Perché un assassino è "terrorista" se musulmano e "pazzo" se nostro connazionale? E perché siamo più terrotizzati dai primi?

Sheikh Abu Hamza al-Masri
Una foto del clerico Sheikh Abu Hamza al-Masri nel 2002 a Trafalgar Square, Londra. REUTERS/Ian Waldie
  • Il peso della nostra percezione basata sull'emozione è determinante;
  • Ricordiamo più facilmente gli eventi tragici rari e non quelli tragici ordinari;
  • La politica e il giornalismo hanno grandi responsabilità sui difetti di percezione degli eventi catastrofici.

Come è possibile che nella memoria collettiva pesi più un fatto di cronaca nera commesso da un immigrato, peggio se straniero e ancor di più se musulmano, che i litri di sangue che ogni giorno vengono versati da criminali e pazzoidi nostri connazionali?

La sintesi perfetta di questa domanda l'ha data con mesta ironia il giornalista di Radio24 Simone Spetia su Facebook, quando ha scritto che “ho imparato che se uno sbrocca, entra in un edificio religioso e fa una strage, può essere classificato come "terrorista" se è musulmano, "folle" se è un sovranista anti-islamico. Buono a sapersi.” La questione ruota tutta attorno a questo.

La New America Foundation, citata da Politifact in questo pezzo dell'ottobre 2015, aveva pubblicato uno studio secondo il quale tra il 2005 e il 2015 sono stati 94 i cittadini americani uccisi da radicalizzati islamisti mentre sono state 301.797 le morti violente di cittadini americani. Morti violente avvenute sopratutto in scontri ad arma da fuoco: secondo il magazine Quartz le pistole, in America, uccidono 3.210 volte di più del radicalismo islamico. Nonostante questo dato, un sondaggio condotto su 1.500 americani dalla Chapman University rivela che tra le principali preoccupazioni dei cittadini americani quella di stabilire un controllo sulla libera vendita di armi è in una posizione di classifica piuttosto bassa.

Gli intervistati infatti temono molto di più la corruzione del governo (60,6 per cento), gli attentati contro gli Stati Uniti (41 per cento), il restare senza soldi e il diventare una vittima degli attentati che non di finire morti ammazzati in un conflitto a fuoco dietro casa propria. Un difetto di percezione o forse un'incapacità di dare il giusto valore alle cose?

Secondo Maia Szalavitz, psichiatra infantile citata da Quartz, “le nostre emozioni ci spingono ad esprimere giudizi affrettati laddove in altre circostanze saremmo stati più sensibili” e la paura rafforza la memoria: questo significa che gli eventi traumatici o catastrofici che viviamo (anche indirettamente, ad esempio guardandoli in televisione e immedesimandoci nelle vittime coinvolte - perché un po' di umanità ci è rimasta nonostante tutto) restano scolpiti nella nostra memoria molto più facilmente di tutti gli altri. Il risultato di questo processo è una sopravvalutazione generale delle probabilità che questi eventi possano nuovamente capitare e, cosa ancor più grave, una sottovalutazione del rischio degli eventi ordinari. E, quindi, un bel corto circuito.

Capita quindi che ci ritroviamo a guidare l'automobile chattando allegramente su WhatsApp non rendendoci conto di quanto sia pericoloso, pronti a bestemmiare verso chi ci precede se al verde non scatta perché, guarda un po', sta chattando anche lui su WhatsApp. O, più in grande, gridiamo all'uomo nero e “all'invasione dei musulmani che ci vogliono colonizzare” senza renderci conto che fino ad oggi le guerre e il colonialismo li abbiamo portati noi a loro e non viceversa.

La percezione del rischio non è un'equazione esatta e lo ha rivelato il professor Paul Slovic dell'University of Oregon: sono le emozioni a governare i processi decisionali, in questo campo, non le probabilità che un evento accada. Slovic ha stilato un piccolo elenco, a titolo esemplificativo, per capire come le emozioni influenzano la nostra percezione del mondo: quanto ci fidiamo della persona che ci comunica qualcosa, quanto influisce l'impossibilità di poter controllare un evento, se questo è catastrofico o ordinario, se ci fa provare rabbia o paura (la seconda gonfia la percezione del rischio), se non riusciamo a darci una spiegazione (l'incertezza, come la paura, gonfia la percezione del rischio) sono tutti fattori che influenzano in modo determinante la nostra percezione del mondo esterno.

