Piani Individuali di Risparmio (PIR): chi dovrebbe acquistarli e in quale ottica

Banca d'Italia
La sede di Banca d'Italia a Roma REUTERS/Max Rossi

Probabilmente a più di qualche risparmiatore italiano sarà arrivata all’orecchio la notizia dei PIR, i cosiddetti Piani Individuali di Risparmio introdotti a inizio 2017 grazie alla legge di bilancio 2016. Una mossa con cui il governo punta ad agevolare gli investimenti sulle piccole imprese italiane, che negli ultimi anni sono rimaste un po’ a digiuno, nonostante la pioggia di soldi innescata dal quantitative easing della Banca centrale europea. I PIR in sostanza sono infatti fondi flessibili il cui portafoglio è costituito in misura non inferiore al 30% da azioni di piccole compagnie italiane. Per rendere il tutto più attraente agli occhi dei risparmiatori gli eventuali utili generati dalle performance di questi prodotti saranno esenti tasse, a patto che lo strumento venga tenuto in portafoglio per un periodo non inferiore ai 5 anni.

In questa occasione non andiamo a spiegare cosa sono i PIR, dal momento che in rete ci sono centinaia di articoli che hanno già detto tutto quello che c’è da dire su questo strumento. Qui ci limitiamo a ricordare sinteticamente le loro caratteristiche:

  • sono investimenti di lungo periodo;
  • sono gestiti da una SGR;
  • consentono la tassazione gratuita sui capital gain dopo il quinto anno;
  • possono essere sottoscritti solo da persone fisiche residenti in Italia;
  • gli investimenti non possono superare i 30.000 euro l’anno per 5 anni fino a un importo totale di 150.000 euro;
  • devono investire almeno il 70% in azioni o obbligazioni di compagnie quotate o non quotate, italiano o europee, purché abbiano stabile organizzazione nel nostro paese.

Da quest’ultima voce si comprende quanto i PIR possano essere diversi l’uno dall’altro, dal momento che questo tipo di vincolo consente un margine di variabilità molto alto e in base al bilanciamento tra obbligazionario e azionario (così come di altri parametri) ci troveremo di fronte a PIR con profili di rischio sostanzialmente diversi.

A prescindere da questo è bene tenere a mente che stiamo parlando di una categoria di investimento decisamente rischiosa, dal momento che puntano a una dimensione di impresa considerata a rischio, specie in un paese come l’Italia (dove appunto le pmi sono quelle che maggiormente hanno subito la crisi). Inoltre, essendo strumenti nuovi manca un benchmark di riferimento e pertanto diventa complicato riuscire a dare qualche prospettiva sulle possibili performance future. È possibile però farsi qualche idea dando uno sguardo ai fondi esistenti che investono in una categoria di imprese comparabile.

Se diamo un rapido sguardo a questa categoria di fondi possiamo cogliere rapidamente alcuni punti importanti: sono investimenti che possono portare a guadagni notevoli, anche superiori al 50%; la volatilità è molto alta e se a un anno la performance è superiore al 20%, l’anno successivo il fondo potrebbe trovarsi in calo del 30% (o viceversa). Ad esempio, il fondo Symphonia Azionario Small Cap Italia, considerato il migliore della categoria, ha fatto registrare in 5 anni una performance cumulata di circa il 158%, un rendimento davvero impressionante, e in questo caso in nessun anno c’è stata una performance negativa. Un altro fondo che investe in PMI, anche europee, è il Zenit Multistrategy Stock Picking R Acc: vediamo come in questo caso a un anno la performance è negativa del 22%, nonostante a 5 anni rimane positiva del 20% circa.

Chi dovrebbe acquistare un PIR e perché dovrebbe farlo

Dai pochi dati che abbiamo snocciolato si comprende facilmente che le persone adatte a questo tipo di investimento sono quelle con un profilo di rischio medio-alto. Chi punta al settore small cap lo fa evidentemente per cercare di spuntare una performance maggiore e nel farlo ovviamente deve sottostare a rischi maggiori. In questo caso, per performance molto alte, la tassazione zero sui capital gain è qualcosa da prendere in seria considerazione dato che può portare ad un guadagno netto superiore a qualsiasi altra soluzione presente sul mercato, ETF compresi.

Sono molti ad aver fatto notare, a volte ingenuamente, che nella valutazione dei PIR andrebbero confrontati anche i costi di gestione tra i vari strumenti: i costi di gestione dei PIR sono solitamente di circa l’1,30% l’anno (valore che varia da PIR a PIR), mentre un ETF ha un costo di gestione annuo intorno allo 0,20% (a volte anche più basso), decisamente più basso. Considerando il valore dell’imposta sui redditi generati dall’ETF possiamo dire che i PIR generalmente sono più convenienti per rendimenti superiori al 5,5% annuo. Ma come abbiamo detto, chi investe nelle PMI lo fa per prospettive di guadagno decisamente più alte, ed è per tale ragione che il confronto proposto con gli ETF non ha molto senso. Ha senso qualora il PIR in questione sia sbilanciato sull’obbligazionario, ma in questo caso è sconsigliabile al risparmiatore di optare per questa scelta in quanto il gioco non varrebbe la candela. Perché tutto ciò abbia senso bisogna ricordare che il beneficio fiscale scatta dopo 5 anni: se per caso il secondo anno il PIR da me acquistato dovesse avere un performance particolarmente elevata e volessi decidere di vendere a quel punto andrei a pagare le tasse come qualsiasi altro strumento. Alla luce dell’alta volatilità che caratterizza le small cap quello temporale è un elemento da prendere veramente in seria considerazione.

I PIR andrebbero poi acquistati esclusivamente in un’ottica di diversificazione di portafoglio. Attenzione quindi al promotore finanziario che tenti di farvi sottoscrivere un PIR con la suggestiva ipotesi che questo possa aiutarvi a costruire una pensione. Cercate di rispondere alla seguente domanda: scommettereste i soldi della vostra pensione su piccole imprese italiane, considerando l’attuale congiuntura economica del nostro paese? Parliamo di investimenti rischiosi e non si dovrebbe acquistare uno strumento del genere con quella parte dei risparmi che noi consideriamo incedibile (come dovrebbe essere la pensione).

Per concludere, i Piani Individuali di Risparmio non sono la rivoluzione copernicana che permetterà alle pmi italiane di risolvere i loro problemi, né tanto meno sono l’ennesima truffa di stato e banche ai danni dei consumatori, come più di qualcuno ha scritto in questi primi mesi del 2017. Sono strumenti interessanti se vengono usati nella giusta maniera, ovvero in un’ottica di diversificazione di portafoglio e tenendo in conto che parliamo di una categoria di rischio medio-alta.

Prossimamente andremo ad analizzare qualche PIR più nel dettaglio e li compareremo con tutte le altre soluzioni alternative all'interno del segmento small cap, tenendo presente che il mondo è grande e non vediamo la ragione per cui dovremmo limitare la nostra ricerca solo alla nazione Italia.