Referendum in Turchia: Erdogan vince di un soffio, ma l'opposizione denuncia brogli

Erdogan
Il presidente della Turchia Recep Erdogan durante un discorso al palazzo presidenziale. Ankara, Turchia, 16 novembre 2016. Kayhan Ozer/Presidential Palace
Aggiornamento: Il referendum che darà nuovi, enormi poteri al presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan è passato con il 51,4% dei voti. L'opposizione, tuttavia, ha denunciato irregolarità nel voto. Oggetto del contendere sono il 37% dei voti: secondo le opposizioni i certificati elettorali non avrebbero il timbro ufficiale, e molte schede sarebbero state irregolarmente contate come valide. La decisione è stata comunque approvata dal Consiglio Elettorale Supremo, una mossa definita inedita.

Storia originale...

Domenica 16 aprile, 55,3 milioni di cittadini turchi si recheranno alle urne per votare Sì o No alla riforma costituzionale voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan.

In caso di vittoria del Sì il sistema politico della Turchia cambierà radicalmente, legittimando il potere che l’attuale capo dello Stato si è già preso a suon di decisionismo e arresti e trasformando ufficialmente Ankara in una Repubblica presidenziale.

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Ciò che Erdoğan chiede agli elettori è di avallare le 18 modifiche alla carta costituzionale turca proposte dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) e appoggiate dai nazionaliti dell’MHP che tra le altre cose prevedono l’abolizione della figura del primo ministro, l’accentramento nelle mani del presidente della Repubblica di una enorme gamma di poteri e via dicendo.

La domanda,in sostanza, sarà la seguente: volete voi stabilire democraticamente la fine di una democrazia che già oggi non esiste?

Secondo il partito del presidente turco, lo scopo della riforma sarebbe quello di consentire al Paese di avere un Governo stabile, dopo i numerosi traballamenti vissuti negli anni ottanta e novanta, ponendo fine alle coalizioni e alle fragilità che hanno contraddistinto i precedenti esecutivi e consentendo ad Ankara di intervenire in maniera più efficace sui numerosi problemi che affliggono la Turchia, dalle difficoltà economiche agli attentati compiuti (forse) dai ribelli curdi e dagli esponenti dell’ISIS.

Non sono dello stesso parere invece i detrattori che ritengono le modifiche sottoposte a referendum un tentativo di legittimare democraticamente la deriva autoritaria e antidemocratica presa dalla Turchia. Un ossimoro politico vero e proprio che arriva a nove mesi dal fallito e controverso colpo di Stato (avvenuto lo scorso 15 luglio) in seguito al quale sono state poste in stato di fermo oltre 113mila persone.

Prima di entrare nel merito della riforma occorre ripassare un po’ di storia: Recep Tayyip Erdoğan è stato primo ministro della Turchia per 11 anni, dal 2003 al 2014. Poi ha cambiato poltrona, diventando presidente della repubblica, una carica che a livello teorico avrebbe un potere pressoché rappresentativo, ma che a livello pratico negli ultimi due anni si è trasformata in qualcosa di profondamente diverso. I cambiamenti proposti, in caso di vittoria del Sì, consentiranno al capo dello Stato di restare in carica per altri dodici anni, con poteri praticamente assoluti.

La riforma diventerà legge se il 50% più uno degli elettori che si recheranno alle urne deciderà di votare Sì.

Referendum Turchia: cosa prevede la riforma

 

La riforma si divide in 18 articoli che, in caso di approvazione, trasformeranno la Turchia da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale. Come detto in precedenza, a livello teorico oggi il capo dello Stato turco detiene poteri perlopiù formali, anche se Erdoğan è riuscito a conquistare un controllo quasi totale su tutti gli apparati dello Stato, ponendosi de facto alla guida del Governo, della magistratura, della polizia e via dicendo.

