Petrolio e Africa, le "big-companies" nuovamente nel mirino della giustizia

Benzina Africa
Un distributore di carburante a Niamey, Niger. 16 febbraio 2016. REUTERS/Joe Penney

Si incrina sempre più il rapporto tra le grandi compagnie energetiche europee ed americane con i Paesi africani, ricchi di risorse naturali come gas e petrolio: un rapporto fatto di accordi spesso non rispettati e di corruzione, di inquinamento e violazione degli standard internazionali, oltre che delle normative locali, inquadrato nell'inseguimento della logica del profitto a discapito delle popolazioni locali, dell'ambiente, del diritto.

Secondo un rapporto pubblicato dalla organizzazione non governativa svizzera Public Eye diverse compagnie petrolifere europee rivendono alla Nigeria e ad altri paesi africani, come il Ghana o la Costa d'Avorio, combustibili diesel di pessima qualità e altamente inquinanti, carburanti la cui vendita in Europa sarebbe fuorilegge per via delle normative comunitarie antinquinamento.

In particolare questi carburanti avrebbero alte concentrazioni di zolfo, la cui combustione produce anidride solforosa, un gas altamente inquinante concausa di malattie respiratorie anche gravi, asma e bronchiti. Se in Europa la concentrazione di zolfo nel diesel non può superare le 10 parti per milione (10ppm) in alcuni paesi africani le norme fissano i limiti a 5.000ppm. Che cosa significa questo? Che il rivenditore di carburanti europeo può “allungare” le miscele diesel con altre sulfuree abbassando notevolmente i costi di produzione e vendendo al dettaglio carburante di pessima qualità ed altamente inquinante. Parliamo di un business enorme: solo lo scorso anno la compagnia energetica svizzera Vitol, indicata nel rapporto, ha rivenduto carburanti agli africani per 270 miliardi di dollari. Tali traffici di carburanti diesel non sono esattamente un reato: prima dell'esportazione la miscela diesel rientra perfettamente negli standard del settore e delle normative dei paesi in cui viene esportato il carburante.

Normative che, spesso, definire di manica larga è un eufemismo: il rapporto lo definisce “arbitraggio normativo” e consente alle compagnie petrolifere di avere a disposizione discariche a basso costo e la possibilità di rivendere combustibili “sporchi”, di pessima qualità, mescolandoli con miscele diesel prima dell'esportazione. Una massimizzazione dei profitti che garantisce guadagni enormi alle compagnie a discapito della salute delle popolazioni africane. Una pratica che il direttore del Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) Erik Solheim ha definito “inaccettabile”.

Ma questo è solo una delle modalità, in tal caso lecita, che le compagnie petrolifere utilizzano per massimizzare i profitti. Molte altre invece sono, o parrebbero, illecite. Il governo federale della Nigeria ha citato in giudizio, i primi di settembre, 12 compagnie petrolifere straniere operanti nel Paese, accusandole di avere fornito dati sottodimensionati circa la produzione di petrolio tra il 2011 e il 2014. Aziende come l'americana Chevron, la francese Total e anche l'italianissima ENI - guidata dagli 'africani' Claudio Descalzi, sposato con Marie Madeleine Ingoba detta 'Madò' e quindi cognato del Presidente del Congo Sassou Nguesso, e Lapo Pistelli, vicepresidente senior nominato a capo della divisione Africa e Medio Oriente della compagnia dopo la sua esperienza da viceministro degli Esteri - che secondo il quotidiano nigeriano The Vanguard avrebbero dichiarato un numero inferiore di barili estratti per un totale di mancate royalties di 12,7 miliardi di dollari.

Già in precedenza le Nazioni Unite evidenziarono un divario da quasi 70 miliardi di dollari tra i dati di esportazione petrolifera nigeriani e quelli di importazione americani nel periodo tra il 1996 e il 2014. Anche le recenti indagini del governo di Abuja evidenzierebbero un notevole divario tra i dati forniti dalle compagnie petrolifere e quelli delle petroliere utilizzate per il trasporto all'estero degli idrocarburi: secondo la Reuters ENI ritiene le accuse “infondate” e lamenta la richiesta dei nigeriani di un pagamento di 160 milioni di dollari a fronte di ammanchi “inesistenti”.