La maggior parte delle persone fa fatica a distinguere la differenza tra “uno su mille” e “uno su un milione” e, inoltre, l'imprevedibilità di un certo tale evento o fenomeno (si pensi al “terrorismo” internazionale) lo rende materiale emotivo delicatissimo: dopo l'11 settembre gli americani hanno cominciato a volare di meno e a guidare di più ma nessuno ha considerato che ci sono più probabilità di morire in un incidente stradale che di finire vittima di un attentato terroristico come quelli del 2001. Il risultato è che ai 2.996 morti di quel tragico giorno possono essere sommati parte dei i 1.595 morti in più negli incidenti stradali dei 12 mesi successivi, tra cui ci sono anche persone che hanno cambiato le proprie abitudini di viaggio commettendo un tragico errore di valutazione.

Ovviamente qui si sta semplificando e, come ogni volta che si semplifica, l'errore e la banalità è dietro l'angolo. Tuttavia è interessante analizzare anche questi dati per avere un quadro d'insieme che sia il più fedele possibile al comportamento umano irrazionale, quando si tratta di paura ed eventi traumatici: per una persona che prende quattro aerei al mese c'è una possibilità su sei milioni di morire in un dirottamento aereo. Eppure a chi scrive è capitato diverse volte di avere conversazioni con persone che dicevano cose tipo “non ho più preso un aereo da allora” mentre magari fumano una sigaretta: eppure c'è 1 probabilità su 600 che quella persona, per via delle malattie provocate da quel vizio, possa morire entro i prossimi 12 mesi. Dovrebbe saperlo, magari si farebbe l'ultimo viaggio in aereo per levarsi una soddisfazione.

Tornando alla paura degli attentati e dei rischi reali che corrono gli americani in casa loro, tra il 2005 e il 2014 il Centre for Disease Control americano ha stimato una media di 11.737 americani morti ammazzati ogni anno per mano di un loro connazionale. 737 sono invece morti cadendo dal letto mentre solo 9 sono vittime del terrorismo (qualsiasi cosa significhi “terrorismo”): a livello probabilistico gli americani dovrebbero aver più paura di alzarsi al mattino che di fantomatici radicalisti islamici (?) feroci.

In tutto questo la politica e l'informazione hanno un ruolo preponderante. Se è vero che anche i politici, così come i giornalisti, sono persone dotate di emozioni e sentimenti altrettanto vero è che gli strumenti di cui sono dotate queste due categorie (esperti del settore, accesso a studi e ricerche, archivi pubblici e chi più ne ha più ne metta) dovrebbero metterle in guardia dal dar fiato alla propria pancia. C'è anche, ovviamente, chi ci specula sopra per fare carriera politica o collezionare click, come anche chi preferisce fermarsi all'apparenza. Nel giornalismo è il modello di business ad essere il vero problema: la ripetizione incessante della stessa notizia in una eco che non finisce mai, la copertura totale e crossmediale di eventi catastrofici ripetuti senza soluzione di continuità (le immagini in loop del secondo volo American Airlines che si schianta sulla torre nord del World Trade Center sono l'esempio più clamoroso), il copia-incolla e il rincorrersi tra testate per dare la stessa notizia nello stesso modo, l'assoluta mancanza di approfondimento “a freddo” (a evento concluso e con tutti gli elementi di analisi a disposizione), tutti fattori che denotano la grave crisi del giornalismo e delle news e che contribuiscono ad alzare il livello di ansia nel pubblico, incapace così di ragionare lucidamente. Trasmette più angoscia e paura il singolo evento catastrofico o la sua ripetizione continua per giorni? Secondo Roxane Cohen Silver, professoressa al Dipartimento di Psicologia della facoltà di medicina dell'Università della California, la ripetizione continua delle immagini della strage alla maratona di Boston del 2013 nel pubblico ha causato più stress del fatto stesso.

Di sparatorie tra americani, d'altronde, ne succedono tutti i giorni: non fanno più notizia. Come non fa notizia il suicida in carcere, come non fa notizia il bullismo, come non fa notizia la violenza domestica: succedono in tutte le famiglie, succedono ogni giorno, perché parlarne? Del singolo pazzoide invece il mondo del giornalismo e della politica sono sempre alla ricerca: lui farà vendere di più, lui ti farà avere più voti, lui ti farà avere più click.