Regno Unito: perché Theresa May ha deciso di indire elezioni anticipate per l'8 giugno?

La decisione del primo ministro del Regno Unito Theresa May di indire elezioni anticipate per il prossimo 8 giugno arriva a sorpresa, ma non in maniera inaspettata. Era da tempo che si prospettava questa soluzione (per noi era quella più "interessante") per fare in modo che il governo di Londra arrivasse ad un appuntamento con la storia fondamentale come la Brexit con il più forte mandato possibile.

Ci sono però altre motivazioni dietro a questa decisione, che rappresenta per May una delle poche soluzioni per uscire dall’angolo in cui si trova senza farsi troppo male, e anzi, rinvigorendosi.

Ma vediamo, con ordine, di capirci qualcosa.

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Quando sono state indette le elezioni anticipate?

 

In realtà non sono ancora state indette. Il Primo Ministro ha annunciato la sua intenzione di sciogliere il Parlamento prima della sua scadenza naturale (maggio 2020), tuttavia questo non è ancora avvenuto e non può avvenire, per il momento.

 

Il motivo si trova nel Fixed-Term Parliament Act che stabilisce che il Parlamento è dissolto automaticamente ogni cinque anni. Tuttavia la stessa legge prevede uno scioglimento anticipato della Camera dei Comuni in due casi: il primo, come avviene in altre democrazie parlamentari, come l’Italia, prevede lo scioglimento della Camera elettiva se viene approvata una mozione di sfiducia contro il governo e non si riesce a formarne un altro che lo sostituisca. Non è questo il caso: May non vuole certo farsi sfiduciare per andare al voto.

Il secondo caso è quello che ci interessa: se i due terzi dei membri approvano una mozione di scioglimento possono essere indette elezioni anticipate, o snap elections.

Theresa May ha annunciato che presenterà una mozione in tal senso nella giornata di domani mercoledì 19 aprile in modo da poter sciogliere la Camera entro metà maggio e indire elezioni il successivo 8 giugno (che è un giovedì, come al solito).

Esiste una maggioranza parlamentare che approvi la mozione?

 

La maggioranza dei due terzi serve a non dare troppo potere al partito di maggioranza, che potrebbe altrimenti sciogliere il Parlamento con troppa discrezionalità.

 

Per sciogliere la Camera sono quindi necessari almeno 433 voti e di conseguenza è necessario ottenere l'appoggio di almeno una parte del partito laburista, che conta 229 deputati. Il Partito Conservatore non è in grado di sciogliere la camera da solo, avendo soltanto poco più della metà dei parlamentari (il 50,7%, per la precisione, ovvero 330 voti su 650): gli altri partiti arrivano a 91, arrivando al più a 421 voti. L’appoggio dei laburisti, o almeno di una loro parte, è fondamentale.

Per assicurarsi questo appoggio Theresa May, annunciando la sua volontà di elezioni anticipate, ha lanciato il guanto di sfida alle opposizioni, in particolare al partito laburista. Il segretario del partito laburista Jeremy Corbyn ha immediatamente raccolto tale guanto, affermando che il suo partito non ha paura delle elezioni e che quindi appoggerà la mozione di scioglimento, assicurandone così l'approvazione.

Perché sono tutti ansiosi di andare ad elezioni?

 

Ogni partito ha le sue ragioni, ma una vale probabilmente per tutti.

 

Dopo il referendum sulla Brexit del giugno 2016, l'ambiente è profondamente cambiato, ed anche il Parlamento dovrebbe adeguarsi a questa nuova normalità.

Nel 2015, infatti, la Brexit era ritenuta ancora lontanissima, e il referendum a riguardo era solo una promessa che l'ex primo ministro David Cameron aveva fatto per vincere le elezioni, fermando la crescita del principale partito favorevole alla Brexit, ovvero l’UKIP.

All'epoca si riteneva che l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea fosse un'eventualità poco probabile, anche perché una volta confermatosi al 10 di Downing Street, David Cameron negoziò ho un nuovo accordo con l'Unione Europea ancora più favorevole del precedente. Eppure la Brexit vinse lo stesso, relativamente a sorpresa.

