Prey - Recensione: quando il level design fa il gioco [VIDEO]

Prey non è il solito sparatutto, e non è nemmeno un nuovo franchise. Si tratta del reboot del primo episodio uscito nel 2006, che in realtà ha poco da spartire col passato a parte il nome. Al timone la mano salda di Arkane Studios, lo studio di sviluppo dietro all'ottimo Dishonored 2, che di solito non si accontenta di pubblicare giochi semplicistici, anzi.

Non lo è di sicuro Prey, che inizialmente sembra il solito shooter fantahorror, mentre si tratta di un titolo profondo nelle meccaniche, che fornisce un'ampia dose di esplorazione e che basa il gameplay più sul level design che sulle fasi shooter.

KENNEDY È VIVO

La storia di Prey, in cui si vede la partecipazione di Chris Avellone, un'istituzione nell'industria con un curriculum che va dalle campagne di Dungeons & Dragons al lavoro su titoli come Fallout 2 e Icewind Dale, è sicuramente una parte importante del titolo, ma secondo noi non la parte fondamentale. La storia parte da un "what if", e prevede che John F. Kennedy nel 1963 sia sfuggito all'attentato di Dallas.

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Da qui parte una storia alternativa della Corsa allo Spazio che avrà ripercussioni fino al 2032, giorno in cui Morgan Yu, protagonista del gioco, si risveglia nel suo appartamento. Il fratello Alex gli affida un lavoro, quello di recarsi sulla stazione spaziale Talos I (situata nei pressi della Luna), dove vengono sviluppati i cosiddetti Neuromod, degli impianti che servono a donare agli umani poteri straordinari. Ma chiaramente la stazione spaziale viene attaccata da degli strani alieni chiamati Typhon: Morgan non dovrà permettere di farli arrivare sulla Terra ma anche scoprire molti segreti sul suo passato durante l'arco narrativo.

IL GAMEPLAY AL CENTRO

Il gioco si rifà a molte perle del passato, ha un'"anima old school". Pensiamo a System Shock ma anche a BioShock, è quindi sostanzialmente uno sparatutto in prima persona con elementi RPG e una importantissima dose di esplorazione. Il giocatore potrà scegliere inizialmente se essere uomo o donna, ma non i connotati del personaggio. Gli elementi RPG del titolo arriveranno giocando, non inizialmente.

Prey è un titolo che sfida il giocatore: durante l'avventura ci saranno obiettivi principali e moltissime missioni secondarie, ma starà al giocatore trovare i codici giusti per sbloccare le porte, le card di ingresso adatte, esplorando i computer di Talos I, leggendo le email, scovando appunti sulle scrivanie. L'elemento più importante del gioco è, secondo noi, il level design, ed è in questo comparto che il gioco eccelle e dona una marcia in più all'esperienza. Talos I è grande e divisa in varie macroaree, che a loro volta si sviluppano in profondità, altezza, cunicoli di areazione, stanze segrete. A parte i lunghi caricamenti per accedere da una macroarea all'altra (troppo lunghi) entrare in una stanza o in un'area più vasta come la hall di Talos I non significa solo sincerarsi che non ci siano nemici: bisogna guardarsi attorno alla ricerca di oggetti, munizioni, codici. Il bello di Prey è che tutto (o quasi) è affrontabile con differenti approcci scelti dal giocatore, anche il superamento di certi impedimenti come una porta sbarrata. Ci saranno sempre 2-3 opzioni, e questo aguzza l'ingegno del giocatore.

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Inizialmente certo materiale sembra inutile ma niente lo è in Prey, dato che sparsi nelle mappe sono presenti degli impianti di riciclaggio e gli assemblatori: nel primo si potranno riciclare e compattare in materiali (organici e non) tutta la "spazzatura" che troviamo in giro. Questi materiali saranno poi utili per inserirli nell'assemblatore e creare oggetti, munizioni o anche add-on per la propria tuta. L'esplorazione ha quindi un ruolo chiave in Prey e uno degli strumenti che si userà di più è sicuramente il Cannone GLOO, che spara una sorta di colla utile sia a bloccare momentaneamente i nemici che a crearsi dei percorsi in altezza per raggiungere apparentemente inaccessibili. I segreti sono davvero ovunque, le 20 ore necessarie a completare la campagna principale possono diventare molte di più se ci si sofferma per trovare tutti gli oggetti, se si vogliono affrontare tutte le missioni secondarie.

