Nel 2016 Daesh ha continuato a perdere territori in Siria e Iraq

Liberazione Mosul
Souad Hamidi si solleva il Niqab dopo che le Syria Democratic Forces (SDF) hanno riconquistato Manbij, il suo villaggio nella provincia di Aleppo. Siria, 9 giugno 2016. REUTERS/Rodi Said

In questi giorni di notizie devastanti e terribili provenienti da Aleppo si rischia di perdere un po' il focus su quello che è il pretesto perfetto dei questa guerra civile, l'Isis: usato da tutte le parti in causa come lo spauracchio da agitare per giustificare questa o quella nefandezza, questa o quella campagna militare, questo o quell'abominio bellico che in Siria ed Iraq sembrano inanellarsi uno dietro l'altro senza soluzione di continuità, come sta messo (veramente) oggi il gruppo Stato Islamico nei territori “del Califfato”?

È una domanda cui è molto difficile rispondere con precisione ma cui è possibile dare seguito seguendo gli eventi degli ultimi mesi, evadendo dalla battaglia di Aleppo che paradossalmente rappresenta anche una distrazione da Daesh. Secondo un rapporto di IHS Conflict Monitor pubblicato agli inizi di ottobre i territori controllati da Daesh si sono ridotti del 16 per cento nei primi nove mesi dell'anno 2016: oggi il califfo Abu Bakr al-Baghdadi e i suoi uomini controllano direttamente un territorio di “appena” 65.500 chilometri quadrati, più o meno grande come lo Sri Lanka. Ai primi di luglio lo Stato Islamico era di 68.300 chilometri quadrati, grande quanto l'Irlanda.

Nel momento della massima espansione, nel gennaio 2015 quando il Califfo controllava 90.800 chilometri quadrati di territorio a cavallo tra Iraq e Siria, vivevano circa 10 milioni di civili sotto lo Stato Islamico. Oggi sono 6 milioni circa.

Le perdite più importanti, e che regalano agli islamisti i maggiori grattacapi, sono quelle lungo il confine con la Turchia: la perdita del controllo di quei territori, che dalla sconfitta di Kobane è stata costante grazie alla determinazione delle falangi armate curde, hanno tagliato le importanti linee di rifornimento con la Turchia mettendo quasi la parola “fine” ai traffici illeciti ed al contrabbando di petrolio, limitando anche la capacità del gruppo di reclutare nuovi combattenti e rinforzare le proprie fila. È stato proprio a Kobane, con la vittoria dei valorosissimi curdi, che si è vista la prima inversione di tendenza: a Kobane si è capito che i folli seguaci del Califfo erano battibili, che erano fatti di carne e sangue come tutti gli altri e che i proiettili curdi non erano meno efficaci delle mannaie e dei colpi di mortaio degli islamisti. Da Kobane e dal confine turco sono arrivati, al dicembre 2015, ben 27.000 combattenti. Oggi sono migliaia di meno, molti sono morti e molti sono tornati a casa. Molti altri vorrebbero raggiungere la loro personale terra santa ma, oggi, le linee sono tagliate.

Ciò non significa che non esistano più foreign fighters. Significa che questi non riescono più a raggiungere il Califfato, almeno non con la facilità con cui riuscivano ad andarci prima. La perdita dei territori al confine turco inoltre ha ridotto enormemente le entrate dal contrabbando: nel 2015 le entrate dello Stato Islamico erano rappresentate per appena il 12 per cento dalle tasse imposte ai cittadini nei territori conquistati ma quest'anno questa percentuale è salita di molto, fino al 33 per cento.

Se aggiornati ad oggi questi dati mostrerebbero certamente una realtà ancor più critica per i seguaci di Daesh: il 1 novembre le forze irachene e curde hanno raggiunto la parte orientale della grande città di Mosul, nel nord dell'Iraq, e da allora infuria una battaglia strada per strada che sta tuttavia ricacciando indietro gli islamisti giorno dopo giorno in una ritirata che sembra quasi una fuga di massa dei seguaci di al-Baghdadi.

Se sul fronte iracheno le cose sembrano procedere bene per la coalizione internazionale, il fronte siriano mostra tutte le lacune della Repubblica Araba di Siria nella lotta a Daesh: i soldati di Assad hanno perso Palmira, di nuovo, mentre la ripresa di Aleppo non ha rosicchiato nemmeno un centimetro di territorio al Califfo. Di Isis, ad Aleppo, non c'è neanche l'ombra. Nel sud della Siria invece di Isis ce n'è eccome e nell'ultimo anno ha ingrandito non poco il proprio dominio, di fatto recuperando a sud, contro i lealisti ad Assad, ciò che ha perso a nord contro i curdi: lo mostra bene questa infografica della BBC, aggiornata al 6 ottobre 2016.

Quello che è certo è che la ritirata di Daesh in Iraq e in Siria non rappresenterà la fine del gruppo islamista, presente oggi in 18 paesi del mondo: sarà probabilmente l'Afghanistan il prossimo fronte caldo, ma secondo lo US National Counterterrorism Center nuove radici starebbero crescendo in Pakistan, Mali, Egitto, Somalia, Bangladesh, Indonesia e Filippine, fronti che si sommano a quello interno europeo (Turchia compresa).