Qualche consiglio disinteressato per il vecchio segretario del PD Matteo Renzi

Matteo Renzi
Il Presidente del Consiglio dopo la vittoria alle Europee Reuters

Gli è andata bene, anche troppo bene, e questo Matteo Renzi lo sa. Non tanto per la percentuale con la quale è stato rieletto segretario del Partito Democratico , che era ampiamente prevista, data l’assenza di rivali all’altezza dal punto di vista del carisma politico e comunicativo, quanto per l’affluenza registrata ai seggi. L’aver puntato al risultato più basso cui si potesse auspicare (un milione di votanti, nel 2013 erano stati 2 milioni e 8mila) come massimo raggiungibile, ha giovato nel momento in cui questo limite è stato battuto, dando maggior legittimità a un esito scontato che come scopo principale dovrebbe avere quello di rimettere ordine in un partito allo sbando.

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È lui che comanda, è a lui che è andato il consenso popolare, almeno per quanto riguarda il PD (mentre per il Governo la strada è tutta in salita), il resto è tutto da vedere. Adesso bisognerà solo aspettare per capire come Renzi ha intenzione di portare avanti questo ennesimo mandato, se ha comunque imparato la lezione derivante dalla crisi di questi ultimi cinque mesi o se il risultato delle primarie gli farà cancellare con un colpo di spugna i ricordi di quanto accaduto, facendogli ripetere gli stessi errori del passato sia a livello interno, continuando sulla strade dell’uomo solo al comando, che (soprattutto) esterno. Per evitarlo, vorremmo dare al segretario del PD alcuni “consigli” utili, stilando una sorta di elenco con gli sbagli più grossi che ha compiuto e che hanno contribuito a portarlo fuori da Palazzo Chigi e, anche se momentaneamente, dal Nazareno.

Consiglio n.1 a Matteo Renzi: della sua entusiastica prosopopea non se ne può più

L’Italia è un paese bellissimo, l’Italia riparte anzi addirittura cresce, parola sconosciuta quest’ultima dal 2008 ad oggi, gli italiani lavorano, sono felici e non c’è niente che non vada in questo Paese. È tutto meraviglioso.

Se non avessimo sentito Matteo Renzi pronunciare parole simili a quelle riportate sopra (un sunto approssimativo era necessario) più e più volte, probabilmente molti di noi avrebbero pensato che affermazioni del genere fossero state proferite alle due di notte, dopo tre o quattro birre, da una persona in preda ai deliri dell’alcol. E invece no, quasi ogni giorno, nel corso della sua esperienza da Premier e da segretario del PD, Renzi ha bombardato gli italiani con i suoi messaggi entusiastici, conditi da toni enfatici e da una gestualità energica che, per quanto possibile, li hanno resi via via sempre più fastidiosi.

Nessuno pretende che un Presidente del Consiglio dica che fa tutto schifo, per carità. Nessuno pensa nemmeno che in una perenne campagna elettorale possa arrivare ad ammettere che alcune (la maggior parte) delle sue politiche non hanno funzionato e che l’esperienza di governo sia da ripensare, ma da un estremo all’altro c’è un abisso cui il leader democratico forse dovrebbe guardare.

Utilizzare un linguaggio martellante, descrivendo una realtà che si discosta in maniera netta dall’esperienza di vita quotidiana dei cittadini ha contribuito giorno dopo giorno a rendere Matteo Renzi sempre più fastidioso, quasi insopportabile. Cercare di trasmettere positività all’opinione pubblica ci sta, dare ad essa la sensazione di assistere ad una presa in giro diventa un boomerang i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. La “positività” era l’intenzione di partenza, la “presa in giro” l’esito involontario che è stato raggiunto. Per il futuro forse il segretario del PD farebbe bene a ripensare la propria strategia di comunicazione, perché tra l’una e l’altra cosa c’è di mezzo un’elezione quanto mai importante, soprattutto data la palese intenzione di rientrare a Palazzo Chigi, stavolta, dalla porta principale (quella che si apre in seguito al voto delle urne)

Consiglio n.2 a Matteo Renzi: elezioni? “Anche No”

Il risultato di queste primarie, seppur netto, non cancella quanto accaduto negli ultimi mesi. Il risultato del referendum è ancora lì, non viene ribaltato, a Palazzo Chigi c’è ancora Paolo Gentiloni, gli scissionisti se ne sono andati e i problemi del Partito Democratico sono ben lontani dall’essere risolti.

