Passata la paura per le elezioni francesi, l'Europa può cominciare a preoccuparsi per l'Italia

Beppe Grillo e Matteo Renzi
Beppe Grillo e Matteo Renzi Reuters

L’Europa oggi si è svegliata col sorriso, l’animo tranquillo, la mente sgombra. Emmanuel Macron è il venticinquesimo presidente della Repubblica francese, l’Unione è salva. Almeno per adesso.

Le elezioni francesi rappresentavano il timore più grande per i sostenitori dell’assetto continentale, lo scoglio più importante da superare in questi anni da incubo inaugurati dalla Brexit. Poco importa che il nuovo inquilino dell’Eliseo fra poco più di un mese potrebbe già dover affrontare l’ostacolo più impervio della sua presidenza, le elezioni parlamentari, uscendone con le ossa rotte: ciò che conta è che alla guida della seconda potenza dell’UE ci sia un uomo in grado di salvaguardare gli equilibri scricchiolanti creati negli ultimi decenni. L’elezione del leader di En Marche!, con percentuali che hanno addirittura superato le aspettative degli analisti, simboleggia l’ultima speranza. Se nel prossimo futuro l’Europa non sarà in grado di cambiare, di rigenerarsi, di porre rimedio agli errori, la prossima volta il risultato delle urne potrebbe essere molto più amaro. Il problema è che potrebbe non averne il tempo, perché i pericoli non sono finiti.

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Dopo il sospiro di sollievo tirato dagli esiti delle elezioni di Austria, Paesi Bassi e Francia, ci sono altri appuntamenti importanti da tenere d’occhio. E se il voto tedesco di settembre, pur destando qualche perplessità, sembra destinato in ogni caso a consegnare un risultato soddisfacente per gli europeisti, visto che la destra AfD continua a navigare in grossi problemi, potrebbe essere il voto italiano a rimescolare le carte, accrescendo le preoccupazioni sulla sopravvivenza della UE.

Dalle elezioni francesi a quelle tedesche


Il 7 maggio si sono tenute anche le elezioni statali dello Schleswig-Holstein, il più settentrionale dei 16 stati federati della Germania . A vincere, con il 33% dei voti è stato il candidato dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito della cancelliera Angela Merkel, per intenderci. Il partito socialdemocratico di centrosinistra (SPD), che a livello nazionale ha come leader l’ex presidente del parlamento UE, Martin Schulz, si è invece fermato al 26%, perdendo uno dei territori in cui governava.

Un risultato che è stato interpretato dai media nazionali (e dai pochi giornali internazionali che l’hanno seguito) come un ottimo segno per Frau Merkel in vista del prossimo 24 settembre, quando la leader tedesca dovrà vedersela proprio contro Schulz nelle elezioni che decideranno il nome del nuovo cancelliere.

Il punto è che in questo caso, all’Europa non importa chi vince. O meglio, nonostante ci sia una preferenza spiccata nei confronti dell’attuale capo del Governo di Berlino, se vincesse il numero uno del partito socialdemocratico, a Bruxelles nessuno verserebbe lacrime amare.

Il motivo è presto detto: sebbene siano forse le elezioni più in bilico tra quelle in programma tra il 2017 e il 2018, comunque vada il rischio è lieve. Il populismo, sia di destra che di sinistra, in Germania non ha attecchito , rimanendo in netta minoranza. Anche se alla fine, Schulz dovesse diventare cancelliere, si tratta pur sempre di un ex presidente del parlamento europeo, di un candidato equilibrato, che pur utilizzando spesso i toni e i temi tipici del linguaggio populista, non stravolgerà la politica estera e interna della Germania. La stabilità del sistema Paese e del sistema Europa sarà garantita sia dal punto di vista politico che da quello economico. I tedeschi facciano un po’ come vogliono dunque, anche se Merkel rimane la scelta numero uno dei vertici comunitari.

Il pericolo siamo noi


Diverso, molto diverso, il discorso sulle elezioni italiane. Perché da oggi è l’Italia il paese sotto osservazione, siamo noi quelli che il cosiddetto establishment e i mercati finanziari guardano di traverso. Siamo noi quelli che potrebbero “rovinare tutto”.

Dal punto di vista economico siamo un Paese caratterizzato da un debito pubblico da incubo (abbiamo superato il 133% del PIL) con un prodotto interno lordo che cresce a rilento, con una disoccupazione giovanile elevata e con tutti quegli squilibri che sperimentiamo sulla nostra pelle giorno dopo giorno.

Ma forse non è nemmeno questo il problema principale per Bruxelles. Il voto italiano rappresenta un’incognita. Non solo perché il principale partito populista del Paese, il Movimento 5 Stelle, ha un radicamento e un consenso che altrove sono difficili da riscontrare, ma anche perché da noi pure il populismo si sta trasformando in “tradizione”. Impossibile non tenere conto infatti che si tratta di una forza politica nata ben otto anni fa, che ha avuto tutto il tempo di organizzarsi e di crescere. Un partito che, se da un lato ha bloccato la matrice violenta ed estrema che caratterizza i partiti “populisti” stranieri, dall’altro si fonda su principi di democrazia esterna e oscurità interna, cavalcando alcune delle argomentazioni più controverse e preoccupanti (a partire dal referendum sull’euro) che contraddistinguono “la protesta”.

A completare il panorama ci sono il centrodestra più liquido della storia d’Italia (che potrebbe finire guidato da un partito "lepeniano" come la Lega Nord di Matteo Salvini) e un Partito Democratico allo sbando, guidato da un leader incapace di accettare che il vento soffia nel verso opposto rispetto agli anni della sua ascesa e che non sembra riuscire a trovare il bandolo della matassa consentendo al PD di trovare una strategia politica efficace e lineare e contrapposta ai populismi.

In questo contesto, non c’è nemmeno una legge elettorale degna di questo nome. Lo scontro politico continua a preferire la propaganda all’azione e, con ogni probabilità, ci ritroveremo a votare con il sistema fuoriuscito dalla Consulta (con qualche necessaria modifica), semplicemente perché a meno di un anno dalle elezioni i nostri rappresentanti preferiscono scornarsi su temi secondari (come i vitalizi) piuttosto che sedersi ad un tavolo e trovare un accordo su una delle leggi più importanti per lo Stato e per i cittadini.

Non c’è da stupirsi dunque se da domani, passata la “sbronza elettorale francese”, si comincerà sempre di più a parlare e a preoccuparsi dell’Italia, con conseguenze che potrebbero arrivare ben prima del voto (soprattutto sui mercati). Perché da oggi siamo ufficialmente diventati il vero e unico spauracchio europeo. Economicamente, politicamente e socialmente .