Perché continuano ad arrivare migranti nonostante gli accordi Italia-Libia?

Italia-Libia
I resti di un gommone che trasportava migranti e, sullo sfondo, la barca di un pescatore libico. Mediterraneo, 23 marzo 2017. REUTERS/Yannis Behrakis

Accordi, memorandum, investimenti e promesse non servono a niente e i migranti continuano a morire nel Mediterraneo, a centinaia.

Nonostante quei morti, nonostante i racconti dei vivi, la guerra civile in Libia e nonostante tutti i governi europei conoscano esattamente l'inumana realtà che chi si imbarca sui gommoni deve soffrire nelle prigioni libiche dei trafficanti di esseri umani, nell'affrontare la questione immigrazione il governo italiano insiste su due punti: il memorandum Italia-Libia, che prevede uno stanziamento di 800 milioni di euro, forniture di mezzi militari e di soccorso e la formazione della Guardia Costiera Libica, e il decreto Minniti-Orlando, che introduce nuove regole sul diritto d'asilo e amplia la rete dei centri di detenzione per gli irregolari, la cui discussione è ripresa il 28 marzo scorso.

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Il 22 marzo 2017 la Corte d'Appello di Tripoli ha dichiarato l'inammissibilità del memorandum decretandone la sospensione il giorno dopo la firma a Roma, accogliendo il ricorso presentato dall'avvocato Azza Maghur e dall'ex-ministro della giustizia libico Salah al-Marghani: secondo i ricorrenti il governo di al-Serraj non ha la legittimità per firmare accordi di questo genere perché non ha mai ottenuto la fiducia dei parlamentari ritirartisi a Tobruk alla corte di Haftar, il cui parlamento ha definito “nullo” proprio quel memorandum. Un accordo costoso per la Libia, che non ha ottenuto garanzie dall'Italia sui finanziamenti ma che di contro non ne ha date all'Italia sul controllo dei flussi migratori. Non possiamo sapere quale sarà l'effetto di questa sentenza, che congela l'accordo fino alla sentenza del procedimento di ricorso: nel caos libico infatti ognuno oramai fa un po' come gli pare e piace e questo è un comune denominatore tra i due governi, i loro alleati internazionali e le milizie.

Ad oggi non è chiaro se il governo libico di Tripoli abbia presentato una memoria difensiva alla Corte d'Appello per rimuovere il blocco del memorandum e non è chiaro nemmeno se si potrà procedere con l'altro accordo, tra UE e Libia, firmato a Malta e che prevede la formazione di un “cordone di protezione” a largo delle coste libiche. Per realizzare il quale bisognerà formare e armare la Guardia Costiera libica. E questo è un ulteriore problema: nei mesi infatti la Guardia Costiera è stata ripetutamente accusata, spesso con video e fotografie che provano la veridicità delle accuse, di violenze sui migranti intercettati e di averli spesso riconsegnati, dopo averli derubati, ai trafficanti di esseri umani. Su Internazionale Dario Belluccio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha detto: “Anche se gli effetti giuridici della decisione [della corte libica, nda] sono resi incerti dall’elevata instabilità politica e istituzionale della Libia, si conferma quanto da noi evidenziato: i governi devono concludere accordi internazionali rispettando le norme interne. In Italia come in Libia”.

Una cosa, il rispetto della legalità e del diritto, che attiene anche all'Italia: la seconda arma che il governo Gentiloni sembra volere adottare per rallentare e magari fermare i flussi migratori è il decreto Minniti-Orlando, che potrebbe essere approvato entro la fine di marzo o i primi di aprile. Un decreto che contiene al suo interno diversi aspetti critici, su tutti il ripristino dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) di bossifiniana memoria, che aumenteranno da 4 a 20 e con un'operazione più di restyling d'immagine che altro si chiameranno CPR, Centri di Permanenza per il Rimpatrio. “Avranno una capienza di 100 persone al massimo” ha spiegato il ministro degli Interni Marco Minniti, “saranno tutt'altra cosa rispetto ai CIE”.

