Pesca illegale: pescherecci europei saccheggiano i mari in Africa

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Pesce durante il processo di congelamento. Costa Mesa, California, 17 novembre 2014. REUTERS/LUCY NICHOLSON

Le acque dell'Oceano Atlantico di fronte all'Africa occidentale sono notoriamente estremamente pescose e i paesi africani che affacciano su quelle acque hanno stipulato numerosi accordi, nel corso degli anni, con diversi paesi UE e i relativi consorzi di pesca per permettere lo sfruttamento delle loro acque territoriali anche ai pescherecci stranieri.

Tali accordi tuttavia sono stati stipulati, almeno una buona parte di essi, con grandi lacune che hanno prodotto uno sfruttamento intensivo e non regolamentato di tali acque: è quanto denuncia il rapporto Western Africa's missing fish presentato il 4 luglio a Londra dall'Overseas Development Institute (ODI), il più importante think tank britannico per gli studi sullo sviluppo internazionale, che parla apertamente di “crisi di sostenibilità” del mercato ittico in Africa occidentale, una crisi che rischia di mettere a rischio la sopravvivenza di numerose specie.

La corruzione endemica delle autorità locali e le scarse risorse per il monitoraggio delle acque permettono ai pescherecci stranieri di avvicinarsi oltremodo alle coste anche in zone “riservate” ai pescatori locali al punto da spingere le comunità a spingersi verso il largo, aumentando i costi ed il rischio.

La deregulation di fatto delle attività ittiche in Paesi come Ghana, Mauritania, Liberia, Sierra Leone e, in misura minore Senegal minaccia non solo diverse specie marine ma anche la sopravvivenza di numerose comunità locali che della pesca fanno spesso l'unica attività di sussistenza. Gli unici paesi ad aver strutturato seriamente una regolamentazione del mercato e creato gli strumenti di controllo per combattere l'illegalità sono la Nigeria e il Senegal: secondo lo studio i paesi dell'Africa occidentale potrebbero creare 300.000 posti di lavoro nel settore ittico se i governi decidessero di investire invece di accontentarsi di detenere i diritti di pesca, ceduti a suon di mazzette agli operatori stranieri. I numeri pubblicati dalla FAO quantificano in 7 milioni di persone il numero dei lavoratori del settore ittico in Africa occidentale e centrale.

Secondo lo studio un terzo del pesce pescato ogni anno nelle acque dell'Africa occidentale è illegale, un'illegalità che spesso viene utilizzata a proprio uso e consumo dalle autorità dei Paesi in questione: basti pensare al caso dei due pescatori italiani Sandro de Simone e Massimo Liberati, arrestati in Gambia dopo che il peschereccio della Italfish di Martinsicuro (di cui erano comandante e primo ufficiale) era stato posto sotto sequestro dalle autorità gambiane per la presunta violazione circa la dimensione delle maglie delle reti. Il 1 marzo 2015 i due sono stati condannati da un tribunale a un mese di prigione da scontare nel carcere di Banjul e solo il 2 marzo sono state avvistate le autorità italiane di quanto stava accadendo.

Come è andata a finire? L'assoluta mancanza di trasparenza delle autorità locali nel settore ittico ci impedisce di raccontare il finale di questa storia e possiamo solo dire che i connazionali sono rientrati in Italia sani e salvi. Ma quella vicenda esemplifica un problema molto, molto più grande.

Lo studio di ODI effettua un'analisi accurata, per la prima volta nella storia, sulle attività delle navi officina, navi frigorifero che stanziano al largo delle coste africane e ricevono il pescato per congelarlo: quel pesce finisce sopratutto nei supermercati e sulle tavole degli europei, spiega il rapporto, e nonostante l'UE si sia dotata delle normative più avanzate al mondo – o almeno considerate tali – in materia di pesca illegale secondo associazioni come Greenpeace il pesce pescato illegalmente rivenduto nel mercato europeo vale 1,1 miliardi di dollari l'anno.

“Ah, quanto mi mancano i tempi della guerra civile” ha dichiarato Usmane Kpanabum al think tank londinese “almeno a quel tempo i pescherecci stranieri nemmeno si avvicinavano e avevamo un sacco di pesce”: Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, sono questi i principali importatori di pesce dall'Africa occidentale (subito dopo viene l'Italia), ma anche Cina e Corea del Sud (che operano in quelle acque dal 2013). Flotte di pescherecci che saccheggiano i mari, rovinano i fondali più bassi e alimentano corruzione e malaffare grazie agli innumerevoli passaggi nella catena del commercio: i pescherecci trasportano il pescato al largo, sulle navi officina, che lo lavorano e lo congelano per trasportarlo poi nei porti africani, dove viene trasferito su dei container e spedito nei vari porti d'Europa. Eppure, proprio in Europa, tutti sono convinti che siano le navi officina a trasportare direttamente il pesce congelato nel vecchio continente: l'80 per cento del pesce che arriva nell'Unione Europea dall'Africa ci arriva così. Il passaggio portuale in Africa tuttavia è letteralmente illegale ma nessuno può farci nulla né sul posto né in Europa, perché le norme europee non prevedono ispezioni a bordo delle navi cargo con i carichi di pescato che arrivano nei nostri porti: tra il 2012 e il 2014 appena 135 navi cargo sono state fermate perché trasportavano prodotti ittici pescati illegalmente ma si tratta di una goccia nel mare.

Eppure il mercato legale non può che portare benefici all'Africa: posti di lavoro, maggior sicurezza (la Sierra Leone possiede due motovedette della Guardia Costiera, un problema importante per un Paese di un continente dove pochi mesi fa sedicenti islamisti hanno attaccato un resort arrivando con un gommone mentre sparavano all'impazzata), aumento dei ricavi dalle imposte sul pescato, incentivi ai giovani, con conseguente riduzione della disoccupazione e quindi delle migrazioni, tutela ambientale e faunistica.

Solo il Senegal nel 2012 avrebbe rinunciato a 300 milioni di dollari di introiti derivanti dalle attività legali di pesca, il 2 per cento del proprio Pil. Di recente noi di IBTimes Italia vi abbiamo parlato della vicenda processuale che vede coinvolto l'ormai ex ministro della Pesca e dell'Ambiente della Guinea Equatoriale, Estanislao Don Malavo, il quale avrebbe ricevuto tra dicembre e gennaio tre pagamenti sui suoi conti correnti spagnoli per un totale di 60.000 euro, relativi ad aclune commissioni illegali ricevute dal Ministro per l'acquisto di alcune partite di pesce in Senegal.

Quello stesso ministro, accompagnato dall'ambasciatrice del paese africano a Roma Cecilia Obono Ndong, ha di recente firmato un accordo per conto del suo governo con il distretto di pesca di Mazara del Vallo, vicino Trapani: con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero degli Affari Esteri e di quello delle Politiche Agricole, oltre che della Regione Sicilia, della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica, con il finanziamento dell'Unione Europea, di Confindustria e persino della CGIL, il distretto pesca di Mazara è stato autorizzato ad inviare i propri pescherecci al largo delle acque territoriali del piccolo e pescosissimo Paese africano all'interno di un progetto di cooperazione più ampio chiamato Blue Sea Land.