Per questa ragione, chi nel 2015 entrò a Westminster, lo fece con un Regno Unito saldamente all'interno dell’UE: oggi le cose sono cambiate, ma molti deputati, anche conservatori, sono ancora a favore della permanenza del Regno nell'Unione europea.

Già oggi Theresa May, a causa di una maggioranza risicata, sta subendo questi malumori, che rischiano di impantanare la strategia del governo, in particolare per quanto riguarda il Great Repeal Act (che a dispetto del nome, non farà altro che integrare la legislazione europea all'interno di quella del Regno Unito) e la questione dell’immigrazione, sulla quale il governo ha già dovuto subire l’opposizione dei Lord.

In sintesi, la posizione negoziale di Londra nei confronti di Bruxelles è già debolissima su tutti i fronti (come ben sappiamo).

Indire le elezioni anticipate permetterà a May di avere una maggioranza molto più ampia, di rinnovare il mandato parlamentare dei deputati a fronte della necessità di affrontare un evento traumatico come l'uscita dall'Unione Europea e quindi di ottenere condizioni migliori nelle trattative, non dovendo disperdere le energie sul fronte interno.

La vittoria dei conservatori è già così certa?

 

Quando si tratta di elezioni non si può dire che ci sia qualcosa di certo, però attualmente i sondaggi sono particolarmente chiari. Il Partito Conservatore dovrebbe guadagnare una settantina di seggi parlamentari, portandosi intorno a quota 400.

 

Questa è un’altra delle motivazioni che ha spinto May a rompere gli indugi: il Partito Laburista, tradizionale avversario dei Tory, è in caduta libera nei sondaggi a causa di un leader forte internamente, ma troppo estremista per riuscire a raccogliere un consenso più ampio nella popolazione la sua interezza. Aspettare troppo per andare alle urne significherebbe rischiare che ci sia un cambio di leadership fra i laburisti e quindi rischiare di erodere il vantaggio attualmente mostrato dai sondaggi. Il Labour dovrebbe perdere circa settanta voti e fermarsi fra i 150 e i 166 seggi.

Ci dovrebbero essere poche variazioni fra gli altri partiti virgola con i liberaldemocratici che dovrebbero riuscire a guadagnare 3 seggi in Parlamento, portandosi a 11. Dovrebbe invece sparire la presenza dell’UKIP: il partito che fu di Nigel Farage è in forte difficoltà avendo raggiunto ormai il suo scopo esistenziale, e il suo unico deputato, peraltro un fuoriuscito dal Partito Conservatore, ha abbandonato il partito a marzo 2017.

Stando così le cose, una vittoria schiacciante di May è molto, molto probabile, e questo permetterebbe al governo di rafforzare la sua posizione nei negoziati con l’Unione Europea.

Cosa può andare storto?

 

Il rischio principale, per May, è che le elezioni si trasformino in un secondo referendum sulla Brexit, e che molti deputati, anche fra i conservatori, scelgano di presentarsi morbidi sulla questione ai propri elettori. Nel Regno Unito, infatti, i deputati sono molto dipendenti dalla propria circoscrizione, e potrebbero ricevere un mandato elettorale che preveda di fermare la Brexit, mandato che non potrebbero smentire senza temere ripercussioni in future elezioni.

 

Si tratta, comunque, di un’eventualità abbastanza remota: la Brexit è stata ormai assorbita come concetto, e i tabloid continuano a essere particolarmente incendiari a riguardo, spingendo che si vada avanti sulla strada tracciata lo scorso giugno senza indugi.

Più sfumata è invece la questione soft Brexit/hard Brexit: i laburisti, particolarmente spaccati al loro interno sulla questione fra chi (specialmente gli operai) vuole uscire dalla UE e chi (soprattutto giovani e istruiti) vogliono rimanere allineati a Bruxelles, potrebbero trovare forza se riuscissero a unirsi sotto il cartello della soft Brexit.

Se dovesse emergere una tendenza più generale che porti i sostenitori della linea dura in minoranza, la posizione di May potrebbe risultare più debole del previsto. Per quanto non sembri in discussione la sua permanenza a Downing Street, c’è una (non troppo grande) possibilità che il governo debba rivedere i suoi piani riguardo la Brexit.

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