Pir: troppe ragioni per starci alla larga (ma intanto il risparmiatore abbocca e la bolla cresce)

Banca d'Italia
La sede di Banca d'Italia a Roma REUTERS/Max Rossi

Torniamo anche questa settimana a parlare dei PIR, ovvero dei Piani Individuali di Risparmio introdotti quest’anno con la legge di bilancio 2016. Su questi nuovi strumenti di investimento si sta rivolgendo molta attenzione per via della tassazione agevolata sui capital gain, che rende questo tipo di prodotto particolarmente attraente: la tassazione sui capital gain di azioni e titoli di stato è rispettivamente del 26% e del 12,5%, contro lo 0% offerto per i PIR (concesso però sotto le condizioni che abbiamo già visto in un precedente articolo).

Recentemente, per l’esattezza il 27 aprile, il legislatore è tornato sui PIR per chiarire alcuni punti e correggere alcuni refusi, in modo da eliminare ogni dubbio sullo strumento. Diciamo subito che si tratta di un intervento che non cambia di una virgola l’impianto iniziale, trattandosi appunto di una semplice puntualizzazione.

Quali sono le precisazioni che ha voluto fare il legislatore

In primo luogo il legislatore è intervenuto per correggere la svista presente nella legge iniziale, dove il comma 101 richiamava erroneamente il comma 90 anziché il comma 102, per quanto concerne l’elenco degli investimenti promossi per poter accedere alla tassazione di favore.

Il legislatore ha voluto inoltre precisare (comma 113) che gli emittenti di PIR dovranno avere una contabilità separata sullo strumento in modo da favorire i controlli sulla gestione degli stessi, e verificare quindi che rispettano tutti i vincoli richiesti dalla norma.  

Altra precisazione riguarda l’orizzonte temporale richiesto per poter reinvestire le somme ricavate a scadenza degli strumenti finanziari, che ora passa da 30 a 90 giorni.

Rimangono quindi fermi i punti relativi ai vincoli necessari per poter accedere all’agevolazione fiscale, lato risparmiatore, e quelli necessari per riconoscere allo strumento finanziario lo status di Pir, lato emittente. Per maggiori informazioni si invita a consultare il nostro precedente articolo.

Queste modifiche non ci sembrano dunque cambiare la sostanza dello strumento, che in estrema sintesi è questa: è uno strumento finanziario la cui composizione è vincolata per legge e che ha una tassazione agevolata dello 0% sui capital gain, a patto che il risparmiatore non venda prima dei 5 anni.

Perché il risparmiatore deve fare attenzione (e farebbe meglio a stare alla larga)

È in più di un’occasione che siamo costretti a richiamare l’attenzione del risparmiatore italiano per metterlo in guardia dai PIR. Non ce l’abbiamo con le banche e altri istituti finanziari emittenti o con lo Stato italiano, promotore dell’iniziativa con cui vorrebbe far incontrare italiani e piccole e medie imprese.

Vista però l’attenzione che stanno riscuotendo i PIR in questi primi mesi del 2017 abbiamo il dovere di spiegare con la massima trasparenza possibile quelli che possono essere i rischi a cui stanno andando incontro gli italiani. In primo luogo precisiamo che, al di là dello slogan, di piccole e medie imprese non c’è molto. La volta scorsa abbiamo infatti esaminato parte della composizione di alcuni PIR che vengono venduti attraverso i principali istituti di credito italiano e abbiamo rilevato come banche e altri istituti finanziari siano in cima alla lista degli investimenti, mentre potrebbero esserci diversi medie imprese che fanno in realtà parte di gruppi più grandi. Non sembra quindi che il flusso di denaro raccolto con la vendita di PIR sia destinata a dar fiato a tutte quelle piccole imprese che sono rimaste finora a digiuno. In generale appare quindi esserci un’esposizione abbastanza significativa nel settore bancario italiano, che come sappiamo non vive certo in un momento di grazia.

Quello che poi desta preoccupazione è che tali istituti possano utilizzare i PIR, rispettando tutti i parametri di legge, come veicolo per disfarsi di tutti quei crediti deteriorati che hanno in pancia passando quindi la patata bollente nelle mani dell’inconsapevole risparmiatore (come si fa notare in quest'articolo di Piano Inclinato).

Ricordiamo inoltre che il risparmiatore deve fare attenzione alle commissioni applicate sui PIR (commissioni di gestione, di entrata e di uscita), in quanto possono essere tali da rendere sconveniente l’investimento iniziale, nonostante la tassazione di favore dello 0% sui capital gain. Nei nostri precedenti calcoli abbiamo lasciato intendere che affinché un PIR sia vantaggioso rispetto alla sua controparte ETF deve avere un rendimento medio annuo di almeno il 5,5%.

Uno sguardo agli indici di medie e piccole imprese quotate

Una considerazione importante per qualsiasi tipo di investimento è quella relativa allo stato del mercato e alle aspettative riguardo al futuro, specie per investimenti di medio e lungo periodo quali sono i PIR.

Andiamo pertanto a dare uno sguardo al Ftse Mid Cap e al Ftse Small Cap, indici che rappresentano rispettivamente le aziende di media e piccola capitalizzazione quotate in borsa.

Vediamo che il Ftse Mid Cap in questi anni ha corso molto e non è distante dai massimi di sempre fatti registrare prima della crisi Lehman Brothers, grazie anche alle iniezioni di liquidità concesse dalle BCE. Nei primi mesi dell’anno si vede inoltre come l’indice abbia avuto un’ulteriore spinta rialzista e in questo caso l’effetto è direttamente riconducibile all’introduzione dei PIR: fondi di investimento e investitori istituzionali scontano l’attenzione che si sta dando al comparto grazie all’introduzione di questo strumento, prevedendo una raccolta abbondante per mezzo delle tasche dei risparmiatori. Il mercato quindi si è già mosso per attualizzare l’effetto positivo sulle aziende mid cap: è ovvio come in questo caso a beneficiarne siano quegli investitori istituzionali che possano sfruttare questo effetto e uscire al momento che ritengono più opportuno senza curarsi troppo dello sconto fiscale.

Chi investe sui PIR deve quindi tenere in considerazione il fatto che l’indice Ftse Mid Cap potrebbe essere vicino ai massimi di sempre e i guadagni maggiori si sono già realizzati negli ultimi 5 anni.

L’indice Ftse Small Cap sembra avere una reattività più debole, complice del fatto che le piccole imprese sono state quelle più colpite dalla crisi e sono quelle che faticano maggiormente ad attirare investimenti. Dal punto di vista puramente tecnico l’indice sta praticamente testando i massimi del 2011 e qualora dovesse superare anche quelli del 2009 si aprirebbe uno spazio importante per continuare il rialzo. In generale però riteniamo che il settore delle piccole imprese italiane possa svoltare soltanto se arriveranno riforme strutturali importanti, e forse neanche quelle potrebbero bastare.

Per concludere, i PIR hanno il punto di forza nella tassazione zero sui capital gain ma mancano tutta una serie di altri fattori che possano spingere un risparmiatore razionale a trovare reale motivo di interesse a destinare soldi sullo strumento.