Quando l'Italia ci abbandona: oltre 3.000 italiani sono detenuti all'estero, a volte ingiustamente

Prigione italiana
Detenuti italiani nel carcere romano di Regina Coeli. 28 agosto 2013. REUTERS/Tony Gentile

Come vi sentireste se un giorno foste costretti ad assistere sullo schermo del vostro telefonino, di nascosto e grazie a una connessione internet semi-clandestina, il funerale di vostro padre? Come vi sentireste se ciò avvenisse dentro un carcere, dove ad esser scoperti sono dolori, a migliaia di chilometri di distanza? E come vi sentireste se, per anni, vi processate innocenti e chiedete almeno di poter scontare la pena vicino alla vostra famiglia?

Pensate siano domande assurde, pensate che una tragedia del genere non vi possa mai capitare. E pensate, un po' cinicamente ma in realtà è solo la vostra paura a parlare, che se succedesse alla fine è perché “me lo sono cercato”. O meglio: “se l'è andata a cercare”, perché tanto le tragedie succedono sempre agli altri. Eppure tutto questo non è un rischio ma una realtà: è la realtà che vivono oltre 3.300 cittadini italiani che si trovano a diverso titolo detenuti in un carcere o in una caserma fuori dal territorio nazionale.

Tra queste storie c'è quella di Manolo Pieroni, che oltre ad essere una storia di speranza, di amore e di forza d'animo, è anche una storia di sfortuna e di sofferenza: quella di un giovane uomo della provincia di Lucca che decide di provare ad aprire un'attività ristorativa in Colombia, nella zona di Cali, ma che molla tutto per tornare in Italia quando apprende, oltre quattro anni fa, delle difficili condizioni di salute del padre. All'aeroporto della città colombiana Manolo ci arriva con un borsone, lo poggia sul nastro trasportatore e lo guarda mentre sparisce verso l'imbarco. Poi però un imprevisto: un controllo in più, i lucchetti del borsone aperti e la paura che qualcosa stia per succedere, il sudore che comincia a gocciolare dalla fronte. Nella valigia di Pieroni sono stati trovati oltre 7 chilogrammi di cocaina, che gli sono costati una condanna a 21 anni e 4 mesi di galera da scontare nell'inferno carcerario della Colombia, dove il sovraffollamento, la violenza e i cartelli criminali governano la vita quotidiana di decine di migliaia di persone detenute. Pieroni sostiene di essere vittima della “mula involontaria” e chissà se è vero, si chiedono molti: la mula involontaria è una realtà, spesso i trafficanti di droga infilano nei borsoni di ignari viaggiatori panetti di cocaina per poi fare una soffiata agli agenti della dogana aeroportuale. A quel punto è come giocare al gioco delle tre carte in un barrio di Bogotà: i doganieri controllano la valigia, scovano l'oro bianco in quantità e si concentrano tutti su quel controllo mentre sotto al naso si fanno passare il carico vero, in genere tre o quattro volte il volume di droga che verrà sequestrato.

Il processo a Pieroni è stato ricco di inesattezze e dubbi passaggi giudiziari e l'assistenza che lo stesso ha ricevuto dall'ambasciata italiana di Bogotà è stata “ridicola”: nessuna presenza alle udienze, nessun avvocato messo a disposizione o quantomeno segnalato alla famiglia, nessuna richiesta di chiarimento alle autorità colombiane. La prima volta che Pieroni è riuscito ad avere un contatto con l'ambasciata italiana era già stato condannato. Alla morte del padre, dopo anni di malattia, Pieroni è stato costretto a seguire il funerale di nascosto, grazie ad uno smartphone introdotto clandestinamente in carcere e alla sua compagna che, in Italia, filmava la funzione.

Spesso la disponibilità di un telefono è essenziale a resistere alla distanza, all'abbandono: il telefono rappresenta una speranza. Quando mi occupavo del complesso caso di Roberto Berardi, un imprenditore italiano arrestato, ingiustamente e rinchiuso in Guinea Equatoriale, mi capitava di scherzare con i suoi familiari: “Una telefonata allunga la vita” diceva spesso il fratello alludendo ai numerosi telefoni che Berardi riusciva a fare entrare di nascosto fin nella cella di isolamento nella quale era recluso. È stato imprigionato e malmenato per due anni e mezzo dagli uomini della peggiore dittatura di tutta l'Africa, dopo avere denunciato una truffa subita dal vicepresidente Nguema, tra i 15 casi di corruzione più clamorosi del mondo, noto criminale internazionale. Due anni e mezzo nei quali ha visto torturare quotidianamente gli altri detenuti, durante i quali ha subito egli stesso torture e trattamenti inumani e degradanti, isolamento prolungato e totale mancanza di assistenza da parte sia dei suoi carcerieri, “che volevano ammazzarmi” racconta a IBTimes Italia, sia da parte delle autorità italiane preposte, l'Ambasciata di Yaoundè in Camerun. Ambasciata che si è attivata solo quando la campagna stampa sul caso Berardi si era fatta incessante e, sopratutto, internazionale.

Il caso è emblematico di come l'inazione e la scarsa preparazione della nostra diplomazia sul territorio possa spesso mettere a serio rischio l'incolumità delle persone, siano essere colpevoli o innocenti (come lo era Berardi e come è stato dimostrato).

