Putin e le giravolte sulla “volontà popolare”: sì in Crimea e Donbass, no in Cecenia

di @EmanueleVena 12.06.2015 9:17 CEST
Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin Reuters

Dare alla gente del posto la possibilità di esprimere la propria opinione su come organizzare la propria vita. È questa la giustificazione data da Vladimir Putin all’annessione della Crimea da parte della Russia, a seguito del controverso referendum del marzo 2014. Una motivazione simile a quella utilizzata per difendere le rivendicazioni effettuate in Donbass dalle repubbliche indipendentiste di Donetsk e Lugantsk, ma molto differente dall’atteggiamento mostrato dal Cremlino in altre situazioni critiche, come ad esempio in Cecenia.

La necessità di rispettare la volontà popolare, fulcro dell’annessione della Crimea, è stata infatti riproposta anche per il Donbass, sebbene con toni più morbidi, volti non ad avallare una futura annessione quanto a favorire una vera e propria autonomia della zona, non escludendo quindi la possibilità di restare all’interno dello Stato ucraino. Un ragionamento completamente opposto a quello espresso dal Cremlino in Cecenia, prima con Boris Eltsin – e la prima guerra cecena, a partire dal dicembre 1994 – e poi con lo stesso Putin, che nell’agosto 1999 inaugurò la lunga (ed ad oggi ininterrotta) carriera al vertice della politica russa dando il via al secondo conflitto ceceno.

Peccato che le basi delle agitazioni fossero sostanzialmente simili. A partire dalla presenza di un’etnia forte e intenta a spingere per un cambiamento dello status quo. Perché se la Crimea e il Donbass si possono considerare zone tradizionalmente a forte maggioranza etnica russa, in Cecenia l’etnia locale è sempre stata nettamente preponderante, nonché spinta da una plurisecolare lotta volta alla rivendicazione di forme di autonomia da Mosca. Se Vladimir Putin non ci ha pensato due volte ad entrare in quelle che – in Crimea e Donbass – rappresentavano vere e proprie porte spalancate, allo stesso tempo è stato altrettanto pronto a sprangare l’uscio dinanzi a rivendicazioni uguali e contrarie provenienti dall’interno, con riferimento appunto ad una Cecenia che oggi, dopo due conflitti sanguinosi, è retta da una presidenza dittatoriale quanto sostanzialmente dipendente dagli umori del Cremlino.

Ma l’atteggiamento di Putin – oltre a dimostrarsi intrinsecamente piuttosto “disinvolto” e perciò discutibile – rischia di essere estremamente controproducente, e non solo sul piano geopolitico. Perché se l’atteggiamento tenuto dal presidente russo non contribuisce certo a frenare un’escalation della tensione con l’Occidente, variamente declinata dai soggetti in causa – “imperialismo russo” secondo l’Occidente, “volontà di accerchiare ed isolare la Russia” per Putin – ad agitare ulteriormente i sonni di Mosca è sia il possibile impatto di tale modus operandi sul portafogli del Cremlino sia la capacità effettiva di rispettare la volontà popolare.

Se la volontà di tenere a tutti i costi stretta a sé la Cecenia non ha prodotto altro che un vuoto involucro da foraggiare a fondo perduto – pur di mostrarlo all’esterno quale modello da seguire per mantenere la cosiddetta pax caucasica – la situazione in Crimea non sta certo evolvendo in maniera molto diversa, come dimostra il primo anno di “nuova vita” della regione, con un’economia stravolta da un’inflazione alle stelle ed un turismo fiaccato dall’isolamento internazionale.

Ciò che continua a preoccupare in Donbass sono invece soprattutto le drammatiche condizioni umanitarie di una popolazione locale sempre più stremata, che stridono con i proclami provenienti da Mosca volti a tutelare la volontà popolare. Ecco perché Putin, dopo aver sbagliato in Cecenia ed aver perseverato in Crimea, in Donbass è chiamato a maneggiare la situazione in maniera molto delicata, in modo da non trasformare la zona da potenziale risorsa (pari ad un sesto del PIL ed un quarto delle esportazioni dell’Ucraina) in un nuovo assegno in bianco utile solamente ad alimentare un movimentismo il cui scopo mai troppo celato – riunire il mondo russofono sotto l’ala protettiva di Mosca – rischia di rivelarsi estremamente incompatibile con una struttura economica, quella russa, sempre più fragile.