Perché Renzi ha perso, secondo il popolo italiano

Matteo Renzi, dimissioni
Matteo Renzi a Palazzo Chigi durante il discorso in cui annuncia le sue dimissioni REUTERS/Alessandro Bianchi

Non c’è stato alcun colpo di scena, non questa volta. Non in Italia. Alla vigilia del voto referendario i sondaggi davano in forte vantaggio il fronte del No, e alla fine così è stato. La vittoria del No è stata così netta e immediata che non c’è stata battaglia: i primi exit poll ponderati, giunti mentre si contavano i dati sull’affluenza, davano un vantaggio del No sul Si così ampio che si è spenta sul nascere ogni speranza di recupero (tanto che Renzi ha annunciato le sue dimissioni poco dopo la mezzanotte, in un discorso molto umile e dignitoso).

La distanza tra No e Si dell’ordine del 20% suggerisce che la batosta ricevuta da Renzi non è solo una bocciatura alla riforma voluta dall’ex premier, ma è anche e soprattutto una sconfitta politica.

Quando la mattina del 4 dicembre mi sono recato alle urne per votare ho avuto modo di origliare qualche discorso di chi sosteneva il No (e che probabilmente non si vergognava troppo di esternare il suo pensiero). Questo un po’ più distante dal seggio elettorale, perché all’interno vige sempre un silenzio più rituale. Quello che mi è parso di capire è che questi elettori la riforma non l’avevano proprio letta e che il loro era un voto contro Renzi, essenzialmente perché stava loro antipatico. Ed è qualcosa su cui ho trovato conferma ripensando ai discorsi sentiti da qualche parente e da qualche amico o conoscente, un po’ di mesi fa.

Per un politico costruire e curare la propria immagine è di fondamentale importanza per il successo e la sopravvivenza. E per curare la propria immagine bisogna riuscire a trasmetterla, comunicarla, in modo positivo. Bisogna riuscire insomma a piacere alla gente. Ciò che alla fine conta non è quello che realmente si dice, ma il come: è il messaggio che alla fine arriva all’elettore medio che ha realmente peso, non quello che arriva al giornalista, all’economista o al tecnico di turno. E Renzi in questi ultimi anni ha perso molto dello smalto e della vivacità dimostrati quando si affacciava nelle stanze occupate allora da Enrico Letta, e annusava la possibilità di diventare capo del governo.

Da quel giovane rottamatore, simpatico e dalla battuta pronta, ci siamo trovati di fronte un uomo arrogante e pieno di sé, lontano dai sentimenti di un popolo che non è più riuscito a interpretare con la stessa facilità e disinvoltura che aveva caratterizzato il Renzi pre-premier. 

Il suicidio politico di Renzi è iniziato lentamente a concretizzarsi quando si è intestardito nel volere imitare, nei gesti e nelle scelte politiche (alcune, non tutte), un uomo già arrivato al capolinea qualche anno fa. Renzi si è inconsciamente ritrovato a essere la rappresentazione del Berlusconi peggiore della sua carriera politica, quello poco prima della caduta del governo del 2011, quando aveva contro buona parte dei partiti e quando iniziava a frantumare internamente il centro-destra. Un Berlusconi antipatico, in preda a deliri di onnipotenza. Il Renzi di oggi ha assorbito su di sé tutte, o quasi, le negatività di questo paese come fece il Berlusconi del 2011. 

Guai però a dire che Renzi è, o è stato, il figliaccio politico di Berlusconi, perché alla fine le similitudini tra i due sono solo a fior di pelle, mentre in realtà le differenze sono molto più profonde (basterebbe mettere a confronti le loro vite private e politiche per rendersene conto). Quella più evidente, e probabilmente anche quella più decisiva, è che alla fine Berlusconi, quello dei primi dieci anni, riusciva a rimanere simpatico nonostante i tanti scandali, politici e privati, che lo investivano.

Ci sono voluti anni perché il potere logorasse Berlusconi e lo isolasse da tutto e tutti, mentre per Renzi la metamorfosi da ragazzo boy scout a politico arrogante e potente è stata praticamente immediata. E questo ci porta a evidenziare un'altra importante differenza tra i due, che ruota intorno al rapporto tra l'uomo e il potere. Berlusconi quando si affacciava sull'arena politica il potere ce l'aveva già (era e rimane uno degli uomini più ricchi e potenti di Italia, che ha condizionato e continua a condizionare la cultura popolare di una nazione), Renzi il potere lo aveva vissuto in forma minore come sindaco, di una delle più grandi città del paese, certo, ma che è fondamentalmente diverso dal ritrovarsi a governare un intero paese - a meno di 40 anni - e a confrontarsi con i maggiori leader del pianeta. Ed è anche la ragione per cui personaggi come Berlusconi e Trump appaiono così dannatamente autentici agli occhi dei loro elettori, anche nel dire le loro menzogne. Persone che sono immuni alla seduzione del potere, perché già lo posseggono da tempo, e possono quindi mostrarsi per quello che sono realmente (mentendo anche, ma senza subire quel cambiamento di personalità profondo che possono provare persone, specie se giovani, per la prima volta in situazioni di pieno potere). 

Renzi si è trovato impreparato di fronte ad un qualcosa che non aveva mai vissuto in prima persona, e assalito dal potere si è trasformato nel premier arrogante e antipatico odiato da buona parte degli italiani. E mettiamoci bene in testa che in quel 60% di No c'è una grossa fetta di elettori che, dopo neanche tre anni, si è stancato di questo atteggiamento di superiorità del leader (o ex leader, lo sapremo tra qualche giorno) del Pd.  Ed è essenzialmente per questo che Matteo Renzi ha perso.