Referendum Colombia e prospettive per il paese che ha visto il presidente Santos ricevere il Nobel per la Pace: intervista al viceministro Mario Giro

Mario Giro
Il Viceministro degli Esteri italiano con delega alla Cooperazione Internazionale Mario Giro. Credits | Ministero degli Esteri

La Colombia post-referendum, con la vittoria dei “no” che ha bloccato l'applicazione dell'accordo siglato la scorsa settimana tra il governo di Bogotà e le FARC, rappresenta per molti un'incognita, sia dentro che fuori dal Paese, mostratosi incapace di percorrere la via della pace e della riconciliazione con la guerriglia marxista.

Per altri invece è comunque un segnale importante per completare un processo che per ora ha portato a interrompere una guerra che è costata più di 200.000 morti colombiani. Un impegno che è valso al presidente della Colombia Juan Manuel Santo il premio Nobel per la Pace 2016.

Ne abbiamo parlato con il Viceministro degli Esteri Mario Giro, che ha seguito da vicino il processo di pace e che era presente alla firma dell'accordo tra il Presidente Juan Manuel Santos e il comandante delle FARC Rodrigo “Timochenko” Londoño.

IBTimes Italia: Qual è la sua impressione circa la bocciatura del referendum, e soprattutto la forte astensione, relativamente all'accordo tra governo colombiano e FARC?

Mario Giro: La domanda che dobbiamo porci è questa: perché tanti che avevano risposto, ai sondaggi, che avrebbero votato per il “sì” alla fine non sono andati a votare? Ho l'impressione che non sia solo legato a questo o quell'aspetto dell'accordo, non fosse altro che questi erano già chiari prima del voto: la questione della giustizia o della rappresentanza politica delle FARC erano già chiari da tempo, chi era contrario ha votato “no” e basta. Il problema è che c'è una parte di quelli che si diceva favorevole ma alla fine si è astenuta. Perchè? Non è legato tanto a cosa c'è scritto nell'accordo quanto al fatto che con quel tipo di accordo la Colombia cambia completamente; perchè da paese assuefatto alla guerra diverrebbe una democrazia compiuta.Iin fondo molta gente si è sorpresa nel pensare che quella era una svolta epocale troopo forte. Si passava dalla vecchia Colombia, abbastanza oligarghica, assuefatta all'avere un'area del suo territorio dove c'era guerriglia o violenza, a una Colombia che si ammoderna e che entra in una nuova era, completamente democratica. È una paura più profonda, che riguarda le FARC ma anche il futuro del Paese. Questo passo in molti non se la sono sentiti di compierlo.

IBTimes Italia: Quanto può avere pesato la scelta di altri gruppi di guerriglieri come l'ELN di non partecipare ai colloqui?

Mario Giro: Quasi niente. L'ELN è considerata abbastanza residuale, noi dobbiamo metterci nei panni dei colombiani: sono molto abituati a vivere con la violenza, a vivere con le guerriglie, l'M19, l'ELN, le FARC e quant'altro, ne hanno avute tantissime. È una situazione che perdura da decenni: quest'ultima fase dal 1964, la fase precedente per altri decenni, la Colombia è un Paese in cui tante generazioni sono nate, vissute e morte vivendo in questo modo. Ho molto sottolineato il pericolo che gli scontenti delle FARC potessero aggregarsi all'ELN in una certa forma, ma non la popolazione: ciò riguarda l'equilibrio interno tra i vari fronti, ci può essere un comandante locale che dice di non accettare l'accordo ad esempio.Invece la questione del referendum concerne veramente un salto di epoca: il NO e l’astensione corrispondono ad una paura generalizzata che hanno un po' i cittadini di tutto il mondo, in quello che è un mondo globalizzato: questo salto nel nuovo, nel completamente nuovo, spaventa. […] Adesso si dice che c'è questo o quell'aspetto dell'accordo, c'è l'ELN... ma queste cose si  sapevano, i negoziati sono durati più di due anni. […] L’esito del referedum porterà  forse a rivedere una o due parti dell'accordo per convincere i sostenitori del “no”, ma io guardo sopratutto a quel 60 per cento che non ha votato. Che è la maggioranza del Paese. […] Un accomodamento politico si trova ma la pace non è solo un accordo politico, la pace è un lungo processo di riconciliazione nel passare da un Paese abituato ad avere un alto tasso di violenza ad un paese a basso tasso di violenza. Per chi è abituato a conviverci è un passaggio epocale.

