Rivolta in carcere in Colombia, come si garantisce la sicurezza dei detenuti italiani all'estero?

Palmira
Le forze speciali della Polizia all'ingresso del carcere Las Palmas di Palmira, Valle del Cauca, dove è esplosa una violenta rissa tra detenuti che ha fatto quattro vittime. Colombia, 21 marzo 2017. Twitter
  • Una rivolta in un carcere colombiano pone un dilemma: come si garantisce la tutela dell'incolumità dei detenuti italiani all'estero?
  • Nonostante l'accordo bilaterale Italia-Colombia per l'estradizione dei detenuti tale testo non tiene in considerazione il principio di reciprocità ed è quindi inefficace.

Il terribile inverno sulle Ande, che sta provocando alluvioni e smottamenti in tutta la cordigliera peruviana, si sta spostando verso nord ed ha colpito negli ultimi tre giorni la Colombia provocando anche lì danni ingenti, morti e feriti: nelle zone rurali di Palmira, una città a pochi chilometri da Cali nel sud-est della Colombia, le forti piogge hanno provocato un ingrossamento del fiume Nima, la cui piena ha colpito diversi distretti.

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La piena del fiume ha provocato, con effetto a catena, allagamenti nelle colture e lunedì 20 marzo una vera e propria valanga di fango, tronchi e pietre che ha devastato le coltivazioni di canna da zucchero e lasciato completamente senz'acqua l'intera città di Palmira, che conta circa 250.000 abitanti. Già nei giorni precedenti oltre 60.000 persone avevano avuto grossi problemi nell'erogazione dell'acqua. Una situazione resa ancor più critica dal pericolo di una seconda valanga di fango, che preme sulla struttura della diga della laguna di Santa Teresa. Forse, fanno sapere le autorità locali, entro sabato 25 marzo la situazione potrebbe tornare alla normalità.

La rottura delle condotte idriche e la conseguente penuria totale d'acqua ha contribuito a scatenare, nella giornata di martedì 21 marzo, una rivolta nel carcere locale, Las Palmas: alle 10:30 del mattino due gruppi di detenuti sarebbero venuti alle mani in uno dei due cortili del carcere e in rapidissimo tempo dalle mani si è passati all'arma bianca. Un bilancio certo e ufficiale non è stato ancora fornito dalle autorità: il direttore regionale dell'INPEC (l'ente penitenziario del Ministero di Giustizia) Oswaldo Bernal ha dichiarato alla stampa che il bilancio finale è di 35 feriti, tutti da “armi fabbricate in carcere”, e nessun morto. Tuttavia, secondo una fonte molto attendibile di IBTimes Italia, che si trova proprio a Palmira e che ci ha avvisato di quanto stava succedendo, “i morti sono almeno tre, i feriti una quarantina, molti dei quali gravi”. La pagina Facebook Denuncia Ciudadanas Palmira ha riportato i nomi di qualche ferito portato in ospedale, molti con importanti lacerazioni con arma da taglio.

Il carcere di Palmira, come tutte le carceri in Colombia, è gestito internamente dagli stessi detenuti e le guardie si tengono generalmente a debita distanza, fungendo sostanzialmente da deterrente e da “cameriere” per gli stessi detenuti. Questo sistema comporta la creazione di veri e propri poteri paralleli all'interno del carcere, una cupola criminale che amministra la struttura al posto dell'amministrazione pubblica, ragion per cui è relativamente semplice introdurre armi, oggetti contundenti e sopratutto droga all'interno della struttura. E questo il direttore Bernal lo sa benissimo.

Secondo un detenuto che, clandestinamente, ci ha fatto arrivare informazioni dettagliate e per questo ha chiesto l'anonimato il traffico di droga interno al carcere è la principale delle ragioni della rissa, che molti media colombiani hanno definito “battaglia campale” tra detenuti. Lo scontro è avvenuto in una struttura che ospita 700 persone incarcerate per reati gravi, perlopiù violenti, e la polizia penitenziaria ha dovuto chiedere il supporto delle forze speciali: fino alle 2 di notte gli elicotteri hanno sorvolato il carcere gettando gas lacrimogeni, i militari hanno tenuto i familiari dei detenuti accorsi al cancello a debita distanza e l'esercito ha chiesto ed ottenuto uno stretto riserbo da parte di tutti su ciò che stava succedendo all'interno.

Già lo scorso sabato 18 marzo una rissa tra detenuti era stata sedata quasi subito, quando due gruppi di circa 30 persone ciascuno si sono scontrati sempre nel cortile numero due; la reazione delle guardie, che durante il weekend gestiscono i parenti in visita e quindi sono più attente perché in quei momenti il carcere è pieno di occhi indiscreti, ha evitato che la rissa degenerasse in una vera e propria battaglia, cosa avvenuta dopo pochi giorni. Il sovraffollamento è un ulteriore elemento di criticità: in spazi adeguati ad ospitare 300 persone ce ne sono spesso anche il triplo al'interno di una struttura dove si alternano circa 40 agenti di polizia ogni giorno. 