Prey è molto spesso un vagare solitario alla ricerca di un materiale per costruire un medikit, di un numero per sbloccare una porta analizzando ogni metro di una stanza in tutte le direzioni, più che un procedere di stanza in stanza uccidendo i nemici. E questa è una bella ventata di aria fresca nel panorama videoludico. I combattimenti sono comunque divertenti e molto ansiogeni: i Typhon sono difficili da abbattere, soprattutto ai livelli di difficoltà più alti. Inizialmente si incontrano i cosiddetti mimic: una sorta di ragno che ha il potere di trasformarsi in qualsiasi elemento dello scenario. Quella che sembra una tazza di caffè in realtà non lo è: appena sfiorata il mimic si rivela, e può essere molto pericoloso perché veloce e letale, soprattutto inizialmente quando si ha solo la chiave inglese. Anche i nemici più grossi come i Ghost sono moto pericolosi, si teletrasportano e lanciano palle infuocate, in queste fasi sembra davvero di star giocando a uno shooter anni '90.

Fortunatamente il giocatore non avrà a disposizione solo la chiave inglese. Proseguendo nel gioco si avrà accesso a un vasto inventario di armi, dallo shotgun all'arma laser, dalla balestra alla pistola e diversi tipi di granate. E qui arriva la componente RPG, cioè la possibilità di migliorare il personaggio. Lo si fa innanzitutto raccogliendo le Neuromod, che possono essere spese nell'inventario per acquisire o migliorare le abilità. Ce ne sono di diversi tipi come il sollevamento, che permette di sollevare oggetti pesanti e scagliarli contro i nemici (oltre a trovare ulteriori segreti spostando grossi impedimenti), all'hacking, al miglioramento delle armi. Questa è solo una piccolissima porzione dei poteri offerti da Prey.

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Anche perché più avanti nel gioco si potranno acquisire i poteri dei nemici: immaginate di potervi trasformare in una tazzina di caffè e attendere che passi il Typhon per prenderlo di spalle. Questa e altre decine di possibilità sono offerte dai combattimenti di Prey.

IL RETROFUTURO DI PREY

Non possiamo che confessare di amare l'atmosfera creata da Prey, grazie a un'ottima direzione artistica dal gusto di retrofuturo e alle musiche elettroniche di Mick Gordon. Se dal lato artistico Prey non delude, sicuramente non si può dire la stessa cosa per l'impatto grafico. Non che tecnicamente sia scarso, ma abbiamo sicuramente apprezzato di più il lavoro svolto su Dishonored 2. In Prey gli ambienti sono ampi e strutturati con maestria, certo, ma a volte le texture, almeno sulla versione PS4 da noi testata, non sono poi così definite, e soprattutto l'illuminazione non fornisce quel senso di realismo e volume delle produzioni più moderne. Insomma, la grafica in Prey è l'elemento più sottovalutato dallo sviluppatore e altri difetti non mancano: gli scontri sono alle volte confusionari (bisogna imparare a domarli), i tempi di caricamento delle aree piuttosto lunghi.

Ma questo non intacca il giudizio finale su un gioco da cui difficilmente vi staccherete. Una volta spenta la console, dopo una sessione di 2-3 ore di gioco, torna subito potente la voglia di reinserire il disco e tornare a giocare. E questo ci è accaduto con pochi titoli. La grafica è importante in un videogioco, ma deve essere controbilanciata da una certa profondità di gameplay. E Arkane Studios ci è riuscita piuttosto bene, sfornando un titolo rigiocabile più volte dati i finali alternativi, le decine di missioni secondarie, l'esplorazione e level design come cuore pulsante dell'opera.

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