 

Nel caso in cui i cambiamenti venissero avallati dal voto referendario, le sue azioni riceverebbero legittimazione ufficiale dandogli la concentrazione più alta di poteri esistente in una Costituzione democratica “di stampo liberale”. Erdoğan diventerebbe presidente dello Stato (nuova definizione), accentrando nelle sue mani potere legislativo ed esecutivo (la figura del primo ministro non esisterà più), potrebbe nominare e “scomunicare” i vice-presidenti e i ministri del Governo, potrebbe sciogliere il Parlamento quando vuole, far approvare le leggi che preferisce tramite decreto, scegliere la maggioranza dei giudici della Corte Suprema e i rettori universitari. L’unico modo per mandarlo a casa sarebbe seguire la strada dell’impeachment che però, nonostante sia previsto, de facto è quasi impossibile da realizzare.

È proprio in virtù di questi cambiamenti che i critici della riforma, parlano di un possibile ritorno dell’impero ottomano a quasi un secondo dalla sua dipartita.

Da sottolineare che la riforma ha già ricevuto l’ok del Parlamento, che ha detto Sì con la maggioranza dei tre quinti dei suoi membri. In base alla legge turca, per evitare il referendum sarebbe stata necessaria l’approvazione da parte della maggioranza dei due terzi. Dato che però il numero non è stato centrato, serve un referendum (seppur con cifre diverse il meccanismo può essere considerato simile a quello italiano).

Lo scorso gennaio hanno votato a favore della riforma il partito conservatore e islamista di Erdoğan (l’AKP) e il partito nazionalista MHP. Hanno invece detto No alcuni dissidenti di quest’ultimo, mentre l’HDP,  la forza politica della minoranza curda, non ha partecipato ai lavori in seguito all’arresto di vari membri, accusati di terrorismo, tra cui figura il leader Selahattin Demirtaş, che continua ad opporsi al sistema presidenziale dal carcere.

Referendum Turchia: la campagna elettorale e i sondaggi

 

Non si può dire che la campagna elettorale tenutasi per questo referendum sia stata tranquilla, pacata e soprattutto libera. Diciamo che solo un fronte ha potuto fare propaganda per la sua causa, quello di Erdoğan ovviamente, l’altro ha dovuto subire violenze, intimidazioni e arresti.

 

La campagna per il Sì invece ha potuto contare sui consensi di televisione, giornali e dello Stato, cercando di fare proseliti nelle principali città, ma anche negli sperduti villaggi dell’Anatolia e nei Paesi europei in cui risiedono milioni di turchi aventi diritto al voto. In base ai calcoli, questi ultimi rappresentano circa il 5% degli elettori, una percentuale che, data l’incertezza del risultato, potrebbe incidere in maniera significativa sull’esito del referendum. In Europa sono stati inviati ministri, esponenti politici, studiosi cui però in Olanda e Germania è stato impedito di fare comizi, un divieto quasi sfociato in vere e proprie crisi diplomatiche e a causa del quale entrambe le due Nazioni sono state accusate dal leader turco di “nazismo” e “fascismo”.

Tornando ad Ankara, Erdoğan ha anche deliziato i propri cittadini con un film agiografico dal titolo “Reis” uscito a marzo nei cinema di tutto il Paese che però, ad oggi, si è rivelato un vero e proprio flop, incassando solo mezzo milione di euro a fronte degli otti spesi per produrlo.

Secondo gli ultimi sondaggi, nonostante la massiccia campagna portata avanti dal presidente, l’esito del voto è ancora molto incerto.  Reuters, che ha effettuato una media tra otto rilevazioni effettuate nell’ultimo mese, dà il Sì in vantaggio con appena il 50,8% dei voti. Una percentuale che rappresenta un grosso calo rispetto a nove mesi fa, quando all’indomani del golpe fallito, il capo dello Stato riuscì ad allargare il proprio consenso.  

A mettere in pericolo il piano di Erdoğan c’è il voto dei curdi, che rappresentano circa un quinto della popolazione, ma anche quello della destra nazionalista. Nonostante i vertici dell’MHP si siano infatti schierati a favore del Sì alla riforma costituzionale la base sembra essere attualmente spaccata in due.

Il 16 aprile, a urne chiuse, sapremo dunque se il presidente turco continuerà a detenere illegittimamente poteri assoluti o se l’opera di propaganda portata avanti dallo Stato avrà funzionato, consentendogli attraverso un voto democratico di porre fine alla democrazia.