Non sorprendono, purtroppo, notizie su rivolte carcerarie anche violente nei paesi dell'America Latina, e in Colombia in particolare, un paese dove tre generazioni di cittadini sono nate, vissute e morte nella violenza diffusa: guerriglia marxista, paramilitarismo fascista, narcotrafficanti, guerriglieri diventati narcotrafficanti, criminali, poliziotti e militari corrotti, da decenni il Paese latinoamericano è avviluppato in una spirale oramai cronicizzata, che sembra non avere fine. I tentativi lodevoli del Presidente Manuel Santos, Premio Nobel per la pace 2017, di trovare un accordo con i guerriglieri sembrano trovare terreno proprio tra questi ultimi ma il consenso dei colombiani, cui la parola “pace” spaventa tanto quanto a noi spaventa la parola “violenza”, è ancora lento a manifestarsi.

Ciò che tuttavia va sottolineato è che nel carcere di Palmira vivono attualmente ben tre detenuti italiani la cui incolumità è in questo momento messa a serio rischio. Di uno abbiamo parlato diverse volte, si chiama Manolo Pieroni, è di Lucca ed è detenuto da 5 anni e 8 mesi; gli altri due hanno chiesto di restare anonimi, uno è ospite del carcere nello stesso settore di Pieroni, il pasillo de seguridad, una zona di alta sicurezza isolata dal resto del carcere per garantire il più possibile l'incolumità dei prigionieri che vi sono rinchiusi, mentre il terzo è detenuto nel Patio 3, attiguo tra l'altro al cortile dove è avvenuta la rivolta il 21 marzo. La speranza, per tutti, è rappresentata unicamente dalla visita di Papa Francesco prevista, e confermata dalla Santa Sede, per il prossimo settembre: il governo della Colombia ed il Congresso di Bogotà stanno lavorando ad un provvedimento di amnistia che “potrebbe far uscire, in modo graduale e progressivo, dai 20 ai 30.000 detenuti”. In realtà la visita del Papa è unicamente un pretesto per spingere ancor di più il piede sull'acceleratore della riconciliazione nazionale: “Si tratta di una misura politica che prende in considerazione il diritto internazionale e fattori umanitari, la visita del Papa è solo una convergenza, noi siamo uno stato laico” ha dichiarato a El Pais il ministro della Giustizia colombiano Enrique Gil.

Ma come si garantisce nel frattempo l'incolumità degli italiani che, volenti o nolenti, si trovano in quel carcere e nelle carceri della Colombia? Pochi mesi fa l'Italia ha firmato un accordo bilaterale con la Colombia per l'estradizione dei detenuti da un paese all'altro ma quell'accordo, che per essere attivo deve essere ratificato dai parlamenti, non comprende le condizioni di reciprocità: questo significa che se un detenuto italiano in Colombia può avere accesso a sconti di pena o a pene accessorie se accetta di rientrare in Italia questi benefici non gli sarebbero riconosciuti. La moglie di Pieroni, Solange del Carlo, ci ha inviato un appello: “Quello che chiediamo a gran voce da anni è l'estradizione di Manolo a parità di condizioni: tra poco qui avrà accesso a sconti di pena importanti e forse rientrerà anche nel provvedimento di amnistia, mentre in Italia sarebbe costretto a scontare tutti i 15 anni e 4 mesi rimanenti. Per questo motivo siamo stati costretti a rifiutare l'estradizione, pagando così il caro prezzo di dovere restare qui completamente da soli, abbandonati. D'altra parte sarebbe una rovina accettare l'estradizione senza ricevere garanzie sulla parità di condizioni da parte dello Stato italiano”.

La questione sicurezza per i detenuti italiani all'estero si pone ogni giorno in tutta la sua urgenza. Nella notte tra giovedì 23 e venerdì 24 marzo un gruppo di forze speciali della Polizia, in tenuta antisommossa e manganelli in mano, ha fatto irruzione in diverse sezioni del carcere di Palmira come atto di repressione contro i detenuti. Le forze speciali, secondo i nostri informatori, erano state inviate da Bogotà ed avevano il compito di perquisire i detenuti e gli spazi dove vivono alla ricerca di altre armi, droghe o in generale di materiale proibito conservato e nascosto dai reclusi.

Secondo quanto ci è stato raccontato da un testimone oculare in una drammatica conversazione telefonica il gruppo di forze speciali ha fatto irruzione, manganelli in mano e cani al guinzaglio, anche nel pasillo de seguridad dove vivono i due detenuti italiani. "Hanno spaccato tutto" ci ha detto al telefono la nostra fonte "hanno aperto in due i materassi, spaccato a manganellate ciò che potevano, strappato diari, fotografie e lettere, rovesciato il cibo e l'acqua in terra, hanno calpestato tutto. E alla fine c'è stata anche l'umiliazione più grande: hanno spogliato tutti quanti nudi, ci hanno fatto inginocchiare e ci hanno perquisito dappertutto, anche nell'ano".

In effetti la situazione sembra essere incastrata in un gioco crudele e inspiegabile. Pieroni, che si professa innocente e che lamenta diverse criticità nel procedimento colombiano che lo ha condannato a 20 anni di galera, ha imparato l'arte della sopravvivenza in un carcere di una zona remota della Colombia, a pochi chilometri da Cali. Conosce le regole, le rispetta e si fa rispettare e questo tiene in vita lui e in equilibrio l'intera situazione, ma di fatto il detenuto italiano è abbandonato a se stesso. E come lui gli altri due. Come si garantisce l'incolumità di queste persone, che stanno già pagando per i propri reati, a 10.000 chilometri di distanza?