il governo di Islamabad ha più volte espresso la propria posizione, secondo cui gli afghani presenti in Pakistan dovrebbero tornare in patria, pubblicamente e in modo molto spregiudicato.

Pressioni quindi che si sommano a uno status giuridico molto incerto, nello stato di diritto pakistano. Questo è in effetti la chiave per comprendere appieno le condizioni sociali dei rifugiati afghani: anche chi ottiene il permesso di residenza, anche chi è in regola con i documenti dopo avere attraversato le forche caudine della folle e spesso insensata burocrazia pakistana, deve restare sempre sul chi va là, pronto, da un momento all'altro, alla deportazione in patria. Il governo di Islamabad ha annunciato, per mesi e mesi, che lo status di rifugiato degli afghani cui era stato riconosciuto sarebbe scaduto a dicembre dello scorso anno ma a metà settembre 2016 l'ultimatum è stato esteso al 31 marzo 2017 e il 23 novembre prorogato ulteriormente al 31 dicembre 2017. Tuttavia, quest'ultima proroga di fatto non è ancora stata ufficializzata dal governo del Pakistan e molti rifugiati temono oggi un nuovo drammatico giro di vite a partire dai primi di aprile. Tra appena un mese e mezzo. Questo solo per dare l'idea dell'incertezza che vivono gli 1,5 milioni di afghani residenti legalmente in Pakistan.

Ma in che modo le Nazioni Unite sarebbero conniventi con questi rientri di massa nelle desolate terre afghane? Nel giugno 2016 l'UNHCR ha aumentato il “premio in denaro” ai chi opta per il rimpatrio, una sovvenzione diretta che ha lo scopo di persuadere i rifugiati a tornare in patria: tale sovvenzione è stata raddoppiata, da 200 a 400 dollari americani, e questo unito alle pressioni delle autorità locali e all'incertezza legislativa sui permessi di soggiorno in Pakistan influenzerebbe non poco la decisione degli afghani, pure dolorosa, di tornare in patria. Sovvenzioni simili, per essere chiari, vengono proposte ai richiedenti asilo in Italia come in Grecia, in Israele come in Turchia, in ogni parte del mondo in cui si fa fatica a creare un sistema di accoglienza efficace e legale sul piano umanitario: se questi quattro spiccioli non vengono accettati da chi non ha più nemmeno una terra dove tornare forse le motivazioni che lo hanno spinto a lasciare la propria casa sono un po' più forti di un pugno di dollari.

Ma quella degli afghani che rientrano nel loro inferno non è solo una questione economica: secondo diverse testimonianze “un'improvvisa ostilità anti-afghano” ha pervaso le autorità pakistane locali, provocando un effetto domino terribile. I proprietari di immobili hanno alzato oltremodo gli affitti per gli appartamenti e i locali commerciali, la polizia ha cominciato a riscuotere vere e proprie tangenti e malmenato, i casi sono diversi, i rifugiati che non pagavano, in molti hanno deciso di mandare “momentaneamente” la propria famiglia indietro ritrovandosi soli, esposti e vulnerabili, ad affrontare le angherie delle autorità e l'incertezza per il futuro.

Insomma, se il rapporto di HRW fosse confermato nel dettaglio il Pakistan starebbe violando in flagrante le norme internazionali su accoglienza e respingimenti: il picco di afghani rientrati in patria molto poco volontariamente c'è stato tra ottobre e novembre del 2016, in dicembre il calo è stato consistente, ma la preoccupazione di molti è che il congelamento delle domande, l'incertezza normativa e il perpetrarsi di violenze ed abusi sia il preambolo ad una nuova campagna di respingimenti di fatto dei rifugiati afghani in Pakistan. Il governo di Islamabad declina tutto questo come una “facilitazione del rimpatrio volontario” nega ogni addebito ed anzi illustra l'eccellenza del sistema pakistano in materia di rifugiati. La realtà, però, è decisamente meno idilliaca: le condizioni di vita in Afghanistan, in tutto l'Afghanistan, non sono migliorate ed anzi l'attività dell'UNHCR in materia di rimpatri è il risultato di un grave errore di valutazione da parte dell'agenzia ONU per i rifugiati.

L'Agenzia non è riuscita a garantire una corretta informazioni circa le condizioni del paese al ritorno dei rifugiati dal Pakistan, ha aumentato le sovvenzioni per i rimpatri, anche se il termine più corretto è “mancia”, ha omesso le condizioni di insicurezza e povertà estrema in cui versano molte zone dell'Afghanistan e secondo HRW ha “fondamentalmente abrogato il suo mandato di protezione nei confronti dei rifugiati sostenendo i respingimenti di massa del Pakistan”. Accuse gravi che meritano smentite altrettanto dettagliate. L'agenzia, nel gennaio scorso, ha confutato molte delle accuse mosse da HRW ma di fatto la risposta, contenuta nel rapporto della ong, non è stata molto convincente. Almeno, non lo è per chi scrive.

I primi di novembre l'UNHCR ha annunciato di non avere abbastanza denaro per sostenere le spese delle sovvenzioni, i problemi economici dell'agenzia derivano dal mancato mantenimento degli impegni da parte dei finanziatori, una vergogna internazionale che ha anche profili di illegittimità sul piano del diritto, ma è il silenzio assordante a preoccupare e le omissioni sul trattamento degli afghani in Pakistan a rappresentare un grave precedente. Vero è anche che è se l'UNHCR è composta dal resto del mondo, questo mondo sembra ignorare il dramma afghano: dei 350.000 richiedenti asilo tra gennaio 2015 e settembre 2016 gli stati dell'Unione Europea hanno respinto tutte le domande provenienti dagli afghani ma alla fine del 2016 Bruxelles ha definito quella in Afghanistan “una crisi umanitaria sempre più grave”.

Se le parole non si trasformano in azioni, però, la strage è sempre in agguato.