Sarà, ma le strutture sono le stesse, fatiscenti, che speravamo di vedere demolite. L'obiettivo del governo però non è detenere i migranti in stile ungherese​, al posto dei container di Orban in Italia ci sono i CPR di Minniti ma nella sostanza poco cambia, bensì procedere al rimpatrio - anche coatto - degli irregolari. Una politica in linea con quella dell'Unione Europea, che tuttavia nel giro di un anno è passata schizofrenicamente dall'accoglienza di tutti ai respingimenti di quanti più possibile. Anche in questo caso, in perfetto stile ungherese.

Un altro provvedimento di questo decreto decisamente pericoloso per lo stato di salute del diritto in Italia è la proposta di abolire il secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo, che così potranno ricorrere alla sentenza di primo grado solo e unicamente in Cassazione: nei primi cinque mesi del 2016 sono stati presentati 15.008 ricorsi da parte di richiedenti asilo che si erano visti bocciare la prima richiesta dalla commissione territoriale. Tuttavia il problema non sono i ricorsi bensì le sentenze e l'elefantiasi della giustizia italiana: nello stesso periodo infatti la commissione ha deliberato su appena 985 domande di asilo, una ogni 15 presentate, e le varie commissioni impiegano una media di 6 mesi per pronunciarsi in primo grado. Un problema che non attiene per nulla a chi aspetta di conoscere il proprio destino ma unicamente alle vergogne del sistema della giustizia civile italiana, negli anni censurata e condannata più volte dall'Unione Europea proprio per la lentezza nei processi e nell'innata capacità di accumularli sulle scrivanie.

Per rendere la vita “più facile” ai giudici il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha proposto nel decreto di agevolarli in qualche modo nel prendere la decisione: l'idea è quella di abolire direttamente l'udienza, di impedire cioè al richiedente asilo di presentarsi dal giudice ed esporre le proprie ragioni. Il giudice prenderà la sua decisione basandosi su una registrazione, quando esistente, del colloquio del richiedente asilo, al quale non potrà fare domande. Giurisprudenza cinematografica, praticamente, e della peggior specie.

Tutto questo richiama alle parole di Dario Belluccio che abbiamo riportato qui sopra: “I governi devono concludere accordi internazionali rispettando le norme interne”. Il nostro ordinamento prevede degli obblighi molto precisi e inquadra molto bene il ruolo del giudice nel suo lavoro di accertamento di una violazione, ragion per cui il decreto Minniti-Orlando possiamo affermare violi la direttiva europea 32/2013 sulle procedure. Questo, unito all'abolizione del secondo grado di giudizio su base semi-razziale (il principio è che se sei richiedente asilo non hai diritto all'Appello), fa di quel decreto un documento pericoloso e potenzialmente criminogeno, oltre che liberticida. Se prendiamo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, recepita dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, e se prendiamo in considerazione i principi costituzionali della “Costituzione più bella del mondo” e li mettiamo a confronto del memorandum Italia-Libia e del decreto Minniti-Orlando notiamo pacificamente come entrambi questi documenti violino più parti di quelle convenzioni, che l'Italia in teoria si è impegnata ad attuare e proteggere.

I fenomeni umani non si possono arrestare. Sono arginabili, reprimibili, nascondibili ma non cancellabili: l'uomo migra da sempre, sin da quando ha sviluppato il pollice opponibile.

È questa la ragione principale per cui è impossibile fermare il massiccio fenomeno migratorio che vede protagonisti l'Africa e l'Europa meridionale. Chiedersi perché l'accordo Italia-Libia sui migranti non abbia fermato le partenze è sciocco, come era sciocco credere a suo tempo che proprio grazie agli accordi tra il governo italiano di Berlusconi e il regime libico di Gheddafi le partenze si fossero interrotte, cosa comunque falsa, per effetto delle stupefacenti operazioni di welfare pubblico di Tripoli. Eppure, direttamente o indirettamente, è una domanda che si pongono in molti: perché non riusciamo a fermare questo fenomeno migratorio? Il problema non sono i migranti ma l'incapacità di dare risposte da parte di chi, per Costituzione e per impegni internazionali assunti nel tempo, ha il dovere di accogliere e proteggere. Il dovere, non la possibilità: ciò significa che qualsiasi soluzione si adotti o si cerchi di adottare in un'ottica respingente è semplicemente una soluzione illegittima.