Referendum trivelle: guida pratica agli starnazzamenti più comuni

Petrolio
Una piattaforma petrolifera Flickr/snapper (CC-BY)

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Il 17 aprile si voterà per il referendum sulle trivelle. E già qui cominciano i problemi perché non è un referendum sulle trivelle. Questa locuzione si è imposta a livello mediatico per motivi che si possono riassumere con una sola parola: disinformazione. Le trivelle danno subito un'immagine negativa: papere e gabbiani zuppi di petrolio, ad esempio; la distruzione dell'ambiente; il lavoratore col martello pneumatico che comincia a rompere l'asfalto proprio mentre tu vuoi fare il riposino pomeridiano. Un'immagine negativa, appunto, ma falsa. E però non è l'unica.

Entrambe le parti (il sì e il no/astensione) hanno usato figure retoriche e suggerito scenari che in realtà non sono mai stati in discussione, il tutto principalmente per motivi politici, non per interessi ambientali.
Il referendum che si voterà il 17 aprile, in realtà, è solo uno dei sei proposti da alcune regioni italiane sulla questione delle piattaforme petrolifere. Gli altri cinque sono decaduti dopo che il governo aveva accolto le richieste delle regioni che hanno proposto il referendum.

Ne è rimasto solo uno, su una questione marginale e che la politica avrebbe dovuto affrontare con maggiore senno in altra sede, rispetto a quella referendaria, per due ragioni: la prima è che sarebbe stato più efficiente e meno dispendioso (con un referendum verranno spesi centinaia di milioni di euro, mentre i rappresentanti del governo e delle Regioni sono già pagati); la seconda è che lo strumento del referendum ha finito di nuovo per trasformarsi in uno strumento di resa dei conti politica invece che uno strumento di democrazia diretta. Guardando la diffusa disinformazione sull’argomento (sia da parte del sì che da parte del no/astensione), appare molto difficile chiamare democrazia questo “spettacolo” (nel senso peggiore del termine) di campagna elettorale.

Ciò premesso, proviamo a sfatare qualche mito e fare un po’ di chiarezza.

Cose che accadranno A PRESCINDERE dal referendum

Le attività estrattive più lontane dalla costa continueranno come se nulla fosse: il referendum riguarda infatti solo gli impianti entro le 12 miglia dalla costa. Oltre questo limite tutto funzionerà come prima, a prescindere dall'esito del referendum. 

Stesso discorso vale per le trivellazioni sulla terraferma: continueranno qualunque sia l'esito del referendum.

Verranno impedite “nuove” concessioni entro le 12 miglia dalla costa, e questo avverrà a prescindere dal risultato del referendum: come detto sopra, diversi interventi legislativi hanno già impedito nuove trivellazioni entro questo limite.

In alcuni casi è possibile che ci saranno nuove trivellazioni collegate a concessioni approvate diversi decenni or sono (come quella di Vega), e che non sono definite (legalmente) nuove trivellazioni. Anche questo vale a prescindere dal risultato del referendum.

Quindi di che parliamo?

Le concessioni attive entro le 12 miglia marine (e quindi interessate dal referendum) sono 26 (con 48 piattaforme), di cui 9 scadute e le altre con scadenza entro il 2034, e in caso di vittoria del referendum continuerebbero a estrarre fino a scadenza o a esaurimento delle due proroghe (la prima di dieci anni, la seconda di cinque). Se invece vince il no/astensione, continueranno a estrarre fino a esaurimento del giacimento.

Dunque a prescindere dall'esito del referendum, le estrazioni entro le 12 miglia dalla costa continueranno per decenni.

E che estraggono?

Queste concessioni estraggono in grandissima parte gas naturale, e non petrolio. Questa è una delle più grosse disinformazioni che sono state pubblicate dai sostenitori del sì, che hanno usato un messaggio falso per terrorizzare gli elettori (vedi più avanti).

Il gas estratto da 22 concessioni equivale a circa il 27% della produzione nazionale e a circa il 3,2% dei consumi nazionali; il petrolio estratto dalle altre 4 concessioni equivale a circa il 9% della produzione nazionale e lo 0,8% dei consumi. Sembra poco, ma parliamo di dieci giorni-un paio di settimane di consumi energetici annui che dovrebbero essere sostituiti con fonti di energia prese da qualche altra parte. Il tutto in maniera graduale, a partire dal 2017, quindi, insomma, c’è tempo.

Il gas naturale, checché ne dica Marco Bardazzi dell’ENI (lo definisce “pulito”), quando utilizzato come combustibile, emette gas serra, in particolare anidride carbonica. Tuttavia ne emette molto meno del petrolio e, in aggiunta, non emette altri prodotti della combustione nocivi per la salute e l’ambiente come l’ossido di azoto e l’ossido di zolfo, emessi invece da carbone e petrolio. Il metano è di per sé un gas serra, peraltro molto più potente dell’anidride carbonica, ma non viene rilasciato intenzionalmente nell’atmosfera come prodotto della combustione. Il metano "in natura", insomma, inquina quanto gli alberi prima di essere tagliati per il caminetto.

I pinguini! Qualcuno vuole pensare ai pinguini?

Visto che le piattaforme estraggono soprattutto gas naturale, il rischio di fuoriuscita di petrolio e di conseguente inquinamento dei mari equivale a quello di incontrare un pinguino selvatico che passeggia sul litorale adriatico mangiando un gelato al tonno: molto, molto, molto bassa. Chi promuove il sì mostrando persone e animali ricoperti di petrolio sta facendo grave disinformazione.

