Petrolio a 20 dollari, rapporto shock di Goldman Sachs: ecco chi guadagna e chi perde in questo scenario

Raffineria di petrolio
La raffineria di petrolio di Bashneft-Novoil vista al tramonto fuori Ufa, in Bashkortostan REUTERS/SERGEI KARPUKHIN

Goldman Sachs ha lanciato un bel macigno nel mare dell’economia mondiale. In un rapporto sul futuro del petrolio, gli analisti della banca d’affari statunitense sostengono che il petrolio in costante calo da diversi mesi, potrebbe continuare la sua discesa fino ad arrivare a 20 dollari al barile.

Il rapporto non indica una data precisa per il crollo del petrolio, ma intanto pensa a tagliare le stime per il 2016. Il prezzo dei future sul mercato USA, l’indice WTI è rivisto al ribasso da 57 dollari a 45, mentre il Brent passa da 62 a 49,5 dollari. Anche l’Opec ha tagliato le stime dei prezzi del petrolio per il 2016: il Brent passa così dal range di 70-80 dollari al barile all’attuale stima di 40-50 dollari. I Paesi membri dell’organizzazione si sono riuniti, ma non hanno trovato un accordo relativo ai prezzi del petrolio. I 12 Paesi che forniscono il 42% del petrolio mondiale temono che tagliando la produzione di petrolio (nel tentativo di bilanciare domanda e offerta) i principali concorrenti Russia e USA potrebbero impossessarsi di quote di mercato.

Alla base del crollo ipotizzato da Goldman c’è l’offerta troppo forte del petrolio rispetto alla domanda attuale. “Il surplus globale – secondo Goldman - potrebbe essere anche superiore a quanto ipotizzato finora e potrebbe quindi far precipitare le quotazioni”.

L’ipotesi di vedere il petrolio a 20 dollari al barile si fa sempre più concreta guardando al rallentamento dell’economia globale e del Dragone cinese. “E' un dato di fatto - si legge ancora nel rapporto - che il mercato del petrolio sia in eccesso di offerta più di quanto avevamo previsto e ora ci attendiamo che il surplus persista nel 2016 per effetto di un’ulteriore crescita della produzione Opec, di una persistente offerta da parte dei Paesi non-Opec e del rallentamento della crescita della domanda, con il rischio di una domanda ancora più debole alla luce del rallentamento della Cina”.

In pratica sono queste le motivazioni alla base della previsione, forse un pò azzardata, di Goldman Sachs. Comunque prendiamola per buona e cerchiamo di capire quali sarebbero le conseguenze principali di un eventuale calo del dollaro intorno ai 20 dollari. E soprattutto rispondere alla domanda: per l’Italia sarebbe uno scenario positivo?

Gli effetti di un calo consistente del prezzo dell’oro nero avrebbe pesanti ripercussioni che partendo dall’andamento dell’economia globale arrivando fino al cittadino che fa benzina alla pompa sotto casa.

Il primo vantaggio del calo del petrolio potrebbe riguardare l’intera economia globale. Secondo il Fondo Monetario Internazionale infatti, ogni variazione del 10% del prezzo del petrolio vale uno 0,2% di variazione del PIL mondiale. Con un calo importante del prezzo dell’oro nero le risorse economiche si spostano sui consumatori che magari, spendendo più soldi, fanno ripartire i consumi favorendo anche la crescita.

Ma gli effetti positivi non sarebbero uguali in tutti i Paesi del mondo. E mentre qualcuno sarebbe pronto a festeggiare altri si troverebbero ad affrontare un bel problema. Tra questi tutti i principali produttori di petrolio, i Paesi che basano la grand parte della loro economia sull’esportazione dell’oro nero. Iran e Russia, oltre a fronteggiare le sanzioni comunitarie si vedrebbero venir meno la loro principale fonte di guadagno. Finora la Russia è riuscita a mantenere in surplus le parti correnti, ma un ulteriore crollo del petrolio sarebbe un duro colpo per i conti di Putin. A soffrire il petrolio a 20 dollari sarebbe anche il Venezuela il cui PIL fa affidamento per oltre l’80% sulla vendita di oro nero. Un brusco calo del prezzo creerebbe un buco enorme nelle finanze pubbliche del Paese. Ma anche altri territori soprattutto quelli africani risentirebbero di un barile di petrolio venduto a 20 dollari. Tra questi Libia e Nigeria dove due terzi della finanza pubblica deriva dalla vendita del petrolio, ma anche l’Algeria e, tornando in Sudamerica, l’Ecuador.

Dall’altra parte dell’Oceano invece, la situazione è più complessa. A fronte di gigantesche perdite per alcune società petrolifere, i cittadini avrebbero invece, ingenti benefici. Le società statunitensi come Hess, Shell, ConocoPhillips e Occidental Petroleum, nei mesi scorsi hanno già annunciato diversi miliardi di tagli di budget a causa del deprezzamento del petrolio. Il crollo a 20 dollari potrebbe essere un colpo mortale per alcune di loro.

Sul fronte dei consumatori invece, il panorama prospettato da Goldman Sachs sarebbe ben accolto. Con il prezzo del petrolio, scende anche quello dei combustibili e quindi la benzina per l’auto. Ma questo vale per i Paesi come gli Stati Uniti, dove la benzina è tassata poco e, di conseguenza, il calo del petrolio ha degli effetti reali sull’andamento del prezzo della benzina. Gli automobilisti statunitensi quindi sarebbero pronti a festeggiare la previsione dalla banca d’affari.

La stessa cosa purtroppo non si può dire per gli europei e in particolare per gli italiani. Nel Belpaese infatti, il peso delle accise sul costo finale della benzina, quella che troviamo nella pompe sotto casa, è rappresentato per oltre il 60% dalle accise. Un crollo del petrolio, fino a toccare i 20 dollari al barile avrebbe quindi un impatto minore sugli automobilisti italiani.

A beneficiare del deprezzamento sarebbero invece le aziende che comprano il petrolio per la produzione. Un petrolio meno costoso significa meno spesa per gas ed elettricità e quindi costi di produzione più contenuti. Se il produttore risparmia potrebbe anche decidere di tagliare il prezzo dei propri prodotti tutto a vantaggio dei consumatori. Il crollo del petrolio quindi potrebbe significare anche il calo generalizzato dei prezzi dei prodotti, anche quelli che non hanno il petrolio come materia prima.

Per fari sì che gli effetti positivi siano visibili, è necessario che il calo del petrolio si mantenga per diverso tempo e che non sia percepito come transitorio. In questo caso il produttore potrebbe anche pensare con i soldi risparmiati in bollette di aprire un’altra fabbrica o aumentare la produzione e quindi assumere più dipendenti. Il tutto con ricadute positive su produttività, occupazione e crescita. Ma forse stiamo andando troppo avanti con la fantasia.

Comunque anche per l’Italia non sarebbe tutto rose e fiori. Alcune aziende italiane, quelle che commerciano petrolio subirebbero danni ingenti. A soffrire maggiormente sarebbero Eni, Saipem, Snam Rete Gas, Edison con tagli di budget e ricavi futuri. Insomma, l’oro nero è davvero l’ago della bilancia dell’economia mondiale e un suo drastico movimento, al rialzo o al ribasso porta con sè enormi conseguenze su tutti i Paesi del mondo.