Popolare di Vicenza e Veneto banca rischiano di essere il banco di prova della risoluzione con Bail-in

Atlante
Una statua del titano Atlante nei Paesi Bassi Deror_avi via Wikimedia Commons

La situazione di Veneto banca e della Popolare di Vicenza sta precipitando. Mentre banca MPS è in attesa del via libera per la ricapitalizzazione precauzionale con i soldi dello Stato (che dovrebbe arrivare in settimana), per le due venete il destino rischia di essere più crudele. 

La BCE infatti, prima di dare il via libera all’intervento dello Stato ha alzato l’asticella e chiesto un intervento privato di 1,2 miliardi. Una cifra difficile da reperire in un sistema bancario in crisi sistemica che ha già fatto molto per mettere in sicurezza le banche in dissesto.

Allora quale soluzione? Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha assicurato che le due banche venete non imboccheranno la strada del bail-in. Una dichiarazione votata più all’ottimismo che all’oggettività. Il Governo punta a negoziare con Francoforte per ridurre il capitale richiesto, ma in caso contrario sarà davvero difficile evitare il peggio. Senza un accordo politico o un miracolo Veneto banca e la Popolare di Vicenza potrebbero essere il vero primo banco di prova del bail-in in Europa.

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Venete: da cassaforte a banche bollite


La popolare di Vicenza e Veneto banca hanno rivestito per decenni il ruolo di cassaforte del nordest d’Italia, una delle zone più industrializzate del Paese. Ma la gestione clientelate del credito e l’utilizzo “privato” delle banche ne hanno rovinato la salute. I due aumenti di capitale messi in campo lo scorso anno sono stati un disestro tanto che il Fondo Atlante è dovuto intervenire diventando primo (e quasi unico) azionista di Veneto banca e Popolare di Vicenza.

L’unica strada per mettere in sicurezza le due banche in dissesto è il taglio dei costi, la cessione delle sofferenze, la ricapitalizzazione e la fusioni in un unico istituto messo a presidio del Veneto. Considerando l’esito degli aumenti di capitale dello scorso anno, l’unico modo per la Popolare di Vicenza e Veneto banca di portare a termine la ricapitalizzazione è chiedere l’intervento dello Stato.

Qualche mese fa, sulla scia di banca MPS e alla luce dello scudo da 20 miliardi approvato a Natale, le due venete hanno chiesto di accedere alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato. La BCE ha fissato il fabbisogno di capitale in 6,4 miliardi che dovrebbero arrivare dalle casse pubbliche.

Un miliardo dai privati


L’affare però nei giorni scorsi si è complicato quando dall’Europa è arrivata un’altra richiesta per la Popolare di Vicenza e Veneto banca. La BCE e la commissione europea hanno posto come presupposto per dare l’ok alla ricapitalizzazione precauzionale l’aggiunta di 1,2 miliardi di capitali privati. 

Soldi che andranno a coprire le “perdite attese e prevedibili” che derivano dall’operazione di pulizia delle sofferenze e che, secondo le regole europee sui salvataggi bancaria non possono essere ripianate con soldi pubblici.

La popolare di Vicenza e Veneto banca hanno ancora sofferenze per quasi 10 miliardi (su 41 miliardi di impieghi). Prima di far intervenire lo Stato le due banche devono liberarsi dalla zavorra di questi 9,6 miliardi (messi a bilancio al 40% del valore nominale), cedendoli a valori di mercato. Et voilà il buco da oltre un miliardo: la loro cessione costerebbe tra gli 1,9 e l’1,4 miliardi, troppo per due banche che ad oggi hanno un patrimonio netto di 3,9 miliardi.

Assorbire le perdite significherebbe scivolare al di sotto dei coefficienti patrimoniali stabiliti per garantire l’operatività degli istituti. Per questo le autorità europee pretendono la copertura di un miliardo prima di dare il via libera alla ricapitalizzazione.

Quali soluzioni per le Venete?


Trovare 1,2 miliardi privati è cosa praticamente impossibile. Il fondo Atlante è stremato dopo i numerosi interventi sulla Popolare di Vicenza e Veneto banca per le quali ha già speso 3,5 miliardi. La sua versione aggiornata, il Fondo Atlante 2, potrebbe partecipare, ma soltanto per favorire la cessione delle sofferenze. Le altre banche del sistema italiano (ma anche internazionale) non hanno intenzione di buttare oltre un miliardo in due banche bollite e senza ottenere niente in cambio.

Insomma, la strada dei capitali privati è tutta in salita. Per questo motivo il Governo italiano sta trattando con Bruxelles e Francoforte per convincerli a ridurre la richiesta di capitale da iniettare prima dell’intervento pubblico. Per farlo si sta trattando sul tema dei costi. L’ipotesi è di aggiungere ai 2.200 prepensionamenti oltre 1.400 esuberi e un taglio di circa il 10% degli stipendi. Ma questa drastica dieta non piace ai sindacati che chiedono che “l’occupazione non sia ulteriormente penalizzata”. E il sentiero si fa sempre più stretto.

Questa settimana potrebbe essere cruciale per il futuro delle banche italiane in crisi. È infatti atteso da un momento all’altro il via libera per la ricapitalizzazione precauzionale di MPS che dovrà passare per la cessione delle sofferenze e l’intervento con capitali pubblici. Di pari passo potrebbe anche arrivare il responso sulle due venete dal momento che il Governo italiano ha chiesto una soluzione in tempi brevi. Il via libera sulla banca senese potrebbe rappresentare la scusante politica per negare un altro intervento pubblico nelle due banche venete. La decisione a questo punto è più politica che tecnica. Parliamoci chiaro, stando alle regole europee, Veneto banca e la Popolare di Vicenza sono banche fallite che non dovrebbero essere salvate dallo Stato: le perdite attese per la cessione delle sofferenze sono troppo pesanti per due banche con coefficienti patrimoniali risicati e la direttiva BRRD vieta di coprire con soldi pubblici perdite “attese e prevedibili”.

Il Governo italiano fa bene a tentare il tutto per tutto intavolando un negoziato politico con le autorità europee, ma il ministro Padoan – assicurando che le due banche non finiranno in risoluzione con il bail-in – ha fatto una promessa che potrebbe non rispettare. Se l’Europa dovesse far fallire il salvataggio pubblico, si tratterebbe del primo caso di risoluzione secondo la direttiva BRRD di una banca europea. E così l’Italia - con la sua totale incapacità nel gestire in tempo i gravi problemi dell’economia - si troverebbe sul doloroso banco di prova del bail-in.