IBTimes Italia: Sia il governo che le FARC, nelle dichiarazioni post-voto, sembrano comunque tutti intenzionati a procedere ugualmente con l'accordo. Si sono lette però analisi molto discordanti su rischi, o meno, relativamente al riesplodere della violenza nel Paese o comunque di un'insicurezza politica generale. Come potrebbe svilupparsi la situazione nel breve-medio periodo?

Mario Giro: Vedremo prima come va l'incontro tra Uribe e Santos, il nodo politico è tutto lì. L'impressione è che le FARC tengano molto all'accordo elaborato in questi due anni e quindi dipende un po' tutto dall'altra parte.

IBTimes Italia: C'è una posizione più forte in questo momento?

Mario Giro: Certamente è un grosso successo per Uribe, anche inaspettato per lui stesso. Due vecchi uomini del vecchio governo, non dimentichiamo che chi ha condotto la politica militare di Uribe è stato Santos all'epoca della Presidenza del primo, si ritroveranno faccia a faccia.

IBTimes Italia: Nei giorni dopo il voto su diversi giornali colombiani si è letto che questo referendum è stato una vittoria parziale per Uribe, il quale sarebbe un po' geloso del fatto che l'accordo alla fine l'ha presentato l'attuale Presidente Santos e non lui. È d'accordo con questa interpretazione?

Mario Giro: No, non ci credo tanto. Questo riguarda Pastrana che tentò, lo ricordo perché personalmente in alcune fasi partecipai anche io, un accordo precedente che non andò bene. Il fatto che Pastrana, che ha tanto lavorato per la pace, si sia schierato per il “no” era molto paradossale e dipendeva molto probabilmente proprio dalla sua gelosia. Per Uribe non direi che si tratta di gelosia, lui non lo voleva l'accordo: non fa parte della stessa estrazione sociale di Pastrana e di Santos, viene dall'interno del Paese, ha avuto parenti uccisi dalle FARC, è stato vicino ai paramilitari, è tutta un'altra storia quella di Uribe. Secondo me l'accordo lui non lo vuole, lui voleva la resa.

IBTimes Italia: Quale è la soluzione per i sostenitori del “no”?

Mario Giro: Di solito i sostenitori del “no” rispondono: “accoralare la guerriglia”. Conviverci chiudendola in una specie di corral, di recinto, e conviverci fino a quando questi non si arrendono. Ma non è la soluzione. Secondo me la paura è proprio questa, che questa pace provochi un passaggio d'epoca e allora i colombiani e parte delle vecchie élite non si sentono pronti. Ma il vecchio modo di vivere rimanda i problemi.

IBTimes Italia: Ricorda la dissoluzione della ex-Jugoslavia, con le persone che una volta divise comunque si tenevano il fucile in casa.

Mario Giro: La differenza è che c'era uno spirito nazionalista e di secessione che in Colombia non c'è. I sostenitori del “no” sono sopratutto coloro che vivono dove la guerriglia ha fatto meno danni mentre laddove ci sarebbe dovuto essere più rancore hanno votato per il “si”, anche con percentuali sopra il 90 per cento. Questa è un'altra cosa paradossale, tipica di questi fenomeni.

IBTimes Italia: Qual'è stata la visione politica di Santos alla quale bisogna dare merito?

Mario Giro: Ha avuto un enorme coraggio politico perché ha voluto girare pagina e oggi si rende conto che questo è stato molto forte per il Paese. Ma bisogna riconoscergli un coraggio che nessuno ha avuto fino a questo momento e che in ogni caso segna la sua presidenza. Nessuno più di lui ha fatto per la pace e questo la storia lo ricorderà.

Sarà ancora lunga la strada per la pace e sopratutto per la riconciliazione del popolo della Colombia, dilaniato da una guerra che perdura da decenni. Una condizione quasi di sudditanza psicologica alla violenza che ha infuso una forte paura verso il cambiamento, quasi come se la pacificazione rappresentasse un salto nel vuoto per un'intera nazione. Il 60 per cento di astenuti e il minimo margine di scarto tra i favorevoli e i contrari all'accordo sono un dato, molto crudo, sul quale il Paese dovrà interrogarsi profondamente e che la classe dirigente colombiana dovrà tenere in forte considerazione nei prossimi mesi di colloqui e trattative.