Regno Unito: frena l'economia e sale la disoccupazione. Iniziano i dolori economici della Brexit

Brexit
Due attivisti contro la Brexit si baciano. REUTERS/Hannibal Hanschke

La Brexit non sta certamente dando i risultati sperati da coloro che l’hanno votata. A poco meno di un anno dal referendum che ha decretato l’uscita del Regno Unito dell’UE il Paese è sempre più in alto mare.

I negoziati appena iniziati stanno già mostrando notevoli criticità: le distanze tra Regno Unito e negoziatori UE sono abissali ed è sempre più alto il rischio che qualcuno lasci il tavolo delle trattative imboccando la strada dall’Hard Brexit. Tra meno di due anni scadrà il termine per i negoziati e senza un accordo che regoli i nuovi rapporti tra UE e UK il Paese sarà fuori dall’Unione e dal mercato unico europeo.

Dal punto di vista economico, l’incertezza generata dalla Brexit sta iniziando a farsi sentire in termini di aumento della disoccupazione, calo del potere d’acquisto delle famiglie, rallentamento dell’economia e stallo dei salari. A questo si aggiunge il cosiddetto Brexit Bill, cioè il conto che il Regno Unito dovrà pagare prima di varcare la soglia dell’UE.

I famosi risparmi e la spinta all’economia di cui parlava la campagna elettorale a favore della Brexit, almeno per il momento, hanno lasciato il posto all’incertezza e ai danni economici. Il sogno della Brexit rischia sempre più di trasformarsi in un incubo per i britannici che si sono fatti convincere da una propaganda che parlava alla pancia dei cittadini, ma che non si basava su scenari attendibili.

La vicenda inglese potrebbe essere un bel deterrente per tutti coloro che negli altri Paesi europei invocano l’uscita dall’Unione o dall’euro promettendo occupazione e ripresa facile. Andando avanti di questo passo anziché il primo passo verso la disintegrazione dell’Unione, la Brexit potrebbe rivelarsi un punto di partenza per il consolidamento dell’UE. Purtroppo a spese del Regno Unito.

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Brexit: aumento disoccupazione, calo dei salari


Secondo un rapporto economico ripreso dal The Guardian i britannici devono prepararsi ad un aumento della disoccupazione e alla riduzione della retribuzione reale. Secondo il gruppo EY Item, le incertezze della Brexit iniziano a farsi sentire concretamente segnando la fine della rapida crescita dell’occupazione che ha segnato l’economia inglese negli ultimi anni. Il tasso di disoccupazione aumenterà dal 4,7% del 2017 al 5,4% nel 2018 e al 5,8% nel 2019.

Non soltanto ci sarà meno lavoro, ma sarà anche meno pagato. Le imprese infatti prevedono di dare ai propri dipendenti un aumento salariale dell’1% nei prossimi 12 mesi, a fronte di un tasso di inflazione pari al 2,3%.

In termini di potere d’acquisto reale quindi i lavoratori britannici saranno più poveri e si potrebbero avere conseguenze negative sui consumi e di conseguenza sull’intera economia. E’ una catena criticità che si auto-alimentano.

Dal 23 giugno scorso, giorno del referendum per la Brexit, l’inflazione è in costante aumento: il valore della sterlina cala rendendo più costosi i beni che il Regno Unito importa dall’estero e alla fine dei conti questi rincari si fanno sentire sul prezzo finale al consumatore.

La frenata dell’economia è stata di recente confermata anche dal governatore della Banca d’Inghilterra, il canadese Mark Carney. Ora che l’incremento dell’inflazione ha iniziato a colpire il potere d’acquisto della popolazione il rallentamento dei consumi è sempre più evidente e tutti i timori sulla tenuta dell’economia, sbocciati all’indomani dal referendum stanno diventando realtà.

In sostanza quindi le incertezze generate dalla Brexit stanno avendo un effetto a catena su tutta l’economia britannica comportando il blocco dei salari, il calo del potere d’acquisto dei cittadini e l’aumento della disoccupazione. Secondo gli esperti, almeno nel breve-medio periodo, l’impatto della Brexit sull’economia del Regno Unito sarà soltanto dannosa provocando tutto il contrario di quanto promesso dai fautori del divorzio dall’UE.

Brexit: i negoziati partono in salita


I negoziati per la Brexit sono appena iniziati: le tappe sono tante e parecchio in salita. Come abbiamo già spiegato, i negoziatori UE e del Regno Unito non sono d’accordo nemmeno sulle regole del gioco e su molti temi cruciali dei trattati europei le parti sono su posizioni inconciliabili.

Tra gli argomenti più scottanti c’è il conto che il Regno Unito dovrà pagare per uscire dall’UE. Nei giorni scorsi un’intervista del ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, ha alzato un polverone sul Brexit Bill e aumentato le tensioni tra le parti in causa.

Secondo i calcoli fatti dal quotidiano inglese Financial Times, il Regno Unito dovrà pagare qualcosa come 100 miliardi di euro per uscire dalla porta principale dell’UE. Johnson ha subito parlato di cifre “assurde” minacciando di lasciare il tavolo delle trattative senza pagare niente. In quel caso il Regno Unito uscirebbe dall’UE passando per la porta di servizio senza aver firmato alcun accordo in grado di regolare i nuovi rapporti con gli altri Paesi dell’Unione e senza un posto nel mercato unico europeo.

Come in tutti i divorzi che si rispettino il tema economico è sempre quello più spinoso. Bruxelles pretende che il Regno Unito onori gli impegni economici presi nei confronti dell’UE partecipando al bilancio europeo, mentre il governo britannico sostiene di non dover pagare niente. Anzi Johnson, uno dei principali artefici della campagna pro-Brexit, ha rincarato la dose sostenendo che alla fine è l'UE che rischia di dover aprire il portafoglio e pagare il Regno Unito.

Insomma i negoziati sembrano già essere finiti in un vicolo cieco, mentre l’economia inglese inizia a dare i primi segnali di sofferenza a causa della Brexit. Criticità che dovrebbero arrivare forti e chiare alle orecchie di coloro che promettono miracoli economici con l'uscita dall'Unione o dall'euro.