Riforma Madia: drastica riduzione delle partecipate, ma non per tutte. Ecco le "salvate" dal governo Renzi

Renzi Madia
Matteo Renzi e Marianna Madia REUTERS/Remo Casilli

Tira una brutta aria per le società partecipate: le scatole vuote, le società inutili o inattive saranno eliminate. La riforma della pubblica amministrazione targata Madia prevede una drastica riduzione delle società partecipate dalle circa 8mila attuali a circa 1.000. Ma non tutte le società a partecipazione pubblica cadranno sotto la scure dei decreti a firma Madia. Una quarantina di società partecipate, i veri e propri carrozzoni della politica ingorda non saranno toccati dalla riforma almeno per il primo anno, poi si vedrà.

Iniziano a vedere la luce i decreti legislativi attuativi della legge 7 agosto 2015 numero 124: la legge di delega fiscale per la riorganizzazione delle società pubbliche. Tra gli 11 decreti usciti dall’ultimo consiglio dei Ministri uno in particolare riguarda le società partecipate dallo Stato. Il decreto attuativo è fatto principalmente di tre punti. In primis cambiano, finalmente, i criteri per la creazione di nuove società partecipate dagli enti pubblici. Un ente pubblico, come per esempio, un Comune che intende creare una nuova partecipata per perseguire “le proprie finalità istituzionali” dovrà intanto spiegare le finalità, appunto, della nuova società, aprire una consultazione pubblica e inviare gli atti alla Corte dei Conti e all’Antitrust. Ricevuto l’ok, l’atto deliberativo passa al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero competente che se reputano necessaria la creazione della società la propongono al Governo. Insomma, la nuova partecipata potrà nascere soltanto su decreto della Presidenza del Consiglio.  

Secondo punto: si prevede la drastica riduzione delle società partecipate inutili. Le scatole vuote, le società inattive, le micro e quelle che non producono servizi utili alla collettività. La mannaia del governo si abbatte su un carrozzone di oltre 8mila società partecipate pubbliche, alcune delle quali senza dipendenti o con un numero di manager super pagati che supera di gran lunga il numero degli impiegati. Nel giro di un anno si dovrebbe passare dal numero attuale a non più di mille partecipate in tutta Italia. La riduzione, in particolare, intende eliminare le società in perdita, quelle che negli ultimi 5 anni di bilanci hanno registrato quattro bilanci in rosso; e quelle inutili per la collettività e che non generano profitti. Terzo punto: sono introdotti interventi di “moralizzazione” sui compensi di manager e amministratori delle partecipate che non potranno superare la soglia dei 240mila euro all’anno di stipendio.

Leggere il testo del decreto sarà stata una bella doccia fredda per gli amministratori delle partecipate che rischiano di vedersi tagliare lo stipendio entro il tetto indicato o di dover chiudere la società perchè perennemente in perdita, un buco nero che risucchia da anni i soldi dei cittadini italiani. Ma sempre alcuni di questi amministratori hanno potuto tirare un sospiro di sollievo quando sono arrivati a leggere l’allegato A del decreto, l’appendice che elenca le società che il governo ha deciso di esentare dalla mannaia a firma Madia.

società partecipate salve società partecipate salve  riforma/Pa In pratica, circa una quarantina di società partecipate, i carrozzoni più pesanti e costosi, sono al sicuro indipendentemente dalla loro utilità o bilancio. Tra le società “salvate” dal governo ci sono la società Expo 2015 Spa e ArExpo: la prima gestita da Giuseppe Sala, il candidato del PD a sindaco di Milano, che ancora non ha pubblicato il bilancio definitivo dell’esposizione universale e la seconda la società nata per acquisire le aree del sito espositivo e gestire lo sviluppo urbanistico dell'area.

Presente nella lista anche il Gruppo Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti che dispensa miliardi di finanziamenti pubblici soprattutto a startup e aziende innovative e che naviga in un profondo rosso da anni. Sono comprese anche tutte le sue controllate: Infratel Italia (che realizza i piani per la banda larga e ultra larga del Governo), Italia Turismo, Invitalia ventures, Invitalia Attività Produttive e Invitalia partecipazioni.

Insieme alla sua capigruppo si salvano anche tutte le aziende del gruppo Eur. Tra queste Eur Spa che ha sfiorato il collasso per l’eccessiva spesa per realizzare la Nuvola di Fuksas, con le anche Roma Convention Group Spa, Aquadrome Srl, Eur Tel Srl, e infine, Marco Polo Spa, che è già in liquidazione.

Con il gruppo GSE (che eroga incentivi economici per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili) si salvano altre tre società: Acquirente unico, Gestore dei mercati energetici e Ricerca sul sistema energetico, tutte società che operano nel settore dell’energia rinnovabile. Infine, con il gruppo ANAS recentemente al centro delle cronache giudiziarie per presunte tangenti si salvano altre 16 società, tre delle quali in liquidazione; tra queste la Spa Stretto di Messina nata per realizzare il famoso ponte.

Dormono sonni tranquilli anche Invimit la società che gestisce gli investimenti immobiliari del Ministero del Tesoro e che non naviga in acque tranquille a causa della condizione del mercato immobiliare; Coni servizi, l’Istituto poligrafico e zecca dello Stato; Sogin l’azienda di smaltimento rifiuti nucleari; l’azienda dell’information technology Sogei, Consap la concessionaria di servizi assicurativi; Consip la società per gli acquisti da parte della pubblica amministrazione.

Infine, il governo Renzi ha pensato bene di mettere al sicuro dalle nuove norme anche le aziende che hanno recentemente fatto il loro debutto in Borsa o che hanno intenzione di farlo entro i prossimi 18 mesi. Tra queste Ferrovie dello Stato, Fincantieri e Poste Italiane i cui manager guadagnano molto più di quanto previsto dalla riforma Madia.

Insomma, l’intento della riforma, per quanto condivisibile è irrimediabilmente annacquato dalla lunga lista di aziende che non ricadono sotto le nuove regole. L’impressione è che si voglia dare ai cittadini la tanto promessa riforma che taglia le società partecipate, ma che si tengano ben al sicuro i carrozzoni più costosi e con legami più stretti con la classe politica.