Popolare di Vicenza: aumento di capitale deserto e quotazione verso il naufragio. Ma qualcuno ci guadagna comunque

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Le sede di Borsa Italiana, Palazzo Mezzanotte a Pazza Affari, Milano. REUTERS/Stefano Rellandini

Entrati ufficialmente nel vivo dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza -  che si chiuderà giovedì 28 aprile - emergono dettagli interessanti che fanno temere sul buon esito dell’operazione. Il prospetto informativo relativo all’offerta pubblica di banca Popolare di Vicenza pubblicato dalla Consob è un vero e proprio cahier de doléances: 950 pagine di rischi, problemi, criticità e possibili intoppi per l’aumento di capitale e la successiva quotazione. Tanto che il debutto in Borsa della Popolare di Vicenza rischia sempre più di naufragare. Nonostante la presenza di Atlante e il suo impegno a rastrellare tutte le azioni invendute della Popolare di Vicenza resta il rischio che la quotazione non "s’abbia da fare" a causa del flottante troppo basso. In questo caso la banca sarebbe sottoposta a risoluzione con tanto di bail-in e l’unico a guadarci sarebbe il consorzio di banche deputato ad assistere la Popolare di Vicenza nell’aumento di capitale a cui andranno 60 milioni di euro se Atlante comprerà tutte le azioni. Con buona pace dei circa 120mila soci che si ritrovano in mano vera e propria carta straccia.

Popolare di Vicenza: l’antefatto

La banca Popolare di Vicenza, pilastro fino a qualche tempo fa dell’economia veneta, si è trovata sull’orlo del fallimento per una gestione “allegra e spensierata” del credito. Sui prestiti milionari al ventennale padre padrone della banca Gianni Zonin si sta indagando in queste settimane scoprendo un conflitto di interessi grosso come tutto il Veneto. Le azioni della Popolare di Vicenza erano già state svalutate da 62,5 euro a 48 euro quando Zonin si auto-delibera un finanziamento da 48 milioni di euro tra prestiti personali e soldi alle sue aziende vinicole. Ma insieme a Zonin, si intascano milioni di finanziamenti della banca anche ex consiglieri, ex membri del Cda, l’ex direttore generale.

Non si tratta di soldi rubati, non fraintendiamo, ma siamo comunque in presenza di un chiaro conflitto di interessi. Essere al vertice di una banca e avere accesso a finanziamenti a pioggia (per i quali sarebbe interessante conoscere anche le condizioni, per capire se sono le stesse offerte allo sportello) non è proprio un comportamento da manuale di correttezza. E così in poco più di un anno, le azioni appioppate a forza ai soci (“ti do il mutuo se compri le azioni” o “ti approvo il prestito se sottoscrivi l’aumento di capitale”) a 62 euro si sono svalutate fino a 6 euro e oggi, con l’aumento di capitale in corso valgono solo 10 centesimi.

Popolare di Vicenza: aumento di capitale e quotazione in Borsa

Al danno si aggiunge anche la beffa, ma anche il rischio ulteriore che l’operazione non vada in porto. Quando la Popolare di Vicenza si è trovata sull’orlo del fallimento ai soci è stato chiesto di scegliere se intraprendere la strada dell’aumento di capitale da 1,75 miliardi e la quotazione in Borsa oppure la risoluzione europea. I soci hanno deciso di bere l’amaro calice e seguire la strada indicata dai vertici per il rilancio della banca nella timida speranza di recuperare qualcosa dei soldi investiti. Ma oggi l’ipotesi che l’operazione vada in porto, così com’è stata presentata è sempre meno accreditata. Il prospetto della Consob lascia poco spazio alla fantasia: contenziosi dei soci per oltre un miliardo, livello di liquidità in bilico, rischi su nuovi pesanti accantonamenti per le sofferenze e per i risarcimenti e poca fiducia nella realizzazione del piano industriale. È chiaro che in questo quadro non ci sia la fila di investitori per sottoscrivere l’aumento di capitale della Popolare di Vicenza.

L’operazione rischia di avere un unico protagonista: il fondo Atlante. La scorsa settimana il fondo, nato per aiutare il sistema bancario italiano, ha sottoscritto un accordo con Unicredit per subentrare alla banca nel ruolo di garante dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza. Atlante si è impegnano a sottoscrivere interamente l’inoptato a quattro condizioni, tra cui anche la presenza di “un flottante valutato come adeguato da Borsa Italiana” per dare l’ok alla quotazione in Borsa.

Ma qualche giorno dopo, alla luce del quadro sempre più fosco che si sta creando intorno all’operazione, Atlante ha comunicato “l’estensione del proprio impegno di sottoscrizione (delle azioni della banca Popolare di Vicenza) in caso di mancata ammissione alle negoziazioni delle azioni ordinarie sul MTA e il conseguente venir meno dell’offerta”.

Tradotto: Atlante, sempre più convinto che l’aumento di capitale della banca Popolare di Vicenza andrà deserto, è consapevole che rischia di essere l’unico sottoscrittore dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza e che il flottante non sarà sufficiente perché la banca sia ammessa alla quotazione in Borsa. Senza l’intervento del fondo Atlante, che comprerà l’inoptato dell’aumento di capitale, la Popolare di Vicenza sarebbe certamente destinata alla procedura di risoluzione con il bail-in. Ma grazie al fondo l’aumento di capitale da 1,75 miliardi andrà a buon fine a beneficio del consorzio di banche consulenti. Dall’operazione, infatti, la Popolare di Vicenza prevede di ricavare 1,44 miliardi: al consorzio di banche che cura l’offerta andranno 60 milioni di euro di commissioni a cui si aggiungono le spese per la quotazione, promozionali e pubblicitarie, stimate in circa 15,5 milioni. Insomma, anche se dopo l’aumento di capitale, la quotazione della Popolare di Vicenza dovesse naufragare, qualcuno ci guadagnerà comunque, ma non saranno i 120mila soci della banca veneta.