Renzi apre la campagna per le primarie del PD: qualche suggerimento non richiesto di politica economica

Renzi
Matteo Renzi REUTERS/Remo Casilli

Non dalla Leopolda, ma dal Lingotto: la campagna elettorale di Matteo Renzi per le primarie del PD parte da Torino anziché da Firenze. È già partito l’evento di tre giorni all’ex fabbrica torinese, la rampa di lancio per riportare l’ex segretario (ed ex premier) alla guida del PD. Le primarie sono fissate per il 30 aprile, ma Renzi non vuole perdere tempo, il terreno da recuperare dopo la batosta del referendum elettorale è notevole e la faccenda è complicata ancora di più dall’inchiesta Consip che coinvolge anche il babbo Tiziano.

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Chissà se negli interventi di Torino Renzi presenterà già il suo programma da segretario del PD elencando la lista della spesa delle cose da fare. In tre anni di Governo di cose ne ha fatte tante, anche se dal punto di vista economico, i risultati hanno lasciato a desiderare. Chissà se il nuovo Renzi vorrà mettere da parte i bonus e le misure spot per passare ad interventi strutturali per rilanciare l’economia e il mercato del lavoro. Ecco qualche suggerimento non richiesto (per Renzi, certo, ma anche per tutte le altre formazioni politiche che vogliano effettivamente fare qualcosa di buono per il Paese).

80 euro e Jobs act

Il primo consiglio è di rimettere in discussione due bandiere del renzismo: gli 80 euro e il Jobs act, almeno in alcune parti.

Per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro, l’abolizione di forme contrattuali e l’introduzione del contratto a tutele crescenti, l’abolizione dell’articolo 18 e gli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni sono state un mix esplosivo che ha contribuito ad aumentare la precarietà del lavoro, senza migliorarne le condizioni.

Soldi buttati e pochi risultati sono arrivati anche dall’introduzione del bonus IRPEF di 80 euro. I consumi non sono ripartiti come promesso, ma intanto l’Italia sta spendendo oltre 6 miliardi l’anno per finanziare il bonus; soldi che potrebbero essere utilizzati altrove, meglio.

Cuneo fiscale e assunzioni

Uno dei modi migliori per utilizzare le risorse attualmente buttate nel bonus di 80 euro sarebbe tagliare il cuneo fiscale. La priorità del prossimo segretario del PD e presidente del Consiglio deve essere il taglio del costo del lavoro, che resta tra i più alti d’Europa e disincentiva le assunzioni.

Il mercato del lavoro, in coma profondo dopo 7 anni di crisi economica e migliaia di posti di lavoro andati in fumo, non può ripartire con sgravi fiscali a tempo. Serve un taglio serio e strutturale del costo del lavoro. Per il taglio triennale dei contributi sui nuovi contratti abbiamo speso quasi 12 miliardi di euro e la curva dei costi è destinata a salire. Il prossimo anno scadono i tre anni: ciò significa che il costo del lavoro per le aziende che hanno assunto con gli incentivi si impennerà all’improvviso e i datori di lavoro saranno tentati di licenziare (cosa che con il contratto a tutele crescenti è facile ed economico).

Quindi la prima cosa da fare sarebbe smettere di spendere soldi in misure inutili e concentrare tutte le risorse per rendere sostenibili i contratti di lavoro, tagliando il cuneo fiscale in modo strutturale.

Ma se l’ex segretario proprio non ce la facesse a fare a meno di un bonus questo dovrebbe almeno essere mirato e circoscritto. Come abbiamo spiegato parlando della FCA e dell’addio della Panda all’Italia è necessario che chi guida questo Paese si faccia un’idea sulla politica industriale da fare per non farsi travolgere dal progresso.

Per contrastare la delocalizzazione selvaggia le strade sono due: tagliare il cuneo fiscale (si torna sempre lì) e investire su competenze e tecnologie che permettano la realizzazione di prodotti ad alto valore aggiunto. Quel qualcosa che operai-schiavi a bassissimo costo in un capannone cinese non possono realizzare.

Solo puntando su questo si salvano aziende e posti di lavoro in Italia. I bonus sulle assunzioni quindi dovrebbero andare in questa direzione e aggiungersi ai 13 miliardi di finanziamenti messi sugli investimenti in Industria 4.0. In questo caso il lavoratore formato e assunto per far parte della quarta rivoluzione industriale difficilmente verrà licenziato, cosa che invece è all’ordine del giorno per lavori a basso valore aggiunto per i quali spesso un dipendente vale l’altro (e allora i datori assumono quelli che costano meno).

Povertà e forme di tutela

Altro tasto dolente della politica economica del Paese è la lotta alla povertà e le forme di welfare. I problemi da risolvere sono due: in Italia ci sono mille forme diverse di tutela che si confondo e sovrappongono in una giungla di sprechi e ruberie; una buona fascia di popolazione in difficoltà non ha alcun sostegno.

Cassa integrazione straordinaria, cassa integrazione guadagni, NASPI, ASPI, Dis-coll, sostegno per l’inclusione attiva, misure varie per la famiglie e la natalità, solo per citarne alcuni. Sarebbe l’ora di ripensare e rimodulare le forme di sostegno cercando di concentrare le forme e le risorse economiche sulle fasce più deboli della popolazione e incentivare la formazione e la ricerca del lavoro per i disoccupati.

È notizia di questi giorni l’ennesimo piano povertà: due spiccioli che andranno soltanto ad una piccole parte di famiglie in difficoltà, una goccia nell’oceano della povertà italiana. Serve una visione globale degli aiuti, una visione di sistema in grado di scovare chi truffa lo Stato, aiutare le famiglie in difficoltà e riportare disoccupati nel mondo del lavoro.

Evasione e privilegi

Per fare le poche cose elencate sopra servono risorse che possono essere reperite in primis smettendo di finanziare misure inutili, ma non basta. Serve, ma questo si dice da anni e resta sempre nel libro dei sogni, una seria lotta all’evasione fiscale che non vada (solo) a scovare il commerciante che non fa uno scontrino, ma soprattutto i grandi evasori, quelli che risultano nullatenenti, ma girano in Ferrari e barca a vela.

Sarebbe anche l’ora di fare quella famosa spending review per la quale sono stati nominati e poi rottamati diversi commissari. Quelli che hanno presentato decine di pagine di dossier con sprechi e spese inutili da tagliare e, in tutta risposta, sono stati accompagnati alla porta. I vari commissari alla spesa hanno individuato tagli per diverse decine di miliardi, che non sono noccioline.

Qui ovviamente il nodo è tutto politico: la lotta agli sprechi e ai privilegi pone una pesante ipoteca su una buona fetta di elettorato, quella più potente e influente. Probabilmente nei sogni degli elettori del PD e (di tutti gli altri partiti) c’è un segretario intenzionato a fare le cose giuste e non quelle elettoralmente convenienti. E chissà se al Lingotto Renzi prometterà di realizzare i sogni dei suoi elettori.