Riforme, la distanza tra le parole di Mattarella e i fatti del governo

di 31.07.2015 10:06 CEST
Sergio Mattarella
Il Presidente della Repubblica ha giurato davanti al Parlamento Reuters

"Mi auguro che il percorso di riforme in itinere vada in porto dopo decenni di tentativi non riusciti. Non entro nel merito delle scelte, che appartengono solo al Parlamento, ma mi auguro che il processo vada in porto. E' uno dei punti nevralgici di questa legislatura". Così giovedì il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto alla Cerimonia del Ventaglio, tracciando una certa continuita con il suo predecessore, Giorgio Napolitano.

Insomma, quel meraviglioso silenzio di cui scrivevamo sulle pagine di IBTimes lo scorso aprile, non c'è più. Sostituito prima da un silenzio assordante, e oggi da un vero e proprio fiume di parole. Forse non moniti in stile Napolitano, ma comunque una volata favorevole a Palazzo Chigi.

Ma c'è di più. Nel suo discorso Mattarella ha sottolineato la doppia finalità delle riforme: "l'efficienza del sistema, la partecipazione e l'accrescimento del processo democratico". Ed è qui che le parole del presidente della Repubblica si scontrano con la realtà.

In merito alla partecipazione, per esempio, non può che tornare alla mente l'iter travagliato della ribattezzata Buona Scuola. Una riforma su cui era stata promessa la più ampia partecipazione, anche fuori dai Palazzi della politica. Peccato che la stessa sia divenuta legge mentre dal governo si tappavano le orecchie per non sentire le voci del dissenso dentro e oltre il Parlamento, tra nodo assunzioni e presidi-manager. Il tutto, condito dalla fiducia al Senato, una pratica, anch'essa, poco incline alla partecipazione.

Tornando al presidente della Repubblica, tra le varie dichiarazioni ne spicca un'altra: "Il parametro del comportamento del presidente della Repubblica deve essere solo la Costituzione e le sue regole". Parole certamente encomiabili, e che dovrebbero essere il leitmotiv di ogni inquilino del Colle.

Spiace quindi ricordare che un'altra riforma simbolo del governo di Matteo Renzi, la legge elettorale, stride con il discorso di Mattarella. La riforma in questione, per gli amici Italicum, è stata approvata infatti a colpi di fiducia in barba all'articolo 72 della Costituzione, che prescrive, per leggi di materia costituzionale ed elettorale, "la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera". Senza dimenticare, inoltre, che allo stato attuale l'Italicum è solo una riforma a metà, che rischia tra l'altro di vedersi portare alla sbarra della Consulta, come già avvenuto nel caso del Porcellum.

Infine, sempre alla Cerimonia del Ventaglio, Mattarella ha sottolineato: "Non si può pensare che il presidente della Repubblica possa bloccare scelte politiche che competono a Governo o Parlamento. Il presidente non dispone di un potere di veto, può solo chiedere al Parlamento un riesame e soltanto quando risconti un chiaro contrasto con la Costituzione". Anche in questo caso, niente da ridire sul contenuto: il PDR non ha alcun diritto di stralciare le leggi che gli vengono sottoposte e, in caso di rinvio alle Camere, al secondo passaggio la firma, e quindi la promulgazione, sono obbligatorie.

Tuttavia, quando parla di "chiaro contrasto con la Costituzione", non può non riemergere l'Italicum. Non tanto per ciò che contiene, quanto piuttosto, come già detto, per l'iter di approvazione finale, passato sotto la questione di fiducia in violazione della Carta Costituzionale. Ma nonostante tutto, dal Colle le firme sulla legge elettorale sono arrivate senza alcun intoppo.

Viva le riforme, quindi. Poco importa cosa contengano nel merito, se sono frutto di un'ampia partecipazione o come ci si arrivi: l'importante, citando un imperativo del Renzi rottamatore e della Ditta 2.0, è fare.