Nello stesso carcere infernale nel quale è stato detenuto Berardi per così tanto tempo si trovano oggi altri due cittadini italiani, Fabio e Filippo Galassi, padre e figlio che in Guinea erano dipendenti di una società italo-guineana di costruzioni. Accusati fumosamente di appropriazione indebita di beni della società, il cui socio di riferimento è il Presidente Teodoro Obiang, dopo un iter giudiziario discutibile nel corso del quale il loro avvocato ha demolito le accuse di appropriazione indebita e denunciato la diffusa corruzione ai più alti livelli del Paese, i due Galassi sono stati condannati a pene severissime (31 e 22 anni di carcere) che hanno gettato nello sconforto la loro famiglia e i loro amici.

Uno sconforto, che diviene rabbia determinata, che prova in questi mesi anche la famiglia di Cristian Provvisionato, detenuto da 9 mesi in una caserma di Nouakchott, capitale della Repubblica Islamica della Mauritania. Provvisionato, che soffre di diabete, da mesi non assume insulina e si nutre di riso, ha perso molti chili ed è fortemente debilitato. I contatti con i suoi familiari sono sporadici e mai soddisfacenti, il fratello Maurizio è riuscito ad incontrarlo recandosi in Mauritania, ma è ancora in attesa che la magistratura mauritana fornisca non solo elementi di prova ma quantomeno un'accusa formale: Provvisionato era stato inviato dalla sua azienda in Mauritania l'estate scorsa per partecipare ad un meeting nel quale avrebbe dovuto presentare un prodotto ma quel meeting non si è mai tenuto e il connazionale è scomparso per quattro mesi prima che i mauritani rispondessero alle sollecitudini delle autorità italiane, che chiedevano notizie. Quattro mesi di buio e totale assenza di informazioni che si sono rotti con una notizia altrettanto ferale: il vostro familiare si trova in arresto in una caserma in Mauritania.

Non c'è unicamente il caso, pure spinoso, dei due fucilieri di Marina Girone e Latorre: l'Associazione Prigionieri del Silenzio si occupa proprio di mantenere viva la memoria e la lotta dei cittadini italiani detenuti all'estero, sostenendo le famiglie nel complesso mondo delle istituzioni e della diplomazia italiana, ed è a conoscenza di centinaia di situazioni simili. Oltre 2.500 cittadini italiani sono detenuti in Paesi membri dell'Unione Europea, dove lo stato di diritto è spesso più garantito che in Italia, ma 161 di loro si trovano reclusi nei Paesi extra UE, poco meno di 500 nelle Americhe, 59 nella regione mediterranea e in Medio Oriente, 12 nell’Africa subsahariana e 75 in Asia e Oceania. E se pensiamo che un carcere negli Stati Uniti, con l'esperienza giudiziaria annessa, sia meglio di un carcere italiano ci sbagliamo di grosso: basti pensare al caso di Chico Forti, che da anni invoca la riapertura del suo processo (è stato condannato per omicidio) sostenuto da associazioni e istituzioni italiane, richieste che sbattono contro la sordità della giustizia americana, che pure non nega molte incongruenze nel processo che ha condannato Forti. Secondo la Convenzione di Strasburgo del 1983 gli italiani arrestati all'estero dovrebbero scontare la propria pena nei nostri penitenziari ma spesso questo non avviene, per mancanza di accordi bilaterali o altre difficoltà, e la nostra diplomazia non sempre riesce a farsi valere in queste situazioni. E a volte sembra addirittura remare contro.

Tornando al succitato caso di Berardi, rientrato in Italia nel luglio 2015 dopo aver scontato quasi due mesi di più delle pena cui era stato condannato, le difficoltà e l'inazione diplomatica con cui è stata caratterizzata la sua vicenda dovrebbero fare da monito alle istituzioni, che dovrebbero rafforzare la propria diplomazia e, sopratutto, i propri protocolli.

Ma molto importante è anche il lavoro di comunicazione e assistenza che l'Unità di Crisi della Farnesina attua nei confronti delle famiglie, loro sì sicuramente innocenti e ingiustamente colpite da una tragedia che è totalizzante e devastante: ho incontrato molte persone nel corso del tempo che, in Italia e spesso senza parlare nessun'altra lingua oltre all'italiano, hanno dovuto affrontare il dramma di un parente imprigionato all'estero. Spesso da soli e sostenendo spese da capogiro. Indipendentemente da ogni merito di colpevolezza o meno è chiaro che un'esperienza simile colpisce anzitutto i sentimenti di una famiglia, gli affetti, toccando corde che spesso fanno male. La Convenzione di Strasburgo va incontro proprio a questo tipo di esigenza ma ancora oggi fare valere i propri diritti non solo è difficile ma anche particolarmente oneroso. Si tratta, in ogni caso, di dover fare una battaglia che va ben oltre i meriti giudiziari delle accuse ai propri parenti: in molti casi i connazionali vivono situazioni di vera ingiustizia, è successo a Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni in India, liberati dopo anni di galera per non aver commesso il fatto (l'omicidio di un amico che era in viaggio con loro), o a Roberto Berardi (per il quale associazioni come Amnesty International, Open Society Foundation e Human Rights Watch si sono mobilitate anche oltre le proprie possibilità).

Il nocciolo della questione è proprio questo: perché a pagare i reati che, si presume, siano stati commessi all'estero da qualcuno deve essere la sua famiglia?