Le compagnie che il governo nigeriano porterà in tribunale sono molte ma le tre succitate sono i pesci più grossi. In particolare ENI, che è sul banco degli imputati in Nigeria con la sua controllata africana Nigerian Agip Oil Company. La compagnia ha già avuto diversi guai giudiziari e inoltre si trova attualmente nell'occhio del ciclone per alcune presunte tangenti pagate ad importanti esponenti del governo in Algeria: l'ex-AD di Eni Paolo Scaroni è stato rinviato a giudizio il 27 luglio scorso dal gup di Milano Manuela Scudieri perché secondo la procura milanese Saipem, per assicurarsi appalti per 8 miliardi con l'Algeria, avrebbe versato 192 milioni di dollari di mazzette. Il processo inizierà il 5 dicembre 2016: l'accusa avrebbe scovato, anche grazie ai documenti pubblicati nell'ambito dell'inchiesta sui Panama Papers, le 12 società offshore utilizzate da Farid Bedjaoui, faccendiere dell'ex-ministro algerino dell'Energia, per incassare le tangenti.

Nel primo semestre del 2016 ENI, presente in 15 paesi africani, ha registrato un rallentamento notevole delle proprie attività nel continente, con un crollo di fatturato del 35 per cento (equivalente a una perdita di 1,2 miliardi di dollari): in Africa subsahariana ENI estrae circa 346.000 barili di greggio al giorno. Nel novembre 2015 Claudio Descalzi, intervistato da Jeune Afrique, dichiarò che “l'Africa rappresenta la nostra produzione principale, con 1 milione di barili al giorno estratti e quasi 3 milioni di barili gestiti per conto di altri partner e questo ci rende la prima compagnia del continente”. Una compagnia che sembra non volersi fermare nello sfruttamento dell'oro nero africano: negli ultimi anni ENI ha scoperto giacimenti in-shore in Angola, Ghana, Gabon e Congo-Brazzaville e più di recente ha stretto accordi per lo sfruttamento off-shore di giacimenti di gas importanti in Egitto e Mozambico. Alla fine del 2015 ENI era presente in Algeria, Angola, Congo, Egitto, Gabon, Ghana, Costa d'Avorio, Kenya, Liberia, Libia, Mozambico, Nigeria, Sud Africa e Tunisia e dava lavoro a 33.487 persone nel continente africano, altro numero che da l'idea della falsa convinzione che “il petrolio porta lavoro”: l'Africa rappresenta il 58 per cento della produzione complessiva di petrolio e gas di ENI.

Anche Total, tramite la spagnola Repsol, ha avuto contenziosi con l'Algeria arrivando fino alla Corte Internazionale di Arbitrato di Ginevra. La compagnia francese ha accusato il governo di Algeri di aver cambiato in corsa le regole per sfruttare al meglio l'aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali: il governo algerino creò ed impose una tassa sui profitti extra realizzati dalle società estere in Algeria. Era il 2006, tempi lontanissimi di boom petrolifero. E sempre Total negoziò un colpo di spugna con il governo del Gabon, nel 2014, relativamente ad alcuni ammanchi fiscali (800 milioni di dollari) che sarebbero stati dovuti al fisco gabonese tra il 2008 e il 2010.

Oggi ENI e Total si fanno di fatto la guerra in Libia, i primi rivendicando le proprie attività “storiche” nel Paese africano e i secondi facendosi scudo di un atteggiamento insensato del governo francese, che con l'Egitto e contrariamente a tutti gli attori in gioco (membri del Consiglio di Sicurezza ONU) appoggia il generale Khalifa Haftar, da qualche settimana padrone della mezzaluna petrolifera libica.