Regalare le banche venete a Intesa ci costerà 280 euro a testa, contenti?

Atlante
Una statua del titano Atlante nei Paesi Bassi Deror_avi via Wikimedia Commons

Il conto ai contribuenti italiani è servito. Nel week end dei ballottaggi per le elezioni amministrative il Governo ha emanato in fretta e furia un decreto legge per la liquidazione della Popolare di Vicenza e Veneto banca. Mentre Intesa Sanpaolo ha stanziato un euro per l’acquisto della parte sana delle due banche venete, lo Stato stanzia fino a 17 miliardi di euro per finanziare l’operazione.

Risorse prese dal famoso fondo per le banche creato ad hoc lo scorso Natale dal Governo Gentiloni, 20 miliardi per mettere in sicurezza il sistema bancario. Peccato che considerando i 17 miliardi per le venete e i circa 6 miliardi (su 8,3 miliardi di ricapitalizzazione precauzionale) da spendere per MPS lo scudo governativo abbia già esaurito la sua potenza di fuoco. E se fallisse un’altra banca? E se una banca italiana sistemica avrà bisogno del sostegno pubblico? Ciccia. I 20 miliardi che, secondo il Governo, sarebbero stati sufficienti per tutte le operazioni bancarie in corso, sono stati bruciati in sole due operazioni. Alle altre banche italiane non resta che pregare di non averne bisogno.

Venete: il “salvataggio” lampo

Dell’Odissea delle banche venete, iniziata lo scorso anno e costata diversi miliardi al Fondo Atlante, abbiamo già detto di tutto.

Negli ultimi giorni la situazione è precipitata perché non c’era modo di trovare 1,2 miliardi chiesti dalle autorità europee. Per dare il via libera alla ricapitalizzazione pubblica con soldi dello Stato infatti era necessario iniettare prima oltre un miliardo di capitale privato, ma nessun Cavaliere bianco ha bussato alla porta delle banche venete.

Così venerdì scorso il Meccanismo unico di vigilanza europeo ha riconosciuto l'insolvenza di Veneto banca e della Popolare di Vicenza e considerato che le due venete non sono banche sistemiche europee buttando la palla nel campo della legislazione nazionale. A quel punto le strade erano due: lasciare che si applicasse la risoluzione secondo la normativa europea che prevede il bail-in oppure tentare di aggirare in qualche modo la prima soluzione modificando, per esempio, la liquidazione coatta. 

Il Consiglio dei Ministri ha così approvato in fretta e furia un decreto per creare una cornice normativa all’operazione e fare in modo che gli sportelli delle banche aprissero il lunedì mattina. Senza una soluzione dell’ultim’ora le due banche venete non avrebbero potuto aprire gli sportelli, i depositi e i prestiti sarebbero stati congelati.

Venete: bail-in o liquidazione

In caso di bail-in cioè di risoluzione delle banche secondo la normativa europea il salvataggio sarebbe avvenuto “dall’interno”. Azionisti, obbligazionisti non privilegiati, obbligazionisti privilegiati e depositanti sopra ai 100mila euro avrebbero partecipato alle perdite con almeno l’8% delle passività delle banche.

Per evitare il bail-in il Governo si è accollato il costo del salvataggio. Con il decreto “Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca” ha di fatto accettato l’unica offerta per le venete arrivata da Intesa Sanpaolo assecondando però ogni richiesta del Salvatore. In questo modo saranno coinvolti gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati, mentre obbligazionisti privilegiati e depositanti avranno le spalle coperte dal Governo. Il conto però è parecchio salato.

Intesa spende un euro, noi 17 miliardi

Le banche venete passano a Intesa Sanpaolo che le acquisisce al prezzo simbolico di un euro. Come accaduto per le quattro banche del territorio nel novembre 2015, Veneto banca e la Popolare di Vicenza saranno spacchettate: la parte sana degli asset andrà sotto Intesa Sanpaolo che prevede il taglio del 40% del personale e del 60% delle filiali, mentre la parte cattiva, la Bad bank andrà a carico dello Stato, cioè di tutti noi contribuenti.

L’articolo 4 del decreto governativo prevede l’intervento dello Stato e le risorse stanziate. I 5 miliardi di cui scrivono i giornali sono soltanto una parte dei soldi che le casse pubbliche pagheranno per l’operazione sulle venete. Lo Stato dà subito a Intesa Sanpaolo una cifra tra i 5,3 miliardi e i 6,3 miliardi a “copertura dello sbilancio di cessione”, cioè per proteggere la solidità patrimoniale di Intesa Sanpaolo dai contraccolpi dell’operazione.

A questo si aggiungono:

- 4 miliardi di garanzie per gli “obblighi di riacquisto crediti”;

- fino a 3,5 miliardi di “supporto  finanziario  al  cessionario  di  cui  a  fronte  del  fabbisogno  di  capitale   generato dall'operazione di cessione”;

- fino a 1,5 miliardi per “l’adempimento degli obblighi a carico del soggetto in liquidazione derivanti da impegni, dichiarazioni e garanzie concesse” e altri 491 milioni di accantonamenti per eventuali contenziosi.

- fino a 1,285 miliardi di “risorse  a  sostegno  di  misure  di  ristrutturazione  aziendale”, cioè per chiudere filiali e mandare a casa dipendenti.

Morale della favola, portare le venete alle nozze con Intesa Sanpaolo potrà costare (e state certi che costerà il massimo consentito) fino a 17 miliardi di euro.

Addio al fondo per le banche

Si esaurisce così lo stanziamento disponibile per il sistema bancario italiano. A dicembre quando è saltata la soluzione “di mercato” per MPS il Governo Gentiloni ha approvato uno scudo da 20 miliardi che, a suo avviso, sarebbe stato sufficiente a mettere in sicurezza tutte le banche nella tempesta.

L’operazione sulle venete però arriverà a pesare sulla cassa comune per 17 miliardi di euro e in settimana è atteso il via libera europea al salvataggio di MPS: ricapitalizzazione precauzionale di 8,3 miliardi di cui circa 6 dello Stato.

Quei 20 miliardi non sono stati trovati sotto un albero. Sono 20 miliardi di debito pubblico, 20 miliardi di debito aggiuntivo che va sulle nostre spalle che prima o poi dovremo pagare. Un fardello con il quale, lo sappiamo bene, l'Italia non può scherzare molto. Fortunate MPS, Veneto banca e Popolare di Vicenza che hanno potuto attingere dal fondo pubblico, le prossime banche sull’orlo del default non avranno la stessa fortuna.