The Ring 3: recensione del film horror. Non era meglio rimanere alla Videocassetta?

di @LucaMarra 16.03.2017 18:24 CET
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The Ring 3: Matilda Lutz è Julia. Universal Pictures

The Ring 3: in uscita in Italia da oggi 16 marzo 2017 il terzo capitolo del filone americano di The Ring, l’horror nato dal romanzo di Koji Suzuki negli anni Novanta e che portò spavento e incassi nel 2002 quando a farne un remake del film giapponese Ring, di Hideo Nakata, fu Gore Verbinski in una versione divenuta ormai celebre con Naomi Watts. Popolare come l’ormai la frase, magari sibilata con tono spettrale, “Sette giorni” che annunciava la data di morte a chiunque vedesse la videocassetta VHS letale, quella col terrificante e criptico filmato originato da Samara ( Sadako nell’originale) la ragazzina demoniaca con i capelli che le oscuravano il volto e con movenze alla Regan de L’Esorcista.

La trama di The Ring 3, in uscita dopo 12 anni del successore The Ring 2 diretto proprio da Nakata, vede protagonisti due studenti americani Holt (Alex Roe) e Julia (Matilda Lutz) e un professore di Biologia ombroso: Gabriel (Johnny Galecki). Dopo un terrificante prologo che congiunge temporalmente il precedente col presente, vediamo proprio l’accademico recuperare un vecchio videoregistratore di VHS inceppata dentro c’è la famigerata videocasetta di Samara. Il prof. la guarda e riceve, ovviamente, la disturbante telefonata che gli annuncia i suoi sette ultimi giorni. Spinto dalla Ricerca, Gabriel mette su una sorta di gruppo di studenti capeggiati da lui stesso che avviano un protocollo sperimentale sul caso di Samara. Un’operazione che coinvolgerà, loro malgrado, sia Holt che Julia. Qualcosa va storto e per salvarsi i due devono trovare la radice del male di Samara. Il trailer di The Ring 3.

La serie di The Ring ha una provenienza narrativa molto ricca, anche geograficamente parlando. Attraversa Giappone, Sud-Corea e poi gli Stati Uniti che con la loro forza distributiva hanno portato la storia, patrimonio del J-Horror, al popolo del Sole Ponente, di lì a breve il film è diventato un cult, un horror conosciuto anche dai non amanti del genere. Dunque popolarità e ricchezza di spunti sono certamente un’opportunità ma a volte possono creare confusione.

Sembra proprio quello che accade a The Ring 3 diretto questa volta dallo spagnolo Francisco Javier Gutierrez che in passato aveva diretto Tres Dias ed era il regista designato del remake de Il Corvo, ma è rimasto poi solo produttore esecutivo. Non è tanto un problema di regia quello che genera la confusione ma piuttosto di sceneggiatura, scritta da Loucka, Estes e Goldsman, di impostazione del racconto e di connessione col patrimonio passato. In sintesi non si capisce bene se The Ring 3 è un sequel, un remake o un reboot: e in questo caso non è un semplice problema di definizione ma di enunciazione.
the ringr 3 film uscita recensione Samara nella nuova versione di The Ring 3. È interpretata dalla stuntwoman Bonnie Morgan. Cresciuta in una famiglia di circensi è esperta nell'assumere posizioni innaturali col corpo, ha lavorato in diversi film come Minority Report ed Hellboy - The Golden Army.  Universal Pictures

Il titolo ci suggerisce che si tratti di un sequel così come anche le raccapriccianti immagini gotiche del video mortale e il design di Samara, stavolta rinnovata dagli aggiornamenti del make up e della computer-grafica, o la tavolozza cromatica della paura giocata sui toni freddi e umidi con qualche raro sprazzo di colore. Se poi guardiamo ai personaggi, dove è introdotto anche quello oscuro di Vincent D’Onofrio, e agli elementi della storia allora ci sembra un riavvio, un reboot, perché vediamo volti completamente nuovi e scompare l’indagine giornalistica a favore di quella "accademica", diciamo così. Ci può stare, certamente, peccato però che questo cambiamento non sia mai in qualche modo accennato, introdotto e i personaggi non hanno nemmeno uno straccio di profondità, di caratterizzazione: sono figurine dal teen-horror per la televisione di notte tarda, in estate.

Questa mancanza di approfondimento, doverosa almeno un minimo quando si tratta di inserire nuovi personaggi, è aggravata poi da una serie di soluzioni per infondere terrore che non funzionano mai: quelle dei precedenti capitoli rimangono e dunque le conosciamo, quelle nuove sono uno svogliato rimaneggiamento di horror già visti, pensiamo a Final Destination, It Follows, o il momento Man in the Dark tra le cose più salvabili della pellicola. Ci sono poi i soliti trucchetti vani, i momenti Jump Scare, cioè quelle da “buh!” per farti saltare dalla sedia (forse). Se poi uno prova ad andare un po’ più dentro i nessi della vicenda rimane molto molto dubbioso  [Spoiler] Ad esempio: come si giustificano le cicale? Perché Holt non ha mai il telefono con sé anche dopo che Julia lo ha ritrovato? [Fine Spoiler]

Eppure il film aveva intrapreso la strada giusta, la più sensata cioè pensare a un The Ring oggi, quando la tecnologia VHS è tramontata (lo era già nel 2002 ma era ancora famigliare) e l’immaginario video è diventato digitale, e virale, concetto principe del primo The Ring, perché la maledizione di Samara avanzava proprio come un virus e si propagava di continuo proprio come il cerchio, simbolo del film. Se però la premessa è giusta l’esecuzione si è fermata troppo presto, aggiornando blandamente la VHS ai file digitali ma non dandogli nessuna profondità o metafora ulteriore, decisamente meno di quella che era partita dai suoi predecessori. Allora molto meglio rimanere vintage, alla tecnologia VHS che aggiornarsi a versioni un po’ vuote che non destano nessuna paura e nessun interesse. Peccato dunque aspettare 12 anni e assistere a qualcosa che poteva essere molto di più ma non lo è. Nemmeno un po’.

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