Radicalizzarsi in carcere: l'Europa è una fucina di islamisti

Carcere Francia
Il cartello all'ingresso del carcere di Fleury-Merogis, dove molti musulmani radicalizzatisi hanno pianificato la fuga in Siria o gli attacchi a Parigi e in Normandia. Parigi, Francia, 27 aprile 2016. REUTERS/Christian Hartmann

Lo stato d'emergenza in vigore in Francia dagli attentati del 13 novembre 2015 ha concesso ampi poteri alle forze dell'ordine e alla magistratura per sorvegliare, e sopratutto fermare e arrestare, persone sospettate di essere “pericolose” per la sicurezza nazionale: questo sta velocemente portando al collasso le carceri transalpine, che già alla fine del 2014 scoppiavano letteralmente di detenuti e dove il rischio radicalizzazione è altissimo.

In un rapporto del 22 dicembre 2014 della Direzione dell'amministrazione penitenziaria francese si leggeva che i 67.105 detenuti nelle carceri di Francia erano stipati in appena 57.854 posti disponibili in 188 strutture, affollati sopratutto nelle Maison d'arret, galere pensate per chi deve scontare pene brevi e dove spesso ci si contende in 4 appena 7 metri quadri di spazio. Oggi i detenuti sono circa 82.000 per lo stesso numero di posti, un sovraffollamento tale che il governo francese costruirà dalle 10.000 alle 16.000 celle singole entro gennaio 2025, in ottemperanza a una legge del 1875 che ne sancisce l'obbligo.

Lo stato d'emergenza ha portato in carcere centinaia di persone sospettate di essere pericolose per la sicurezza nazionale francese, accusate a vario titolo di essere coinvolte in attività terroristiche o di fiancheggiare sospetti terroristi: il tutto in barba allo stato di diritto, baluardo dei valori dell'occidente che si vorrebbero esportare. O almeno tutelare. Secondo quanto rivelato i primi di settembre dal primo ministro francese Manuel Valls 15.000 persone sono attualmente monitorate perché sospettate di essere islamisti radicali e attualmente i detenuti di religione musulmana sono tra il 60 e il 70 per cento del totale della popolazione carceraria francese.

Nel 2014 fecero scandalo le foto che un ex-detenuto a Baumettes, carcere a pochi chilometri da Marsiglia, pubblicò sulla sua pagina Facebook: scattate dai detenuti, queste li ritraevano mentre fumavano marijuana, giocavano a poker fumando sigari cubani e mettendo in bella mostra mazzette di banconote e cellulari. Una situazione generale che non è cambiata di molto: diversi rapporti, sia dell'amministrazione penitenziaria che di diverse associazioni che nelle carceri ci lavorano, riferiscono di continue rivolte nelle prigioni d'oltralpe. I primi di settembre 10 detenuti musulmani radicali sono stati trasferiti dal carcere di massima sicurezza di Fleury-Merogis, la più grande prigione del continente appena fuori Parigi, in altre strutture per timori di una rivolta. In un'altra struttura (della quale non sono stati rivelati dettagli) un detenuto è stato sorpreso con alcune armi rudimentali all'interno della sua cella e due guardie carcerarie sono state accoltellate all'inizio di settembre da un detenuto, radicalizzatosi in carcere, al grido di “Allah akhbar”: il detenuto, Bilal Taghi, ha colpito una guardia alla schiena e un'altra alla gola, disegnando infine un cuore sul muro con il sangue delle sue vittime e mettendosi scenograficamente a pregare. Quest'ultimo episodio ha convinto il ministro della giustizia francese Jean-Jacques Urvoas ad adottare nuove misure di sicurezza, accelerando la creazione di sezioni speciali di “de-radicalizzazione” all'interno delle strutture penitenziarie, un esperimento pilota inedito in Europa: qui le autorità hanno il compito di rompere il senso di auto-isolamento dei detenuti radicalizzati cercando di sganciare loro dalla violenza interna al carcere.