Bisogna considerare che le fasi più delicate dell'estrazione sono l'inizio e la fine, ovvero quando si installa la piattaforma e quando la si smantella. L’unico incidente registrato sulle coste italiane è quello della piattaforma Paguro del 1965 (in fase di installazione, appunto): a parte la morte di tre persone, l’incidente non provocò molti danni al mare, perché avrebbe dovuto estrarre gas e non petrolio. La piattaforma è oggi un’oasi naturale di interesse comunitario: l’esperimento involontario ha visto una proliferazione di forme di vita nell’area così importante che le autorità hanno permesso di deporre nell’area altro materiale ferroso proveniente da altre piattaforme.

Quanto alla fase di smantellamento, essa è più pericolosa se il giacimento non è esaurito. Ne riparleremo in un articolo che verrà pubblicato sabato 16 aprile, che tratterà il referendum da un punto di vista scientifico.

Il referendum non c'entra NULLA con le rinnovabili

La vittoria del sì non implica una vittoria per le rinnovabili. Si tratta di un non sequitur, ovvero di una fallacia logica: non è automatico che quei giorni perduti di consumi nazionali verranno forniti da sole, vento o altre rinnovabili, anzi, visti gli attuali prezzi dell’energia, è molto probabile che nel breve termine sarà aumentata l’importazione di combustibili fossili (il che potrebbe significare più petroliere nel Mediterraneo, con conseguenti rischi per l’ambiente). Ancora più probabile è che gli impianti vicini al limite delle 12 miglia marine verranno spostati un po’ più in là, oltre questo limite, dove economicamente ragionevole.

Chi crede che un referendum su una questione marginale possa cambiare la realtà dovrebbe ricordarsi cosa è successo con il referendum "acqua bene comune". Niente, per l'appunto.

Parliamo di soldi: questo sì che è interessante

La vittoria del sì implicherebbe lo stop alle proroghe delle concessioni esistenti, proroghe che, attualmente, arrivano fino a esaurimento del giacimento. Questo è abbastanza contrario alle regole del mercato, in base al quale la concessione per lo sfruttamento delle risorse pubbliche (il gas, ma anche le spiagge, per esempio) deve avere un termine, che di solito è di 20 anni, oltre il quale è necessaria una nuova gara per l’assegnazione oppure una proroga stabilita dalla legge. Tuttavia le concessioni non possono essere sine die, senza scadenza.

Per l'estrazione di combustibile parliamo di concessioni che possono essere prorogate una volta di dieci anni e una volta di cinque. Poi basta. Se c'è ancora petrolio o gas, bisognerebbe provvedere ad una nuova assegnazione. Il governo ha invece previsto concessioni all'infinito, il che potrebbe causare alcuni abusi (in pratica poche persone si approprierebbero di ricchezze pubbliche). Il problema si chiama "royalty".

Il referendum non cambierebbe il regime di royalty, ovvero quanto le aziende pagano allo Stato per il petrolio e il gas estratti: attualmente è del 10% sul gas estratto a terra e sul petrolio (ovunque) e del 7% sul gas estratto in mare. In altri Paesi europei il governo raccoglie il 70-80% della ricchezza petrolifera (non solo attraverso le royalty). Inoltre esistono delle franchigie, ovvero le royalty si pagano solo oltre una certa quantità estratta: le franchigie servono per permettere all’estrattore di rifarsi dei costi sostenuti. Il problema è che, essendo le royalty molto basse, il guadagno dell’estrattore diventa piuttosto elevato.

Nel 2015 solo un quinto delle concessioni oggetto del referendum ha corrisposto royalty, che peraltro sono deducibili dalle tasse. È possibile che in diversi casi si estragga il combustibile solo fino a esaurimento della franchigia in modo da non pagare royalty: un prolungamento delle concessioni farebbe il gioco di chi ne approfitta per estrarre senza pagare (il quale comunque continuerà ad estrarre senza pagare fino a scadenza della concessione e non fino al suo esaurimento).

La galera per gli astenuti

Astenersi è una facoltà dell’elettore, piaccia o meno: non si andrà in galera per questo. Al massimo bisognerà sorbirsi gli starnazzamenti di chi ha idee diverse, ma questo avviene quotidianamente, e non è nulla che un buon paio di cuffie, un filtro sui social network e su altri mezzi di comunicazione o al limite un buon avvocato non possa risolvere. Le regole referendarie sono una barzelletta grazie alla quale il no parte avvantaggiato, ma non è questa la sede in cui discuterne.

Un’altra bufala riguarda il fatto che i pubblici ufficiali (come il Presidente del Consiglio, ad esempio, ma anche il presidente della Corte Costituzionale) non possano indurre gli elettori all’astensione: chi ne parla si riferisce alla legge che regola il referendum (la 352 del 1970), che in realtà rimanda a un’altra legge, il Testo Unico delle leggi elettorali, che fra le altre cose prevede che i pubblici ufficiali non possono indurre l’elettore a votare in un certo modo abusando del proprio potere, per esempio promettendo un vantaggio a quell’elettore. Un pubblico ufficiale che invita la gente a votare in un certo modo o a non votare senza abusare del proprio potere non commette un reato. L’articolo è il 98 della legge 361 del 1957.

In conclusione

Come si può notare, si tratta di un referendum che avrà scarsi effetti sia a livello ambientale che a livello di politica energetica, ma che soprattutto non interverrà sulle maggiori storture del sistema, ovvero la questione royalty e franchigie. Per quello servirebbe una politica seria, che voglia affrontare i problemi in quanto tali e non come spunto per una lotta di potere (spesso interna allo stesso partito). Servirebbe, appunto.

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