In virtù di tutto ciò, forse sarebbe meglio cominciare a camminare prima di correre a più non posso verso elezioni che avrebbero come esito l’ennesima, clamorosa, debacle personale e di partito.

Matteo Renzi, se vuole andare avanti, deve fermarsi e accettare una realtà dura: i tempi del 41% alle elezioni europee sono ormai preistoria, i Sì al referendum costituzionale non possono e non devono essere considerati equivalenti ad un voto per Renzi e il suo PD e soprattutto se da un lato c’è una parte dell’opinione pubblica che, più o meno tiepidamente, continua a sostenerlo, dall’altro ce n’è un’altra che, più o meno calorosamente, lo detesta. Quest’ultima, nel corso dei mesi, ha guadagnato terreno e per recuperare i voti persi ha bisogno di tempo, credibilità, un partito che lo sostenga compattamente e magari anche di qualche aiutino degli avversari.

Aver ricevuto il sostegno di 2 milioni di elettori non basta per pensare di poter andare ad elezioni anticipate, senza una legge elettorale adeguata, facendo sold out al botteghino. Soprattutto se il PD continua a tentare il suicidio, mettendo la testa sotto la sabbia di fronte ai propri problemi (enormi) e facendo finta che delle primarie dall’esito scontato abbiano risolto tutto. Prima si risolvono i problemi interni, poi si pensa ad una legge elettorale decente, magari si portano a casa due o tre riforme ferme da mesi a causa della crisi di Governo e solo dopo, in seguito, a posteriori si parla di elezioni. Tutte e tre le cose assieme non si possono realizzare, Renzi se ne faccia una ragione.

Consiglio n.3 a Matteo Renzi: Il M5S non si batte giocando sullo stesso campo

Pensare di battere Beppe Grillo e i suoi, affrontandoli sullo stesso terreno, con lo stesso linguaggio e con le stesse argomentazioni è come credere di poter battere Usain Bolt in gara senza aver fatto prima alcun allenamento.

Sparate come quelle sui vitalizi, gli attacchi all’Europa, i messaggi populisti non hanno funzionato e continueranno a non funzionare semplicemente perché, non solo Grillo in questo non si batte, ma anche perché Renzi non è minimamente credibile mentre lo fa.

L’esperienza Macron in Francia ha dimostrato che questa è una guerra che non si vince per parallelismi ma per antagonismi. Al populismo bisogna proporre un’alternativa, una diversità che in certi casi diventa netta, palese, impossibile da non vedere. Se al populismo si contrappone populismo vincerà sempre chi ha iniziato per primo ad utilizzarlo e chi è più bravo a farlo. E questa persona non è Matteo Renzi.

Consiglio n.4 a Matteo Renzi: il Jobs Act

Pronunciare a pochi minuti dalla rielezione a segretario, senza dati ufficiali, frasi come “Il Jobs Act è una delle cose più di sinistra fatte in questo Paese" non è un buon modo per iniziare a riconquistare consensi, né tra gli elettori moderati, né soprattutto tra quelli di sinistra. Si ritorna alla “presa in giro” di cui abbiamo parlato al consiglio n.1. Evitiamo di santificare una riforma che nei fatti e nei numeri ha avuto risultati di gran lunga inferiori alle attese (di Renzi, non nostre, noi lo avevamo detto).

Consiglio n.5 a Matteo Renzi: basta con le mance

Con l’ultimo consiglio ci sentiamo di guardare ad un futuro ipotetico, molto molto lontano. Ma volendo potrebbe già essere applicato in campagna elettorale. Se Renzi dovesse mai riuscire a riconquistare consensi, rientrando entusiasticamente (come al solito d’altronde) a Palazzo Chigi, nella lavagnetta del suo studio dovrebbe imprimere col gesso questa frase: “Non darò più mance elettorali a nessuno”. Anche perché il segretario del PD ha ragione: “avere 80 euro in più al mese fa comodo”, ma se poi per avere questi soldi devi rinunciare a misure che aiutino tuo figlio 30enne, laureato e disoccupato, a trovare un lavoro, ne fai volentieri a meno.