“Danbury non era una prigione, era una scuola di crimine. Io entrai con un diploma in marijuana e ne uscii con un dottorato in cocaina” recita Jonny Depp nel film Blow, impersonando l'ex-trafficante di droga americano George Jung. Una battuta che vale ancora oggi, anzi forse oggi più che mai, in tutte le democrazie del mondo incapaci di dotarsi e di gestire un sistema penale rieducativo nel pieno senso della parola. Nel 2011 Mohamed Merah fu arrestato per furto e quando entrò in prigione “era solo un bambino che batteva i pugni contro la porta della sua cella e urlava per avere la PlayStation”. L'anno dopo, uscito dal carcere, uccise sette persone a Tolosa in nome del suo Dio: in carcere Merah si era radicalizzato.

In Germania è emblematico il caso di Harry S., a processo ad Amburgo perché accusato di essere un membro del gruppo Stato Islamico: secondo quanto rivelato dal Die Welt Harry, 27 anni, era un criminale comune che in carcere a Brema ha stretto contatti con esponenti salafiti che gli offrirono diversi comfort nelle prime settimane di detenzione e tanta amicizia. Come ha spiegato l'imam di Amburgo Fejzulahi gli islamisti usano debolezze e disperazione, frustrazione e ignoranza per spingere la loro teologia come se fosse una droga, in una visione del mondo semplificata e divisa tra “fratelli” e “infedeli”: molti foreign fighters partiti dall'Europa verso la Siria si sono radicalizzati in carcere, dove hanno maturato la convinzione che l'alternativa al furto e allo spaccio fosse il Califfato. Oggi Harry è un collaboratore di giustizia ma per sua stessa ammissione “sono stati gli eventi” a convincerlo a collaborare e non le autorità tedesche, che raccolgono come manna dal cielo la sua confessione e la disponibilità di questi a lavorare per arginare la marea di radicalizzazione nelle carceri tedesche.

Nel Regno Unito alcuni detenuti radicalizzati estorcevano un vero e proprio pizzo ai detenuti non credenti a meno che questi non si fossero convertiti: un'estorsione simile alla jizya, la tassa che ebrei e cristiani pagano nei territori sotto il controllo del gruppo Stato Islamico.

La scelta delle sezioni di de-radicalizzazione “è buona” secondo il segretario generale del sindacato nazionale di Polizia Penitenziaria francese “ma non è ciò che accade nelle carceri” dove i detenuti vengono semplicemente messi in isolamento. Le prigioni francesi sono dei barili di polvere da sparo pronti ad esplodere ed è così da anni: Amedy Coulibaly e Cherif Kouachi, responsabili dell'assalto alla redazione di Charlie Hebdo, si sono conosciuti nel carcere di Fleury-Merogis, dove si sono entrambi avvicinati all'Islam grazie alle lezioni di Djamel Beghal, reclutatore di al-Qaeda che stava scontando 10 anni. In quello stesso carcere oggi è detenuto in isolamento Salah Abdeslam, l'unico sospettato superstite per gli attentati di Parigi dello scorso novembre. Secondo quanto raccontato da una guardia carceraria al Wall Street Journal Abdeslam è stato accolto da molti detenuti come “un messia”, altro che fischi pubblicizzati sui giornali; anche Adel Kermiche, 19 anni, che ha partecipato all'attacco alla chiesa di Saint-Ètienne-du-Rouvray in Normandia, era stato detenuto a Fleury-Merogis, dove egli stesso affermava di avere incontrato la sua “guida spirituale”. Oggi l'obiettivo del ministro Urvoas sembra essere, più che la de-radicalizzazione dei soggetti, quella di impedire contatti tra la popolazione carceraria “a rischio”, isolandola, e gli altri detenuti. Restringendo insomma i detenuti radicalizzati in una condizione ancor più reazionaria e isolata, cosa che secondo molti non fa altro che incattivirli ulteriormente: questa è la ricetta per la sicurezza della sinistra francese.

