Perché gli arabi finanziano gli islamisti?

Militari sauditi
Alcuni battaglioni delle forze di sicurezza saudite marciano in preparazione delle celebrazioni del pellegrinaggio dell'Haji. Mecca, Arabia Saudita, 5 settembre 2016. REUTERS/Ahmed Jadallah

Qualche settimana fa la trasmissione di approfondimento Plusminus, in onda sul canale tedesco ARD, ha trasmesso un'inchiesta che rivela come in Germania – e non solo – il contrabbando di sigarette sia un'importante risorsa economica sia per Daesh che per al-Qaeda. “I terroristi fanno sempre meno ricorso al traffico di droga come fonte di finanziamento. Le droghe attirano troppo l'attenzione della polizia. Ora si concentrano su settori che danno meno nell'occhio, e per questo si dedicano alle merci contraffatte e le sigarette di contrabbando” sosteneva durante la trasmissione Louise Shelley della George Mason University in Virginia, Stati Uniti.

Le fonti di finanziamento dei diversi gruppi islamisti, in particolare dei due più importanti al mondo (Daesh e al-Qaeda), sono diversificate, come per ogni organizzazione criminale ben consolidata, attiva ed organizzata che si rispetti. Il traffico di esseri umani e di droga, il contrabbando di armi, sigarette e merci preziose, la vendita del petrolio al mercato nero, ma anche le imposte che i residenti nelle zone occupate dai gruppi islamisti sono costretti a versare rappresentano importanti bacini di finanziamento per questi gruppi armati islamisti. Gruppi “rivoluzionari”, come li ha definiti il ricercatore Scott Aran della Oxford University inglese in un'analisi lucidissima pubblicata nel dicembre 2015.

Ma i gruppi islamisti possono vantare anche su sponsor decisamente più importanti, che storicamente garantiscono loro donazioni consistenti e forniture militari di armi, mezzi e munizioni nuove di zecca: l'Arabia Saudita è uno di questi sponsor, additata da mezzo mondo come “stato canaglia” - per usare un'espressione cara all'ex-presidente americano George W. Bush - sin dal 1960. È il Nasserismo il nemico da fronteggiare, grazie al quale i Saud giustificano la loro opera di finanziamento: si tratta dell'ideologia politica della dottrina di Gamal Abdel Nasser, presidente egiziano dal 1956 al 1970 che per primo teorizzò la nascita della Repubblica Araba Unita, la fusione tra Siria ed Egitto al cui progetto si aggiunse anche lo Yemen. Un orrore per l'egemonia saudita nel quadrante mediorientale.

Secondo il giornalista di Politico Zalmay Khalilzad, che ha raccolto le spiegazioni del principe ereditario saudita Nayef, il sostegno all'estremismo islamico da parte di Riyad era inizialmente un modo per resistere all'egemonia che voleva imporre l'Unione Sovietica: una politica estera che gli Stati Uniti, come è noto, hanno sempre sostenuto. Basti pensare all'Afghanistan degli anni Ottanta.

Dalla seconda metà dei Novanta ad oggi però il finanziamento arabo ai gruppi islamisti ha cominciato a far storcere il naso a molti e la vergogna è stata messa a nudo davanti agli occhi del mondo l'11 settembre del 2001, quando tutti guardarono alla televisione il secondo aereo American Airlines infilarsi come una lama nel burro della Torre Sud del World Trade Center. Il “mostro” creato dagli arabi era diventato ufficialmente fuori controllo, oltre che pericolosissimo.

La testimonianza che la leadership saudita ha confessato a Politico però non rappresenta un nuovo corso nella filosofia della politica estera dell'Arabia: ancora oggi gruppi come Jabhat Fateh al-Sham, il nuovo nome che si sono dati i sunniti di al-Nusra in Siria con il benestare di al-Qaeda, ricevono importanti finanziamenti da Riyad, così come i ribelli sciiti Houthi in Yemen ricevono bombe al fosforo sulla testa da parte dei caccia sauditi. E, alla fine, il discorso cade sempre sulla solita guerra intrareligiosa che dalla morte del Profeta Maometto insanguina l'Islam: quella tra sunniti e sciiti.

L'Arabia Saudita del 2016 indica in due elementi le principali minacce alla stabilità del Regno e della dinastia Saud: "il terrorismo internazionale islamista e l'ascesa dell'Iran nel panorama internazionale" (sia a livello diplomatico che, sopratutto, militare). Questo porta i sauditi a allargare non poco le maglie delle libertà individuali dei propri sudditi: il voto alle donne e persino la possibilità per loro di candidarsi è un segno dei tempi che cambiano ma anche una concessione in politica estera per non lasciar avvicinare troppo Washington ai nemici di Teheran.

Le riforme in materia economica e il piano di sviluppo che dovrebbe portare l'Arabia Saudita a rendersi più indipendente dalla vendita del petrolio stanno progressivamente concentrando le risorse economiche saudite internamente e questo sta rappresentando un duro colpo per i diversi gruppi islamisti del panorama mediorientale. Ma ciò non significa che di affari occulti non ce ne siano: fino a quando Daesh ha rivenduto petrolio al mercato nero, un business oggi reso più difficile dalla progressiva perdita di territorio da parte dei combattenti al soldo del Califfo, gli arabi si sono preoccupati di acquistarlo (così come i turchi) e rivenderlo come proprio per fronteggiare la crisi petrolifera sui mercati internazionali.

Oggi Riyad guarda con preoccupazione alle scaramucce tra russi e americani in Siria ma sembra che per il momento a impensierire l'Arabia Saudita sia sopratutto l'Iran. E questo potrebbe provocare una ripresa dei finanziamenti e delle forniture a gruppi come Daesh, o a coloro i quali ne raccoglieranno l'eredità una volta espugnata Raqqa.