La destra invece propone, se possibile, qualcosa di peggio: sia l'ex-presidente Nicolas Sarkozy che gli esponenti del Front National hanno infatti proposto la creazione di tribunali speciali e strutture di detenzione apposite per i sospettati di terrorismo e per i detenuti radicalizzati, una proposta che ha il sapore di una Guantanamo francese, con tutte le conseguenze che la storia del carcere militare americano dovrebbe insegnare. In Belgio la situazione non è poi molto migliore, tanto che sovente capita che detenuti musulmani radicali in Belgio vengano trasferiti senza grosse trafile in carceri francesi, e viceversa.

Il caso francese è emblematico per descrivere cosa non bisogna fare nella lotta preventiva ai potenziali attentatori che vivono in Europa: sia in Francia che in Belgio, lo dicono diversi rapporti di agenzie governative, fino alla fine del 2015 i detenuti radicalizzati rappresentavano una sorta di “aristocrazia carceraria”, un po' come i narcotrafficanti nelle carceri colombiane o come è stato per anni per i boss mafiosi in Italia. Spesso la cartina tornasole per capire che qualcosa non va non sono i detenuti ma le loro mogli, quando cominciano ad indossare l'hijab nelle visite coniugali.

In Italia la situazione è altrettanto delicata, anche se non critica come in Francia: a gennaio l'amministrazione penitenziaria del carcere di Bolzano ha disposto la chiusura della sala dotata di linea ADSL e computer, utilizzati da alcuni detenuti per collegarsi a siti ed account social inneggianti allo Stato Islamico e al Califfo, un fatto segnalato anche alla procura bolzanina che ha aperto un'inchiesta. A Rossano Calabro, riferisce Vice News, alcuni detenuti esultarono quando seppero degli attentati di Parigi dello scorso novembre e anche il Ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva descritto le carceri, nel gennaio scorso, come “dei luoghi in cui si può strutturare una visione estremista dell'Islam, con capacità di proselitismo” spiegando che il fenomeno della radicalizzazione “ha come focolaio gli istituti penitenziari”. I rischi sono noti almeno dal 2010, quando il sociologo Mohammed Khalid Rhazzali ha pubblicato il saggio “L'Islam in carcere. L'esperienza religiosa dei giovani musulmani nelle prigioni italiane” (edizioni Franco Angeli) un testo che è valido ancora oggi e che dovrebbe essere sulla scrivania di tutti i dirigenti ministeriali e delle amministrazioni penitenziarie d'Europa.

Anche in Italia è stata paventata la soluzione dell'isolazionismo coatto e preventivo: Donato Capece, segretario del sindacato di polizia penitenziaria Sappe, ha proposto di riaprire il supercarcere dell'Asinara che non ha impedito a suo tempo a boss mafiosi come Raffaele Cutolo e Totò Riina di scalare le gerarchie del potere mafioso, a Palermo come a Napoli. La proposta di Capece piacque molto alla Lega Nord e, in generale, alla destra italiana, che su questo tema è perfettamente allineata con la posizione della destra francese e belga.

In realtà, almeno in Italia, è noto da almeno 10 anni che le carceri sono luogo di indottrinamento e reclutamento di nuove leve islamiste da parte dei veterani ma la situazione non è tanto critica come altrove: secondo l'Associazione Antigone i detenuti di fede musulmana (tutti i detenuti di fede musulmana) sono poco più di 6.000, gli osservati speciali sono “circa 200” secondo il DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria) e quelli accusati di terrorismo internazionale erano 21 circa un anno fa, tutti detenuti a Rossano Calabro. “La reazione più efficace nei confronti della minaccia del proselitismo estremista nelle carceri potrà avvenire soprattutto in collaborazione con le comunità musulmane d'Italia, se queste verranno sostenute nel loro tentativo di dare vita un islam effettivamente italiano, alternativo all'identificazione di questa religione con una scelta fondata su di un'autorappresentazione identitaria chiusa e risentita” ha dichiarato Rhazzali a Vice News.